Operai d’anteguerra 8

di Dimitri El Madany

Segue da qui. In questa puntata: socialisti amici del re, Benito Mussolini direttore dell’Avanti!, la guerra di Libia del 1911, scissioni nel PSI e nella CGL, scioperi scioperi e ancora scioperi, soprusi di Stato & much more!

Un giovane (e socialista) Benito Mussolini

La tornata elettorale del marzo 1909 segnò un successo notevole per il PSI1, ma non cambiò la situazione politica, dato che maggioranza giolittiana rimaneva pressoché intatta. Ciò che stava mutando era invece l’equilibrio interno al movimento operaio. Nell’agosto del 1909 i sindacalisti rivoluzionari rientrarono nella CGL. All’XI congresso del PSI, svoltosi a Milano nell’ottobre del 1910, l’ala rivoluzionaria guidata da Costantino Lazzari – tra le cui fila fece la sua prima comparsa il delegato forlivese Benito Mussolini – si rivelò pressoché inconsistente, ma in compenso vennero allo scoperto le divergenze latenti all’interno della corrente riformista. Mentre la sinistra rivendicava l’esigenza di uscire dall’orizzonte troppo ristretto di una lotta esclusivamente economica, per affrontare invece i grandi temi politici (su questo punto battevano in particolare Anna Kuliscioff e Gaetano Salvemini), la destra uscì allo scoperto, esternando posizioni che di fatto liquidavano l’autonomia e lo stesso orizzonte socialista del partito, che Leonida Bissolati (da poco risalito alla guida dell’Avanti!) non esitò a definire addirittura un “ramo secco”.

Per il riformismo di destra l’unica strada percorribile dal proletariato era quella dell’inserimento nel sistema borghese: una politica di riforme sociali dagli orizzonti ristretti, tesa alla tutela degli interessi immediati della classe operaia tramite la collaborazione con la democrazia borghese e con il governo. Quest’idea del partito come “ramo secco”, da sostituirsi con un organismo nuovo e più adatto alle recenti condizioni politiche, faceva leva anche sulla tentazione che in quel periodo percorreva la dirigenza della CGL, la quale meditava di operare una svolta in senso laburista, vale a dire di sostituirsi al PSI nella rappresentanza politica dei bisogni immediati della classe operaia. La tentazione rimase tuttavia tale, ed il segretario confederale Rinaldo Rigola dichiarò al congresso che la CGL non si sentiva in grado di sostituire il PSI. Grazie all’appoggio sindacale, Turati riuscì ad evitare lo scontro delle tendenze ed a mantenere unito il fronte riformista, conservandone il ruolo di leader. Il suo rammendo era però destinato a scucirsi molto presto. Lo strappo avvenne nel marzo del 1911, quando Bissolati, che pure aveva rifiutato il portafoglio dell’Agricoltura propostogli da Giolitti, accettò l’invito di Vittorio Emanuele III a recarsi al Quirinale, infrangendo la consueta ostilità socialista nei confronti dell’istituzione monarchica. L’evento destò vastissime proteste e polemiche tra i membri del PSI – rivoluzionari e non – ed esplicitò ulteriormente la propensione della destra riformista ad accostarsi al potere.

L'alta guida: sua maestà Vittorio Emanuele III (nel mezzo)

La contestazione a Bissolati fu l’inizio di una forte ripresa della corrente rivoluzionaria, concretizzata da principio in una rinnovata attività di stampa. La Soffitta, settimanale fondato da Costantino Lazzari il 1° maggio 1911, intraprese un’aspra campagna antiriformista contro l’appoggio al governo Giolitti. Lazzari previde assai acutamente che la ripresa della politica delle riforme sarebbe stata accompagnata da un’impresa coloniale in Tripolitania e Cirenaica, ed i fatti gli diedero ragione. Colti di sorpresa dai preparativi militari dell’estate, PSI e CGL proclamarono per il 27 settembre 1911 – non senza esitazioni e contrasti – uno sciopero generale di protesta. Questo si tradusse però in un sostanziale insuccesso, fatto che fornì all’ala rivoluzionaria altri innumerevoli spunti di critica della dirigenza riformista. Del resto, la destra del partito era contraria all’impresa libica non per motivi di principio, ma solo perché a suo avviso si trattava di una mossa che danneggiava la posizione internazionale dell’Italia. Ai primi di ottobre, mentre le truppe Italiane sbarcavano a Tripoli, la fine dell’egemonia riformista era ormai imminente.

