“We’re not decorating the city, we just want to make shit happen, destabilize, possibly destroy”. Intervista ad Angelo Milano

Quei giornalistacci di Repubblica.it ci hanno preceduto di un niente, ma perlomeno qui non troverete peli sulla lingua e insulse ed insignificanti gallery fotografiche. Abbiamo fatto due chiacchiere con Angelo Milano: curatore nonchè ideatore del Fame, uno dei festival di street art più importanti al mondo, di sicuro in Italia. Si svolge a Grottaglie (TA), cittadina nota a molti per il suo caratteristico quartiere delle ceramiche (produce esclusivamente manufatti in ceramica) ma che col tempo è sempre più riconosciuta come la città dei graffiti. Siamo ormai alla quarta edizione del festival e nel corso degli anni diversi artisti hanno lasciato “cicatrici” sui muri di questo paesino: gente del calibro di Blu, Erica il Cane, Os Gemeos, Sam 3, Boris Hoppek, Momo, Akay, Brad Downey, Nug solo per citare alcuni nomi. Se siete interessati a saperne di più il consiglio è quello di recarsi sul blog del Fame Festival dove troverete tutte le informazioni che cercate, e di spulciare il canale vimeo dell’evento. Assolutamente imperdibile. Un ultimo avviso ai naviganti prima di procedere con l’intervista: il 24 settembre si terrà nel quartiere delle ceramiche di Grottaglie la mostra collettiva e la festa di chiusura da Studiocromie. Qui la pagina facebook dell’evento dove c’è tutto il programma (con concerto dei LaQuiete, per dire…).

Quando, come e perché è nato il Fame festival?

È nato 4 anni fa perchè ce l’avevo nello stomaco. Era una di quelle cose che da quando l’hai immaginata non stai buono finchè non ce l’hai davanti agli occhi. Mi accorgo solo ora della possibile affinità con la merda. Parte dello stomaco. Ci pensi e non stai buono finchè non l’hai fatta, ed ecco: Fame è una cacata. Un bisogno fisiologico di tirare fuori quanto ho assunto e digerito al mio rientro post-universitario a Grottaglie. Il paese era amministrato da un manipolo di criminali ignorantissimi, la cittadinanza era assopita da un’ottima qualità della vita (cibo, mare, clima) e assuefatta da intrattenimenti imposti e ciclici, il calcio su tutti. Per me ventiquattrenne, di ritorno da 5 anni vissuti fuori, Grottaglie nel 2008 era ridotta ad un cesso, e ci ho cacato sopra. Fortuna ha voluto che le modalità scelte siano state tutto sommato gradevoli e compatibili con un gusto comune. L’intento, tuttavia, non era quello di fare felice nessuno. io volevo solo creare un diversivo, un’altra rotta possibile rispetto alle due disponibili Grottaglie/mare, mare/Grottaglie d’estate e Grottaglie/Bologna, Bologna/Grottaglie per andare a fare i fuorisede d’inverno.

Puoi raccontarci come si svolge il festival? Come vengono scelti gli artisti? Quanta libertà artistica viene loro concessa?

Il festival consiste in una ventina di artisti all’anno che da fine aprile a fine settembre vengono ospitati a Grottaglie da me e dalla mia famiglia. Possono produrre quello che gli pare, a patto che si facciano anche delle cose da vendere alla mostra collettiva finale. Si dipingono muri giganti in città, si fanno delle stampe in tiratura limitata nel mio studio o pezzi di ceramica con l’aiuto degli artigiani del quartiere. Gli artisti vengono scelti in base a quanto mi piace quello che fanno e quanto senso può avere il loro lavoro riportato in scala grottagliese. Devo ammettere che a volte ho fatto delle marchette, ora per offrire uno sguardo completo sul fenomeno, ora solo per vendere e far quadrare i conti. Perchè si, va specificato che il festival si autofinanzia con le vendite delle produzioni (www.studiocromie.org). Il ivello di libertà per gli artisti è massimo. C’è da dire che sono un rompicazzo e cerco spesso di consigliare e indirizzare gli artisti a lavori più adatti al contesto o al momento. Dopotutto che ne sa un Americano del valore storico di un’edificio vecchio 700 anni. A volte c’è bisogno di moderarli. Altre no. Io faccio fatica a stare al posto mio e a volte è dura per gli artisti sopportarmi, ma ci sto lavorando.

