Operai d’anteguerra 9

di Dimitri El Madany

Segue da qui. Sciaguratamente siamo giunti all’ultimo atto di questa scoppiettante rubrica… In questa puntata: la “settimana rossa”; l’inettitudine di PSI e CGL; Mussolini espulso dal PSI; la campagna interventista; la Grande Guerra & much more!

La chiesa del Suffragio a Ravenna, saccheggiata durante la settimana rossa

Il 7 giugno 1914, alle porte della prima guerra mondiale, un comizio antimilitarista organizzato ad Ancona da Errico Malatesta e Pietro Nenni subì la carica della forza pubblica, che lasciò sul selciato tre giovani operai. Il giorno seguente PSI e CGL proclamarono lo sciopero generale nazionale, dando inizio a quella che sarebbe rimasta alla storia come la “settimana rossa”. Il partito ed il sindacato mancarono tuttavia di prendere in mano la situazione: la settimana rossa fu un vasto moto spontaneo, diseguale da città a città, cui mancò tanto la direzione politica quanto quella sindacale. Tali gravi carenze comportarono il fallimento immediato dei moti nel Mezzogiorno, a Roma, a Milano ed in molte altre città del settentrione. Lo sciopero fu invece compatto a Firenze, Torino, Parma e Napoli, città nelle quali si arrivò alle barricate e la forza pubblica intervenne sanguinosamente. Nelle Marche, in Romagna e specialmente nella Bassa ravennate la popolazione credette davvero di poter fare la rivoluzione: a Ravenna la forza pubblica rimase una settimana rintanata nelle caserme mentre la città era completamente in mano ai lavoratori. Nonostante la mobilitazione avesse raggiunto tali livelli, il 10 giugno la CGL – senza nemmeno interpellare il partito – ordinò a tutte le camere del lavoro locali di porre fine alle ostilità. Il PSI non ebbe del resto nulla da ridire e si guardò bene dal prendere in mano la situazione. Le masse scioperanti (soprattutto emiliane e marchigiane) gridarono al tradimento. Il moto popolare ricadde inevitabilmente su sé stesso, liberando il campo alla repressione poliziesca, nonché a facinorose reazioni extralegali, anteprime di squadrismo fascista1.

Il municipio di Alfonsine (Ravenna) dato alle fiamme

Non tardò comunque a formarsi il mito della rivoluzione fallita per un soffio. La mancanza di direttive ed organizzazione era imputabile, come abbiamo detto, sia al partito che al sindacato. Ma se dalla CGL, all’epoca a guida riformista, ce lo si poteva forse attendere, dal PSI ci si aspettava invece molto di più, poiché la direzione del partito era in quel momento dichiaratamente rivoluzionaria. La sterile inerzia del PSI testimoniava tutta la vuotezza della linea politica portata avanti da quell’abile parolaio che era Benito Mussolini. Ciò nonostante, la settimana rossa infuse alle masse una discreta coscienza della propria forza, e la fiducia della classe operaia nei propri organizzatori restò inaspettatamente alta. Lo dimostrarono i successi del PSI alle amministrative del luglio 1914, che videro i riformisti Emilio Caldara e Francesco Zanardi conquistare comuni importanti quali, rispettivamente, Milano e Bologna.

L’entrata in guerra dell’Italia segnò l’uscita definitiva di Mussolini dalla scena politica socialista. Dichiaratosi inizialmente neutralista convinto, in pochi mesi il futuro duce mutò radicalmente posizione e passò acrobaticamente all’interventismo militante, guadagnandosi prima la perdita dell’Avanti! – dal dicembre 1914 nelle mani di Giacinto Menotti Serrati – e poi l’espulsione dal PSI per indegnità politica e morale, comminatagli da Costantino Lazzari il 24 novembre 1914. Mussolini non fu comunque l’unico socialista ad appoggiare l’impresa bellica: molti altri membri del partito ed altrettanti sindacalisti rivoluzionari furono accaniti interventisti, ed alcuni sarebbero diventati presto fascisti.

Benito Mussolini

La linea generale del PSI di fronte alla guerra non fu priva di ambiguità, nonostante le masse contadine ed operaie d’Italia fossero decisamente contrarie al conflitto. La via aperta dalla famosa proposta di Lazzari “né aderire né sabotare” (16 maggio 1915) era a ben guardare contraddittoria2 e costrinse il partito in un sostanziale immobilismo. I nazionalisti contribuirono a spostare l’accento sul “non sabotare”, corredando la propria campagna interventista con frequenti violenze contro organizzazioni operaie, giornali socialisti e singoli rappresentanti neutralisti. Nonostante il pesante clima politico e di ordine pubblico – le scorribande nazionaliste erano consentite se non addirittura accompagnate dalla forza pubblica – i deputati socialisti furono gli unici, nella seduta che il 20 maggio 1915 proclamò la presa d’armi dell’Italia, a votare contro i crediti di guerra.