Una scena della guerra di Libia, 1911

Il congresso straordinario di Modena, tenutosi a ridosso dello scoppio delle ostilità, fu in questo senso un congresso di crisi: esso sancì l’irreversibile frattura del fronte riformista e decretò la rinascita della corrente rivoluzionaria, la quale contandosi scoprì di detenere la maggioranza relativa. I riformisti di destra continuarono sulla loro strada, rompendo ogni vincolo di disciplina ed operando di fatto una scissione, che venne ufficializzata l’anno seguente. Turati invece si rese conto che con l’impresa di Tripoli finiva l’epoca della collaborazione di classe a fini proletari, ossia veniva meno il sostrato stesso del riformismo2. Assieme alla sinistra riformista, Turati iniziò una serrata campagna antitripolina, che guadagnò crescenti consensi nelle sezioni di base del partito e del sindacato. Il 23 febbraio 1912 il parlamento discusse l’annessione della Libia; pubblicamente tutti i deputati del PSI si dichiararono contrari, ma nel segreto dell’urna ben tredici votarono a favore. Il fatto destò sospetti ed irritazioni nella base del partito, mentre la tensione veniva accentuata dalla propaganda rivoluzionaria. Il 14 marzo tre riformisti di destra – Bissolati, Ivanoe Bonomi ed Angelo Cabrini – si recarono al Quirinale per congratularsi col re che era scampato ad un attentato. La goccia fece traboccare il vaso. La frazione rivoluzionaria si compattò senza ulteriori indugi intorno alla richiesta di espulsione immediata dal partito dei suddetti tre.

Il XIII congresso del PSI tenutosi a Reggio Emilia nel luglio del 1912 segnò una svolta decisiva nella storia del socialismo. In quella sede si affermò l’egemonia della corrente rivoluzionaria sul movimento operaio italiano. Era il punto d’approdo di dodici anni di riformismo: un naufragio definitivo. L’ordine del giorno – redatto da Benito Mussolini – espulse dal partito Bissolati, Bonomi e Cabrini. Fu eletta una direzione composta interamente da elementi rivoluzionari. Segretario venne eletto Costantino Lazzari, il quale in novembre affidò la direzione dell’Avanti! Al giovane Mussolini. I riformisti espulsi costituirono il Partito Socialista Riformista Italiano, il quale, come aveva previsto Turati, rimase una formazione prevalentemente parlamentare, con seguito scarsissimo e per giunta clientelare tra le masse socialiste.

La scissione, che nel partito era avvenuta verso destra, si manifestò anche all’interno dell’organo sindacale, qui però verso sinistra: nel novembre del 1912 i sindacalisti rivoluzionari decisero per la seconda volta di uscire dalla CGL e fondarono a Modena l’ Unione Sindacale Italiana (USI). Tale scelta fu la conseguenza della crisi in cui la Confederazione si era venuta a trovare di fronte al ciclo di grande conflittualità che, dopo un relativo ristagno dal 1907 al 1910, iniziò con gli scioperi dei metallurgici e degli automobilistici milanesi e torinesi3 nel 1910/11, e culminò nello sciopero generale nazionale dell’agosto del 1913. Si trattava di una vera e propria offensiva padronale, tesa a smantellare l’organizzazione operaia, ad imporre unilateralmente le condizioni di lavoro ed i livelli retributivi, a ridurre al minimo la già scarna legislazione sociale. L’arma di lotta prediletta dai sindacalisti rivoluzionari era, come si è già detto, lo sciopero. E di scioperi fu infatti costellato il 1913, molti risolti con la forza dalle autorità: nel solo mese di gennaio si contarono ben tre eccidi4 con sette morti e numerosi feriti. All’interno del movimento l’indignazione era generale. Mussolini pubblicò sull’Avanti! l’articolo Assassinio di Stato!, che segnò l’inizio di una violentissima campagna antigovernativa. Il futuro duce ambiva allora a conquistare un ruolo di guida all’interno del PSI e di tutto il movimento operaio, e per far ciò conferì un tono violentemente rivoluzionario all’Avanti!, con il fine di fomentare il malcontento delle masse lavoratrici deluse da anni di cauto riformismo. Mussolini rinnovò l’organo di stampa del PSI, aprendolo ad elementi giovani (come Amadeo Bordiga) e rigorosamente critici verso il riformismo (come Arturo Labriola), e lo tinse di una sorta di rivoluzionarismo sbrigativo, il quale esasperava le masse senza però indirizzarle verso obiettivi concreti e realmente praticabili. La vacuità di tale operazione venne criticata aspramente da Giacinto Menotti Serrati, che pure era un esponente di primo piano della corrente rivoluzionaria.

