Ongaku no susume #6

 di Stefano Palmieri

L’estate è ufficialmente finita, andata. Il sole continua a fare capolino in qualche città ma è quel tipico sole settembrino e godurioso. Anche il CRA (comitato di resistenza all’Autunno) ha deposto le armi dopo tanti sforzi. In fin dei conti tanto meglio, non se ne poteva più di quel caldo da clima da fallimento che ci ha attanagliato durante questi ultimi mesi; più saliva lo spread più salivano le temperature: coincidenze? Sarà, ma coincidono alla perfezione. Ongaku no susume durante questo periodo di assenza dagli schermi ha ascoltato dischi a spron battuto, mattina e sera, in spiaggia, in tutti luoghi e tutti i laghi. L’intento era quello di ritornare col botto, aprire la nuova stagione col disco che lascia interdetti e spiazzati. E invece niente di tutto ciò, tanti buoni dischi con qualche gemma ma niente di più [a questo proposito segnalerei Bad Vibes, il nuovo di Shlohmo (ma non tutto tutto, da prendere con le molle) e l’ultimo EP di Sir Froderick, Shesbeautiful, ma in quanto EP non possiamo considerarlo album a tutti gli effetti.]

Bando alle ciance, il disco che ci sentiamo di consigliarvi è il nuovo nonchè album di debutto di Balam Acab, ossia Wander/Wonder, pubblicato il 30 di agosto, quindi neanche freschissimo. Balam Acab (pseudonimo di Alec Koone) è un ragazzino di vent’anni di Ithaca, città degli USA, nella contea di Tompkins, stato di New York. Vive ancora con i suoi e in una recente intervista ha dichiarato di essere stato profondamente influenzato da Animal Collective e Pavements e di non aver ascoltato molto R&B, cosa che si direbbe ad un primo ascolto di Wander/Wonder. Ma torniamo a noi: l’album di Koone è uno di quegli album eterei, che sembrano usciti dal nulla. Qualcuno ha persino scritto che è una luce che si accende improvvisamente in una caverna. Un po’ esagerato forse, ma il concetto è più o meno quello. A parte le influenze che il produttore di autoattribuisce, si avvertono nel disco molte sonorità a noi già conosciute. Atmosfere new age con vocine all’elio, suoni di legno alla Burial ma con quella tipica attitudine americana che ti fa capire subito di non stare ascoltando un album di un artista inglese.

 

Il disco è composto da otto tracce, tutte ben distinguibili tra di loro ma con un elemento comune, un filo conduttore che collega tutto il lavoro: l’acqua. In tutti i brani si possono distinguere “rumori liquidi” che però sono ben diversi da traccia a traccia. A volte sono rumori subacquei, come quelli che senti quando immergi la testa nella vasca da bagno, altre volte sono scrosci d’acqua d’un fiume o rumori di pioggia di un cielo illuminato da fulmini, altre volte onde di un oceano sotto le stelle. Un altro elemento caratteristico dell’album sono i bassi 8 bit, che squarciano all’improvviso quella sensazione di quiete che si respira nelle prime parti di ogni pezzo.

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