Alla Camera si urla "Viva la guerra! Viva l'Italia!"

Nell’estate 1915 il governo istituì la mobilitazione industriale: alla logorante guerra di trincea si affiancò la battaglia della produzione interna. La guerra costrinse l’industria italiana ad un enorme balzo in avanti3, con importanti conseguenze sulla classe operaia e sull’organizzazione sindacale. Gli stabilimenti “ausiliari” si moltiplicarono come funghi: da poco più di 200 che erano nel 1915 divennero quasi 2000 alla fine del conflitto. Più della metà di questi impianti era dislocata nel triangolo industriale: Milano Torino e Genova davano occupazione ad oltre il 70% degli addetti all’industria di guerra.

Il sindacato non ebbe vita facile durante la mobilitazione industriale. L’autoritaria sospensione di una conquista sindacale fondamentale quale il diritto di sciopero non impedì lo sviluppo di molteplici lotte parziali, spesso culminanti in esplosioni di piazza, come a Torino nell’agosto del 1917. Il numero di scioperi diminuì, ma crebbe la partecipazione operaia: durante la guerra ci furono meno scioperi ma più scioperanti. L’azione contrattuale divenne sempre più di categoria e meno di mestiere, nonché sempre più estesa a livello nazionale. Gli obiettivi della lotta – uno su tutti: la pace – furono più generali e condivisi rispetto agli anni precedenti, e dopo la guerra la classe operaia italiana sarebbe apparsa decisamente più omogenea rispetto al periodo prebellico.

Alla progressiva e sistematica introduzione delle macchine, che caratterizzò la pesante industria di guerra, si accompagnò la formazione di una vasta manodopera dequalificata, comprensiva di donne e fanciulli4, adatta ad eseguire compiti ripetitivi e relativamente elementari. Venne così a cadere il ruolo privilegiato che fino ad allora il capitalismo italiano aveva riservato alla figura dell’operaio di mestiere, altamente qualificato e specializzato nella sua particolare arte. Le federazioni di categoria (la FIOM per esempio) tendevano a concentrare l’azione rivendicativa sull’insieme dei lavoratori piuttosto che su gruppi di operai di mestiere. In precedenza si è visto come le rivendicazioni di queste figure avanzate non coincidessero con quelle delle grandi masse dequalificate, e come questo avesse costituito nei primi anni dello sviluppo industriale in Italia un problema per una linea unitaria di rivendicazioni operaie. Ebbene, nel momento in cui le macchine non richiesero più elevate abilità specifiche da parte degli operai, i privilegi dei vecchi mestieri vennero meno. Con la guerra si configurò finalmente in Italia un nucleo stabile di proletariato di massa relativamente omogeneo, unito da mansioni, conoscenze e condizioni di lavoro simili, propenso quindi a rivendicazioni ed obiettivi contrattuali e politici comuni.

Bisogna pur avere qualcosa da sparare!

Durante il conflitto il PSI iniziò la campagna per la pace, subito tacciata dai militaristi come disfattista; a questa accusa – che anticipava una tattica fascista – solo Serrati rispose con vigore, urlando a gran voce dalle colonne dell’Avanti! le ragioni socialiste della pace. In realtà la direzione del PSI non si contrappose con la necessaria energia né alla guerra, né a quei suoi membri che in sostanza la appoggiavano5, né alla sistematica politica antisocialista portata avanti dalle autorità. Quest’ultima ebbe modo di esplicarsi in varie occasioni. Oltre al suddetto appoggio alle bande nazionaliste, la forza pubblica fu impiegata in varie occasioni: nella repressione dello sciopero generale spontaneo scoppiato a Torino nel maggio del 1915 (bilancio: un morto e molti feriti); nell’arresto per “propaganda antibellica” dei dirigenti della Federazione giovanile socialista nel settembre del 1916; infine nella brutale reazione alle dimostrazioni sempre di Torino dell’agosto 1917.

