Operai d’anteguerra 7

di Dimitri El Madany

Segue da qui. In questa puntata: il primo sciopero generale nella storia d’Italia; la FIOM e la nascita della Confederazione Generale del Lavoro (CGL); sindacalismo rivoluzionario vs riformismo; crisi economica, scioperi & much more!

Il congresso fondativo della CGL

Le sconfitte ed il riflusso delle lotte operaie nel 1903 avevano messo in crisi la funzione protettrice del riformismo. La linea di appoggio al governo aveva palesemente fallito. La strategia di fondo della politica riformista si era manifestata per ciò che era: una sterile attesa. In nome di un presunto realismo, il PSI aveva ridimensionato gli obiettivi della classe operaia, rinviandoli millenaristicamente al momento in cui un ipotetico governo liberale e progressista, garantendo libertà democratiche e sviluppo economico, avrebbe portato la situazione italiana ad essere matura per la rivoluzione socialista. Non stupisce quindi che la maggioranza delle forze di sinistra si riconoscessero in quello che ormai era definibile come sindacalismo (o socialismo) rivoluzionario.

Questa tendenza trovò un leader ed una prima espressione teorica1 in Arturo Labriola, il quale era influenzato da vecchi motivi anarchici ed operisti, nonché dal sindacalismo francese e dal pensiero di Georges Sorel. Cardine del sindacalismo rivoluzionario – che pure non fu mai una teoria organica e compiuta – era l’azione diretta del proletariato sul terreno sindacale, mediante lo sciopero.

All’VIII congresso del PSI, tenutosi a Bologna nell’aprile del 1904, per la prima i riformisti vennero messi in minoranza, a vantaggio di una coalizione formata da un lato dai rivoluzionari di Labriola e dagli operaisti di Lazzari, e dall’altra dagli intransigenti di Ferri. Quest’ultimo, che pure si proclamava rivoluzionario, propose tuttavia un’istanza centrista, tesa prima di tutto a mantenere l’unità del partito. Nessuna delle due correnti era in realtà abbastanza forte e numerosa da poter egemonizzare il PSI, tentando una scissione. Eppure il partito uscì da Bologna profondamente diviso, lasciando tutti nell’incertezza, tanto che per qualche mese il dibattito stagnò.

Andava invece riprendendosi la lotta sindacale. Già dopo i morti di Torre Annunziata (31 agosto 1903), la Camera del lavoro di Monza dichiarò necessario rispondere ai ripetuti eccidi proletari con uno sciopero generale. Tali dichiarazioni non impressionarono il padronato, che proseguì con la linea dura: in maggio l’intervento delle guardie contro i braccianti in sciopero a Cerignola (Fg) provocò numerosi feriti e tre morti; agli inizi di settembre altrettanti minatori sardi caddero sotto il fuoco della truppa a Buggerru presso Cagliari. La brutale repressione colpì fortemente l’opinione pubblica e suscitò grande indignazione nel movimento operaio, che decise di indire uno sciopero generale di protesta. La direzione del PSI era contraria ad un’azione simile, e la cosa non ci stupisce. Un nuovo grave eccidio fece tuttavia precipitare ogni moderazione: il 14 settembre a Castelluzzo la forza pubblica non esitò a sparare sulla folla di contadini, lasciando sul selciato due morti. L’indomani stesso, la Camera del lavoro di Milano – controllata dai socialisti rivoluzionari – proclamò lo sciopero generale.

Il 16 settembre 1904 l’Italia sperimentò il primo sciopero generale della sua storia. La mobilitazione partì dai centri industriali del nord, per poi dilagare in tutto il paese, fino a spegnersi del tutto il 22 settembre. L’agitazione partì dal basso e venne promossa dalle varie camere del lavoro, mentre sia il partito che il Segretariato della resistenza rimasero estranei a qualsiasi tentativo direzionale. I riformisti erano contrari allo sciopero generale ed assai preoccupati dal il suo rapido dilagare. I rivoluzionari invece erano comprensibilmente entusiasti della mobilitazione, e puntarono a protrarla fino a costringere Giolitti alle dimissioni. Lo statista diede però prova di grande abilità, rispondendo con la massima cautela alle migliaia di lavoratori scese in piazza, limitando al minimo l’uso della forza e controllando così il naturale riflusso della protesta.

Politicamente, lo sciopero non ottenne alcun risultato – in particolare nessun provvedimento fu preso perché cessasse la reazione sanguinosa, soprattutto nel Mezzogiorno – ma dimostrò la notevole capacità di organizzazione operaia raggiunta dalle camere del lavoro. La paura che esso destò in ampi strati della borghesia – la quale mai aveva sospettato che i lavoratori potessero di fatto paralizzare la vita del paese – accrebbe nell’opinione pubblica la diffidenza verso i socialisti. Ciò nonostante, il PSI raccolse alle elezioni del 6 novembre 1904 ben il 20% dei voti, con una notevole vittoria dei riformisti2.

