DIECI INEQUIVOCABILI SEGNI DELLA SCOMPARSA DELL’UMANITA’

Che cosa sono i dieci inequivocabili segni della scomparsa dell’umanità? Scoprilo qui

Memoria individuale dell'undici settembre

Tutti i gadget della tragedia
Il marketing della memoria 2.0
di Claudia Boscolo
Come tutti sanno è appena trascorso il primo decennale di quella devastazione cosciente e deliberata passata alla Storia (sempre quella che si nutre di strane coincidenze) come 9/11. Questo evento tecnicamente si chiamerebbe attacco terroristico, ma è stato declassato a tragedia (ultimamente fa fico declassare un po’ tutto, a cominciare dagli uragani). La tragedia richiede alcuni elementi fissi per poter davvero definirsi tale, e non sto qui a citare Aristotele perché si rischia il ridicolo, ma, insomma, le varie unità, la catarsi, ecc. Di queste caratteristiche il 9/11 non ha proprio niente, ma siccome ormai è stata declassata a fini di marketing allora gli orridi quotidiani nazionali non parlano più di attacco bensì di tragedia. Qualche esempio qui, qui, qui, qui. Persino la miniserie americana The Path to 9/11 in italiano è stata tradotta con 11 settembre – una tragedia annunciata. Questa scelta linguistica si può giustificare con la propensione dei media a porre enfasi sull’emotività scatenata dall’evento, piuttosto che sull’evento stesso. Portare l’attenzione sull’uomo, piuttosto che sui meccanismi che lo controllano e travolgono. Siccome l’individuo oggi è prima di tutto consumatore, la sua emotività è fondamentale in quanto determina cosa si venderà, come, quando e in quali quantità. Per esempio, il quotidiano che sbatte il mostro in prima pagina vende molto più di quello che pubblica serie analisi socio-politico-economiche, ammesso che ne siano mai esistiti. La gente non ha voglia di sentirsi dire il come, il quando e il perché, ma vuole il chi, il cosa e il quanto, e lo vuole subito. Se poi i morti sono un fottìo e i danni ancora di più, il coinvolgimento emotivo sale, quindi salgono le vendite. Vecchie strategie di marketing, nulla di nuovo. Infatti non indulgo in ragionamenti che chiunque può ritrovare in vecchi saggi di sociologia e critica dello spettacolo, e poi lo ha detto anche Chomsky, quindi passo al dunque.
Un prodotto che va via come il pane sulla base dell’emotività è il gadget. Chi è stato a Venezia e non ha comprato una cazzatina di Murano, una gondoletta nella palla con la neve, o è anaffettivo oppure non ha capito bene il suo ruolo di consumatore nel mondo. Quella del gadget è un’industria che dà lavoro a un sacco di gente, e non alimentarla è irresponsabile. Spesso il gadget mantiene in vita serie istituzioni a cui scarseggiano i fondi, penso alle eleganti matite della British Library, alle inutili gomme del Museo del Prado, che non cancellano niente e che tuttavia esibisco con orgoglio. Alla pila di piccoli blocchetti per gli appunti con riproduzioni di famosi dipinti comprati ovunque e mai usati, che però mi ricordano i luoghi dove sono stata e testimoniano il mio contributo all’industria culturale. La maglietta equo-solidale che fa pubblicità alla marca di caffè della piantagione nel terzo mondo, dove i braccianti hanno regolari contratti di lavoro e sono protetti dai sindacati. Non accettare l’offerta di un gadget è un gesto un po’ incivile, un po’ disumano, un po’ egoista. Dimostra scarsa considerazione per chi li produce, persone come noi, lavoratori la cui industria ha bisogno di essere supportata.
La cultura della solidarietà nel mondo occidentale si fonda su un presupposto solido e innegabile: se non sai rinunciare a un paio di euro o di dollari per aiutare qualcuno, sei un mostro, perché il tuo benessere deriva dallo sfruttamento di una parte del pianeta e qualcosa devi pur dare in cambio. Il fatto che non compri neppure quella maglia di cotone per aiutare i braccianti dell’Ecuador significa che hai un problema. Anzi io con te non ci parlo, non mi piacciono quelli che non sono equo-solidali. Non mi piacciono quelli che non versano ogni tanto una piccola cifra a una onlus per lo sviluppo dell’agricoltura in Africa o per aiutare medici combattivi e umanitari. A me piace l’essere umano, quello capace di gesti umanitari, di missioni umanitarie. Mi piace un sacco la parola “umanitario”.