In quell’anno sotto la Mole si miscelavano due componenti esplosive: da un lato la popolazione cittadina aveva ormai raggiunto il limite di tollerabilità alle ristrettezze della guerra, dall’altro la classe operaia più avanzata aveva maturato una decisa volontà rivoluzionaria. La rivolta che scoppiò spontanea il 21 agosto 1917 ebbe dunque un evidente carattere politico, nonostante sia il PSI che la CGL fossero nuovamente estranee alla mobilitazione e, più in generale, incapaci di assumere la guida delle masse che reclamavano la pace e volevano la rivoluzione. Alle barricate ed alle bandiere rosse l’esercito rispose con una violenza sanguinaria, tale da mettere in crisi i soldati stessi6. Alla fine i morti furono circa 50, affiancati da oltre 200 feriti e 177 operai inviati al fronte. A conclusione dei disegni repressivi dello stato, il 24 gennaio 1918 Lazzari e Nicola Bombacci, rispettivamente segretario e vicesegretario del PSI, vennero arrestati per disfattismo e condannati ad oltre 2 anni di reclusione.

La ritirata di Caporetto

La disfatta di Caporetto portò allo scoperto tutte quelle tendenze che erano rimaste adagiate nella linea immobilista: slittarono sul piano “nazionale” del sostegno all’intervento molti dirigenti riformisti della CGL, le amministrazioni socialiste di Bologna e Milano e lo stesso Turati. Queste conversioni all’interventismo ridestarono le polemiche tra i riformisti e l’ala rivoluzionaria, la quale al XV congresso del PSI (Roma, settembre 1918)7 confermò il proprio predominio e criticò duramente la condotta del gruppo parlamentare. Nel dicembre, mentre cominciava la smobilitazione dell’esercito, la direzione del PSI definì un programma massimalistico, i cui obiettivi principali erano la conquista del potere tramite l’instaurazione rivoluzionaria della repubblica socialista e la nazionalizzazione integrale dei mezzi di produzione. Soffiava il vento della Rivoluzione d’Ottobre, e si aprivano le porte al famigerato “biennio rosso”.

Ma questa è un’altra storia.

NOTE:

1 In particolare a Parma, Milano, Bologna, Venezia, Napoli, Roma e Firenze.

2 Unici contrari alla formula di Lazzari furono Fabrizio Maffi (che la guerra la voleva proprio sabotare) e Serrati.

3 In particolare i settori meccanico e metallurgico.

4 L’inesperienza della manodopera femminile e minorile portò ad un sensibile e drammatico aumento degli infortuni nelle fabbriche.

5 Tra le fila degli interventisti presto entrarono importanti quadri di riferimento del movimento operaio, uno su tutti il segretario confederale Rigola.

6 Di fronte alla resistenza disarmata delle donne torinesi che si aggrappavano alle ruote dei mezzi blindati, nonostante l’ordine di andare avanti ad ogni costo i soldati si fermarono, e testimoni dissero di averne visti alcuni in lacrime.

7 Tenuto in forma privata su ordine delle autorità, che in un primo tempo l’avevano addirittura vietato.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Manacorda Gastone: Il movimento operaio italiano attraverso i suoi congressi – Dalle origini alla formazione del Partito socialista (1853-1892); Editori riuniti 1971

Trevisani Giulio: Lineamenti di una Storia del movimento operaio italiano; vol. III: Dalla svolta liberale allo scioglimento della C.G.L.; Edizioni del Gallo 1965

Arfè Gaetano: Storia dell’Avanti!; Mondo Operaio Edizioni Avanti 1977

Candeloro Giorgio: Storia dell’Italia moderna; Feltrinelli 1956-1985, voll. V, VI e VII;

Della Peruta Franco (a cura di): Storia della società italiana; Teti Editore 1980-1987:

Degl’Innocenti Maurizio: La cooperazione dalle origini alla seconda guerra mondiale

Pepe Alfonso: Il sindacato dalle origini alla vigilia della seconda guerra mondiale (1880-1940)

Antonioli Maurizio: Il movimento operaio da Bakunin alla formazione del partito socialista

Ganci Salvatore Massimo: I Fasci siciliani

De Bernardi Alberto: Socialismo e movimento contadino

Barbadoro Idomeneo, Galbiati Piera: Il socialismo riformista

Favilli Paolo: La sinistra socialista

Alatri Paolo: L’interventismo e la guerra

Bezza Bruno: La mobilitazione industriale: nuova classe operaia e contrattazione collettiva

Informazioni su Dimitri

Braccia rubate all'agricoltura
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Operai d’anteguerra 9

  1. cooksappe ha detto:

    😮 quante info! interessante!

  2. flaviopintarelli ha detto:

    Grazie a nome della redazione. È stata un’operazione audace, ma ci tenevamo ad ospitare questa serie che abbiamo ritenuto importante fin da subito

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...