La street artporta nel proprio DNA un’attitudine “antagonista”, spesso declinata in chiave di critica estetica, politica o sociale. Quest’attitudine è spesso stata alla base dei conflitti tra street artistsed istituzioni. In che modo si è evoluto nel tempo il rapporto tra il festival e l’amministrazione comunale? E tra il festival e la cittadinanza?

Come fenomeno nato dal basso, senza mezzi, né consensi, né permessi, portava un’attitudine antagonista. È già un po’ che non è più cosi. Ma è un discorso noioso di cui ho già detto tante volte. Parliamo di Grottaglie. All’inizio, ventiquattrenne fiducioso nel genere umano, avevo la certezza che il festival dovesse essere finanziato con fondi pubblici. Era un servizio alla città, un valore aggiunto. Si trattava di opere di arte pubblica, di conseguenza pensavo fosse giusto che toccasse al settore pubblico coprire le spese. Poi ho interagito minimamente con la classe politica locale… insomma, ve la faccio breve, anzi no, ve la faccio lunga e dettagliata che non cho un cazzo da fare e sono in treno con tre ore di ritardo. La mia richiesta di ricevere dei sacrosanti, miei quanto loro, fondi pubblici, venne sottoposta ad una rapidia e drammaticamente superficiale scansione dai seguenti criteri: questa cosa funziona? Ci può portare dei benefici sul piano personale? Possiamo manipolarla per fare bella figura e far brillare i nostri nomi con idee altrui? L’assessore alla cultura (fra questo titolo e questo nome di solito ci va una risata, accomodatevi) Marisa Patruno, insieme alla meravigliosa Daniela De Vincentis, Vito Antonio Cavallo e Luciano Santoro, crearono un sistemino di rimandi “vai da lei” – “vai da lui” di una stronzaggine senza criterio, un ping pong in cui nessuno capiva un cazzo, nessuno di loro ovviamente. I mitici si aspettavano che il mio entusiasmo venisse risucchiato dal loro disinteresse, e fra arroganza e incompetenza provarono addirittura a mettere in mezzo uno dei loro leccaculo più giovane, un ragazzetto di partito buono a reggere la bandiera e raccogliere voti fra i coetanei e minori con la kefiah. Fortunatamente, schifato da questi pagliacci dal fare losco, ho capito in tempo che i fondi pubblici altro non sono che il loro budget esclusivo per fare campagna e raccogliere voti per le elezioni successive. Da lì in poi è stata guerra aperta. La totale indipendenza ci ha garantito una libertà d’espressione che avremmo avuto lo stesso, ma con un tocco di “vaffanculo merde” in più. Al momento, per curiosità e gossip, posso raccontarvi del goffissimo tentativo di avvicinamento della nuova giunta, capitanata da un sindaco con tanto di profilo facebook gestito da un altro ragazzino di partito che, assunto come cacciatore di consenso, si è lanciato in messaggi privati e commenti luccicanti firmati sindaco sulla bacheca dell’evento. Gliel’ho anche rinfacciato in una risposta e lui mi ha garantito di essere il sindaco in persona, che ha imparato ad usare facebook velocemente e senza difficoltà (parole sue). Poi sono stato così scortese e cafone che sindaco o non sindaco mi è dispiaciuto. E’ noto che non ho il senso della misura per queste cose, ed è andato a finire che l’ho invitato alla mostra (24 settembre ndr) specificando di lasciare la fascia da primo cittadino a casa. La cittadinanza mi indispone sempre. Succedeva all’inizio quando non capiva un cazzo e ci guardava male, succede ancora di più adesso che capisce e partecipa con questo sorriso aprioristico. Come ho detto altrove, Grottaglie è uno di quei posti dove si pensa che quanto succede all’estero è sempre migliore. Un parrucchiere che ha lavorato in Francia rispetto ad uno che ha tagliato solo peli ai locali è automaticamente più rispettabile: “Oh, ca quiro è stato tre anne a Parigi”. Poco conta se ha lavorato come sguattero nel peggior salone della periferia, l’esperienza all’estero è garanzia di credibilità. Allo stesso modo, ottenuto il consenso generale dalla stampa locale, nazionale ed estera, il festival si è legittimato agli occhi di tutti e sembra che tutto quello che facciamo sia bello e giusto. E serviva che ce lo venissero a dire dei pessimi giornalisti a quanto pare. E allora no, cazzo! Quest’anno le abbiamo provate tutte per disinnescare questa convivenza pacifica in favore di un sano giudizio critico, abbiamo fatto disegni orrendi, violenti, fuori luogo, video che ne bastava la metà per essere denunciati, ma niente. Ormai c’è solo consenso e il potere comunicativo del festival si è ridotto a zero. Ai miei compaesani direi: non vi accomodate anche sul festival, che da comodi si dorme meglio e torniamo al punto di partenza.

