Ongaku no susume #7

di Stefano Palmieri

Sembrava che l’estate fosse ufficialmente finita, come scritto nel precedente post, i segni che facevano presupporre tutto ciò c’erano tutti, ma davvero tutti. Dovremmo essere tutti in autunno come sugli alberi le foglie, e invece tac, siamo a metà ottobre e le temperature sono risalite inspiegabilmente, sembra di essere nel mese di Luglio. Non sono un pazzo metereopatico come qualcuno di voi potrà pensare, un motivo c’è se il tema dell’estate è ritornato prepotentemente. Nei mesi scorsi avevamo assistito all’occupazione delle strade di Israele da parte degli indignados del luogo che protestavano contro il caro vita, principalmente contro l’innalzarsi del prezzo degli affitti. Ad oggi queste manifestazioni sono aumentate esponenzialmente e si sono diffuse in tutto il mondo, oddio non proprio tutto, ma negli Usa e in Europa. Sotto lo slogan “We are the 99%” giovani e meno giovani gridano il loro malessere generalizzato. Ma non parliamo di questo, non so come mi sia venuto fuori. Ah ecco, si parlava di estate per una ragione ben precisa. Vi ricordate per caso quella canzoncina che andava su tutte le radio mentre eravamo spaparanzati in spiaggia a prendere il sole: I need a dollar di Aloe Blacc, avete presente? La canzoncina che raccontava questi tempi di crisi con un motivetto che non si toglieva più dalla testa. Bene, Aloe Blacc è un artista che fa parte della scuderia Stone Throw, etichetta discografica indipendente, con base a Los Angeles, California, che si occupa principalmente di Hip Hop, Soul, Funk e quant’altro. E’ stata fondata nel 1996 dal dj e produttore Peanut Butter Wolf, e sotto la sua ala protettiva si sono accasati (giusto per fare qualche nome) gente del calibro di Madlib, il compianto J Dilla e appunto Aloe Blacc che con Good Things ha fatto veramente il botto, il salto verso la popolarità e anche il mainstream. Ma scritturato dalla Stone Throw c’è anche un certo Mayer Hawthorne, che pochi giorni (precisamente l’11 Ottobre) ha pubblicato il suo terzo album intitolato How Do You Do. I primi due: A Strange Arrangement e Mayer Hawthorne & The County Direct To Disc sono usciti rispettivamente nel 2009 e 2011. Ma facciamo un passo indietro: il nostro nasce e cresce ad Ann Arbor, Michigan nel 1979 e si trasferisce successivamente a Los Angeles quando viene messo sotto contratto dalla Stone Throw. Cantante, arrangiatore, produttore, rapper, dj, ingegnere del suono, musicista multistrumentale e chi più ne ha più ne metta, sviluppa nel tempo uno spiccato gusto musicale tipicamente retrò fatto di Soul, Jazz e Funky che rimescola tutto insieme con risultati davvero sbalorditivi. Se ascoltate qualsiasi brano dei suoi lavori vi sembrerà di tornare indietro nel tempo, nell’America nera degli anni ’60 ’70, e vi sembrerà anche di aver già ascoltato quelle melodie tanto sono orecchiabili e sensuali allo stesso tempo. Dice di essere stato influenzato dalla miglior scena musicale di Detroit (Isaac Hayes, Leroy Hutson, Mike Terry e Barry White) ma anche, e principalmente dalla musica di Smokey Robinson, Curtis Mayfield e dal leggendario trio composto da Lamont Dozier, Brian Holland, e Eddie Holland Jr.

Peanut Butter Wolf in un’intervista ha raccontato un episodio a questo proposito davvero emblematico: “He showed me two songs and I didn’t understand what I was listening to,” Wolf recalls. “I asked him if they were old songs that he did re-edits of – I couldn’t believe they were new songs and that he played all the instruments.” Come scritto sopra, le sue melodie sono molto sensuali. Sì sensuali, perchè Mayer è in fondo in fondo un romanticone. Non troverete mai rabbia nelle sue tracce audio, ma solamente canzoni d’amore e spensieratezza. Quindi, se per caso in questi giorni siete coi coglioni (comprensibilmente) girati, mettetelo su nel vostro stereo o IPod e vedrete come la giornata vi sorriderà all’improvviso. Andrete in giro con un sorriso ebete stampato sul viso e con la testa che ciondolante segue il ritmo. Ma parliamo del nuovo disco: non c’è niente di nuovo sotto il sole, niente di innovativo. E’ l’eterno piacere dell’uguale che lo rende un album davvero speciale. Ti aspetti quella roba e lui quella roba la fa, bene tra l’altro. How Do You Do è composto da 13 tracce e non ce n’è nessuna che vada segnalata in particolar modo, perché si ascolta tutto d’un fiato più e più volte. Cos’altro dire allora, buon ascolto.

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3 risposte a Ongaku no susume #7

  1. MikiMao ha detto:

    che schifo

  2. MikiMao ha detto:

    il commento precedente era pura goliardia.. è un articolo molto interessante e stimolante

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