Giacinto Menotti Serrati (a sinistra) insieme a Lev Trockij

Nel marzo 1913 il PSI e la CGL minacciarono lo sciopero generale qualora si fosse verificato un altro eccidio; tale presa di posizione giovò alle lotte che si accentuarono di lì a poco, nelle quali il padronato non poté contare sull’aiuto del governo, teso a scongiurare il blocco del paese. Risultarono quindi vittoriosi gli scioperi degli automobilistici di Torino, organizzati dalla FIOM, e di Milano, diretti dall’USI; ottennero i loro obiettivi le agitazioni dei braccianti mantovani e dei muratori emiliani. Se il governo non voleva reprimere, poteva però sempre arrestare: ai sindacalisti rivoluzionari catturati durante l’organizzazione dello sciopero dei metallurgici di Milano vennero inflitte pene spropositate. L’USI insorse in difesa dei suoi elementi e proclamò insieme alla Camera del Lavoro di Milano lo sciopero generale cittadino. L’azione venne tuttavia sconfessata dalla CGL, e Mussolini sull’Avanti! si scagliò contro Rigola, costringendolo alle dimissioni (poi rientrate nel settembre).

Il 4 luglio 1913 l’USI prospettò nuovamente lo sciopero generale nazionale. Nonostante la segreteria del PSI avesse sconfessato il progetto, in agosto i sindacalisti rivoluzionari lo misero in atto. Lo sciopero generale proclamato dall’USI si risolse in un fallimento, macchiato per giunta dalla morte di un lavoratore caduto sotto il fuoco della truppa. In questo clima a dir poco vivace si tennero le elezioni politiche generali, che furono caratterizzate dall’alleanza di Giolitti con i cattolici (patto Gentiloni) e dalla violenza, dalla sopraffazione, dall’abuso dei poteri dello Stato, impegnato a combattere ovunque le candidature socialiste. Ciò nonostante, il PSI registrò un importante successo5. Nel 1914 il XI congresso del PSI (Ancona) confermò il predominio dell’ala rivoluzionaria, ed il IV congresso della CGL (Mantova) ribadì l’orientamento riformista del sindacato. Tutte le contraddizioni ed i limiti degli orientamenti dei due maggiori organi del movimento operaio sarebbero emersi in modo chiaro ed al tempo stesso drammatico durante quell’insieme di agitazioni proletarie che passò alla storia col nome di “settimana rossa”, di cui vi parleremo nella prossima, ultima puntata…

NOTE:

1 I deputati del PSI passarono da 26 a 42.

2 Riformismo di cui comunque Turati ribadì la cittadinanza all’interno del movimento socialista.

3 Sconfitti dalle serrate padronali furono anche i vetrai, i minatori dell’Elba i siderurgici di Piombino nell’estate 1911.

4 Nel Parmense, nel Ragusano ed a Roccagorga, dove la forza pubblica mitragliò anche un bambino di 5 anni.

5 Passò da 42 a 57 seggi, ricevendo in totale 883.409 voti su un elettorato di 8.443.205 iscritti.

Informazioni su Dimitri

Braccia rubate all'agricoltura
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