Come curatore del festival puoi osservare la street artda una posizione privilegiata: pensi sia possibile tratteggiare un’evoluzione della pratica della street artin termini di tecniche e stili?

Si, ma ce ne frega qualcosa? Io posso dirti che l’arrivo della tecnica corrisponde quasi sempre all’inizio della noia. A Fame si premia la totale assenza di tecnica, verso il preculturale, mi viene da dire che sia quella la direzione giusta. Sopratutto se parliamo di libertà concessa agli artisti. Dai un pennarello in mano ad un bambino e farà esattamente quello che abbiamo fatto con Nug. La tecnica non serve quasi mai, se non per compiacerci in assenza totale di contenuti, cosa che in effetti si, è successa anche qui più volte, vedi Vhils.

A tuo parere il Fame Festival è più un momento di riqualificazione urbana o un vero e proprio laboratorio a cielo aperto?

Il primo proprio no, il primo è quello che scriverei per vendere il progetto ad uno sponsor, il secondo neanche, anche se gli somiglia gia di più. Il Fame Festival è una cacata. Si impone con la stessa arroganza con cui l’avrebbero voluto fermare, ma puzza più forte. E’ un tentativo disperato di far succedere qualcosa di divertente e diverso dalla sagra della polvere, patrocinata da comune e regione ogni anno da quando mi posso ricordo. Mi piace pensare che possa essere uno spunto per i ragazzi più giovani, un guizzo per stimolarli ad agire in prima persona sul locale piuttosto che a mettersi su un treno per il globale. E’ un invito a pensare per un attimo al di fuori degli schemi e dagli schermi di un’Italia nord-centrica. Far succedere le cose qui da noi, per strada.

Quali sono gli artisti che ti hanno più stupito nell’ultima edizione?

Nessuno, se li invito li conosco già e conosco già il loro lavoro, quando va bene vuol dire che hanno fatto proprio quello che m’ero immaginato, quindi non mi stupisce. Mi soddisfa forse. Poi ci sono le volte che va male, e fanno cose che non mi piacciono (non necessariamente da un punto di vista estetico). Lì mi girano le palle e mi sembra di aver investito male il mio tempo e lavoro. Ma è una questione personale. Nonostante il monopolio nel decidere chi invitare non posso far sì che il mio giudizio diventi così determinante, soprattutto se un artista ha avuto un’idea diversa dalla mia. Sta tutto lì. Nel rispettare la visione dell’altro e fidarsi. E se c’è una cosa per cui devo ringraziare tutti gli artisti con cui lavoro è quella di aver dimostrato tanta pazienza quanta ne ho dimostrata io con loro. Ci siamo voluti bene in fondo, e non è sempre facile.

Grottaglie, la cittadina in cui si svolge il Fame Festival, si è trasformata da città nota per le sue ceramiche artigianali a città conosciuta internazionalmente per questo evento. Sei soddisfatto di questa evoluzione?

Ero dall’altra parte del mondo lo scorso dicembre e ho cercato Grottaglie su google per far vedere delle immagini ad un mio amico, con grande sorpresa mi sono accorto che le prime tre pagine di immagini erano solo di murales e cose del festival. Lì per lì ho sorriso.

Voci di corridoio dicono che questa sia l’ultima edizione del Fame Festival. Smentiscici.

Fame cosi com’è è prassi. C’è il rischio di annoiarsi e darlo per scontato. Se ci sarà la quinta edizione dovrà essere molto diversa. Che detta così dovrebbe preoccuparci un po’ tutti.

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