Così quando un’entità, di cui non giudico la provenienza perché non so e non ho le prove, tira giù le due torri e ammazza un sacco di gente, ecco, è umanitario quello che posso fare per contribuire. Anche il semplice ricordo è un gesto umanitario. Dimenticare le tragedie è disumano, ne sappiamo qualcosa noi, visto che ci volevano cancellare le date importanti della nostra storia nazionale e ci siamo incazzati, perché in Italia i ponti non si toccano.
Il solo rischio di dimenticare la tragedia provoca un senso di orrore, e quindi bisogna ricordare. Cerchiamo allora di mantenere in vita il ricordo della più grande tragedia del nostro tempo, come fanno qui. Chi non si ricorda dov’era e cosa stava facendo, per evitare di sentirsi in colpa può sempre procurarsi uno dei gadget del 9/11. Per esempio, c’è uno splendido Memorial Book solo per i-Pad, oppure una serie di applicazioni scaricabili (le aziende coinvolte: New York Times, Youtube, National Geographic, Facebook, Apple). Non tutti questi prodotti sono a pagamento, anzi la maggior parte è scaricabile gratuitamente in rete, immateriale e partecipativa. Si chiama permission marketing, ne parlava tempo fa Seth Godin. Attualmente, grazie a questo tipo di marketing si fidelizza un gran numero di consumatori, cioè costoro si affezionano, si sentono partecipi. Pensano: questo l’ho fatto io; guarda qui, questo l’ho scritto io, anch’io partecipo al prodotto che poi compro. Ma quindi, se hai contribuito a farlo, perché te lo fanno pagare e tu non ne ricavi nulla? Questa parte non si capisce bene, si vede che è troppo intelligente per noi subumani.
Secondo una visione apocalittica e catastrofista a cui aderisco con entusiasmo e di cui non mi vergogno affatto, nonostante i ripetuti inviti a farlo, la produzione di gadget sproporzionata e senza più filtri che accompagna la celebrazione della tragedia del 9/11 è il secondo inequivocabile segno dell’imminente scomparsa dell’umanità.
La memoria collettiva caratterizza l’umanità fin dagli albori, anzi la memoria collettiva è la primissima manifestazione di socialità umana di cui abbiamo testimonianza. Memoria collettiva sono i graffiti preistorici che ci parlano della caccia, sono le narrazioni epiche con cui si ricordavano gli eroi, sono le canzoni di gesta con cui si narrava la nascita di una nazione. Narrazione collettiva e cultura partecipativa sono da sempre associabili al concetto di società. Ci mettiamo qui vicino al fuoco e tu che hai memoria e sei bravo ci canti di quella battaglia lì, di quella sconfitta là. Parliamo di quando abbiamo fatto questo e quello, è gratis, è bello, si magna e si beve, alla fine ognuno va a casa più contento, più sollevato. La memoria collettiva non è molto più di questo. In tempi più recenti si andava in piazza a raccontarsela, un po’ di musica, qualche comizio (ok, c’è sempre il pegno da pagare, però almeno si stava assieme). Collettivo, da colligere, si riferisce a persone raccolte per un fine comune. Comune, sempre dal latino, significa obbligato a partecipare. Ecco, oggi l’obbligo con il gadget, che comunque è gratis e bello, finalmente non esiste più. Grazie alle applicazioni 9/11 siamo liberi da questa schiavitù. Ognuno nell’intimità della propria casa può contemplare la tragedia e partecipare raccontando dove si trovava in quel preciso istante, cosa stava facendo. In sostanza, più che una narrazione collettiva, i gadget immateriali del 9/11 si traducono in una serie di micronarrazioni individuali e atomizzate, dove ogni individuo chiede che la propria storia, e non la Storia del 9/11, sia visibile: siccome la Storia sono io, allora che almeno mi si noti. Che si noti me, atomo protagonista della storia, e non la Storia dell’umanità, ché tanto ormai sta scomparendo e mi restano 15 minuti di orologio per farmi vedere da quell’esercito di zombie, e prima che svaniamo tutti dalla faccia del pianeta devo, assolutamente devo dire a tutto il mondo cosa stavo facendo quel giorno lì, anche se mi trovavo in vacanza in Cadore e stavo da dio e non avevo nemmanco mai sentito nominare prima il World Trade Center, visto che i prodotti io li compro a km zero, e non mi interesso di globalizzazione. Anche atomizzandosi scompare l’umanità.

Informazioni su El_Pinta

Semiologo dilettante, spettatore ostinato, saggista crossmediale, teorico poststrutturalista.
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