DROMOMANIA. Il ponte di Mostar

di Matteo Antonin

Il fiume Neretva, limpido e scintillante sotto il sole dell’Erzegovina, scorre placido sotto il ponte di Mostar. L’acqua gelida è turchese scuro, ma nei tratti dove la rigogliosa vegetazione si riflette sullo specchio d’acqua il fiume si accende di tinte e riflessi verde bottiglia. Tra i vicoli della città vecchia si alza un profumo pungente di ćevapčići, piatto a base di carne trita e variamente speziata, tipico della cucina dei paesi della penisola balcanica. I turisti sorseggiano tranquilli caffè turco o birra nei locali; musica moderna si confonde con antiche ballate tradizionali nei vari bar del centro.

A pochi passi, lo Stari Most, il ponte di Mostar, simbolo della città, distrutto il 9 novembre 1993 dall’artiglieria croata e ricostruito nel 2004.

E un giovane in costume, sguardo determinato e fisso davanti a sé, che con movimenti lenti ma decisi sale sul parapetto del ponte e rimane fermo lì, sospeso nella precisa metà del ponte, tra le due grandi torri sulle rive opposte del fiume.

Subito si forma una folla di curiosi, mentre il giovane, fermo e ritto sul parapetto del ponte, chiede al pubblico di battere le mani, forse per aiutare il coraggio ad uscire o per distrarlo dai 25 metri che lo separano dal fiume sottostante. Poi, d’un tratto, tutti tacciono, gli obiettivi delle macchine fotografiche puntati, gli occhi fissi sul ponte.

Il giovane si bagna, gonfia il petto, respira profondamente, apre le braccia come se stesse spiegando le ali.

E salta.

Accade tutto in pochi secondi: le braccia aperte che con il corpo dritto formano una croce, le ginocchia che si piegano durante il volo, con i talloni che quasi toccano il sedere, le gambe che si distendono nuovamente, le braccia che si chiudono dritte sui fianchi, il corpo che diventa una spada dritta e affilata che entra nell’acqua squarciando lo specchio cristallino del fiume. Splash.

Il pubblico applaude. Alcuni hanno facce stupite, attonite: non tutti sanno che qui fin dai tempi più antichi i bosniaci si sfidano gettandosi dal “vecchio ponte”: un tempo i giovani tuffatori venivano chiamati gli Icaro di Mostar, ed un uomo dimostrava il suo coraggio gettandosi almeno una volta nelle freddissime acque del fiume. Ancora oggi dallo Stari Most si gettano impavidi tuffatori, e il 27 luglio si tiene addirittura una gara di tuffi ufficiale, con atleti da tutto il mondo.

Il ponte di Mostar, progettato dall’architetto Hajrudin e costruito nel 1566 per ordine del sultano Solimano il Magnifico, è sempre stato il simbolo della città, non solo fisico ma anche identitario.

«Il ponte è una metafora» spiega Zika, la mia guida, passeggiando per i vicoli della città vecchia. «Non connetteva solo fisicamente le due rive dove un tempo vivevano pacificamente musulmani (a est) e croati (a ovest), ma era in generale il simbolo di identità di una città al di là delle divisioni, un simbolo di connessione, di unione. Per questo nel 1993 è stato distrutto».

Sento così per la prima volta parlare di urbicidio, termine coniato da Bogdan Bogdanović, sindaco di Belgrado negli anni ’80, nonché architetto, intellettuale e attivista politico contro il nazionalismo serbo. L’urbicidio è l’attacco, razionale e pianificato, perpetrato nelle guerre balcaniche degli anni ’90 alle città e ai suoi simboli, allo scopo di colpire e distruggere la società cosmopolita che essi rappresentavano.

Con il termine urbicidio non si intende quindi la sola distruzione fisica delle città, ma la distruzione simbolica della cultura da esse espressa, nel caso del ponte di Mostar una società multiculturale che aveva sempre pacificamente convissuto (solo per fare un esempio, ai tempi dell’impero austro-ungarico le insegne delle strade erano indicate con 3 differenti alfabeti: latino, arabo e cirillico).

L’insegna di una strada intitolata all’imperatore Franz Joseph scritta nei tre alfabeti

Se si aggiunge poi il valore già di per sé simbolico del ponte come luogo di unione e di connessione si comprende come la distruzione dello Stari Most non sia stata certamente casuale, bensì si sia inserita in una più ampia strategia di perdita della memoria storica (un passato comune di convivenza pacifica) e di delegittimazione e distruzione di valori identitari e culturali.

A questo proposito il giornalista Paolo Rumiz ha scritto (La Repubblica, 2 novembre 2003):

Era quel simbolo, e non il manufatto, che si era voluto colpire. La pietra non interessava ai generali croati. Il ponte, difatti, non aveva alcun interesse strategico. Non serviva a portare armi e uomini in prima linea. Esisteva, semplicemente. Era il luogo della nostalgia, il segno dell’appartenenza e dell’alleanza tra mondi che si volevano a tutti i costi separare.

Quello che fino ad allora era stato un simbolo di unione e connessione venne abbattuto a colpi di mortaio il 9 novembre del 1993 su ordine del comandante croato-bosniaco Slobodan Praljak (a oggi imputato dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia con i seguenti capi d’accusa: incitamento all’odio etnico-religioso, pulizia etnica, saccheggio, furto, omicidio, violenza sessuale, detenzione e trattamento crudele contro i bosgnacchi).

Esattamente quattro anni dopo un altro 9 novembre, giorno dell’abbattimento e della caduta di un altro spazio urbano dalla fortissima valenza simbolica (in questo caso non di unione ma di separazione): il muro di Berlino. Strane coincidenze della storia…

La ricostruzione dello Stari Most è stata ultimata solo nel 2004: nel frattempo il ponte è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, così come tutto il centro città.

I giovani hanno anche ripreso a tuffarsi nella Neretva, e i coraggiosi che hanno provato almeno una volta l’ebbrezza di un tuffo dal “vecchio ponte” esibiscono orgogliosi la sua effige tatuata sul bicipite. Tuttavia, ad ulteriore prova della potenza dei simboli, nemmeno l’abbattimento fisico del ponte aveva avuto il potere di interrompere a lungo i tuffi: subito dopo la fine della guerra sui suoi resti era stato costruito un trampolino, e i giovani avevano subito ripreso a tuffarsi.

In un lento e faticoso tentativo di ritorno alla normalità, molto prima della ricostruzione del ponte, gli Icaro di Mostar avevano ricominciato a volare.

Informazioni su matteo

Sofista contaballe, stakanovista dell'otium, luddista oscurantista.
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2 risposte a DROMOMANIA. Il ponte di Mostar

  1. davide ha detto:

    Ottimo articolo Spada..Per quanto riguarda la valenza dei ponti come luogo di congiunzione e superamento delle barriere imposte dalla natura all’uomo,segnalo il brano dello scritto bosniaco Ivo Andric, intitolato “I ponti” per l’appunto.

  2. matteo ha detto:

    grazie Professò, sono contento che ti sia piaciuto…e grazie soprattutto per il consiglio letterario…matteo

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