La bandiera della FIOM di Luino (Varese), 1911

A seguito dello sciopero generale, nella classe operaia si diffuse il rancore verso la dirigenza riformista, che aveva sostanzialmente avversato lo sciopero. Di conseguenza, il sindacalismo rivoluzionario conobbe un grande sviluppo tra le masse dei lavoratori, per le quali tuttavia non riusciva ad essere realmente una guida, a causa della scarsa chiarezza dottrinaria che lo contraddistingueva. Al congresso congiunto delle camere del lavoro e delle federazioni di mestiere, tenutosi a Genova nel gennaio del 1905, le posizioni riformiste prevalsero ancora su quelle rivoluzionarie. Ma ben presto i rapporti di forza si invertirono.

In febbraio si accese una nuova agitazione dei ferrovieri, in risposta ad un progetto di legge che negava ai lavoratori dei servizi pubblici il diritto di sciopero. I dipendenti si opposero dapprima con l’ostruzionismo – che gettò nel caos la rete ferroviaria – e poi con lo sciopero generale. Di nuovo venne a mancare la solidarietà del Segretariato della resistenza, e per questo lo sciopero dei ferrovieri fallì, non senza spargimenti di sangue3. Violentissime polemiche investirono il Segretariato, la cui dirigenza fu costretta alle dimissioni e sostituita da sindacalisti rivoluzionari. Ma l’organismo era ormai decotto, ed i nuovi dirigenti non seppero trovare il modo di renderlo un effettivo centro di direzione operaia.

L’incapacità di organizzare efficacemente ed unificare il movimento sindacale comportò anche per i rivoluzionari un brusco calo di consensi, nonché la perdita di posizioni strategiche, prima fra tutte la direzione della Camera del lavoro di Milano, che nel 1906 passò ai riformisti. In quello stesso anno la corrente riformista riuscì dove i rivoluzionari stavano fallendo, ed il 2 ottobre 1906 venne fondata la Confederazione Generale del Lavoro (CGL), che riuniva tutte le federazioni professionali e le camere del lavoro aderenti. Colti alla sprovvista, i sindacalisti rivoluzionari abbandonarono la sede costitutiva, senza però formulare un programma sindacale alternativo, accontentandosi di mantenere le pur importanti camere del lavoro da loro controllate. La nascita della CGL segnò la vittoria del riformismo in campo sindacale: una linea fatta di conquiste graduali e contratti collettivi, di obiettivi tesi a migliorare e tutelare le condizioni del lavoro dentro le fabbriche. La Confederazione fu fortemente voluta soprattutto dalla Federazione Italiana Operai Metallurgici (FIOM), che nel maggio 1906 a Torino aveva ingaggiato e vinto una lunga lotta4 per la giornata lavorativa di 10 ore, terminata con uno sciopero generale esteso a Milano, Bologna, Roma ed altre città, costellato come al solito di gravi conflitti tra lavoratori e forze dell’ordine.

Il barone Sidney Sonnino

Se il sindacalismo rivoluzionario era in crisi, nel PSI le cose non andavano molto meglio.

Sotto la guida di Enrico Ferri – che pure in passato aveva più volte criticato la linea di appoggio al governo – il gruppo parlamentare del PSI votò la fiducia al gabinetto di centro-destra guidato da un reazionario come Sidney Sonnino (8 febbraio 1906). L’inspiegabile mossa segnò il definitivo declino di Ferri all’interno del socialismo italiano, e venne corretta poco dopo, quando una trentina di onorevoli socialisti si dimisero in segno di protesta contro gli eccidi proletari5 verificatisi durante lo sciopero generale di maggio. Il mancato appoggio dei socialisti provocò la caduta di Sonnino e l’inizio del “lungo ministero Giolitti”.

Il IX congresso del PSI (Roma, ottobre 1906) segnò un sostanziale ritorno dell’egemonia riformista. Si impose una nuova linea, detta integralista, che proponeva un’eclettica riconciliazione di destra (riformisti) e sinistra (rivoluzionari, intransigenti), ma che in realtà non era altro che un riformismo camuffato. L’integralismo funse da rete per molti pesci indecisi e catalizzò i timori per le sorti dell’identità socialista, che secondo molti era messa in pericolo dal sindacalismo rivoluzionario. Quest’ultimo era ormai percepito come un corpo estraneo al PSI, ed infatti nel 1907 i sindacalisti rivoluzionari uscirono ufficialmente dall’alveo del socialismo, proclamando la scissione prima dal PSI (luglio) e poi dalla CGL (novembre). I fuoriusciti costituirono il Comitato nazionale della resistenza, che restò tuttavia un entità pressoché astratta. I riformisti tornarono così alla guida del partito e della maggior parte dei sindacati, ristabilendo l’egemonia sull’organizzazione e la politica di gran parte del movimento operaio italiano.

Tuttavia, proprio nel momento in cui il riformismo tornava egemone, i suoi presupposti (borghesia illuminata, sviluppo economico, libertà democratiche) iniziarono a sgretolarsi: il 1907 segnò la fine di quello che per l’Italia era stato un periodo di continua e sostenuta crescita economica. Di lì a poco sarebbe partito un attacco frontale ai lavoratori di tutte le categorie. Le organizzazioni padronali, che da sempre cercavano con la massima energia di impedire l’interferenza dei sindacati nella vita di fabbrica, avrebbero sfruttato a loro favore le tendenze riformiste delle federazioni professionali e della CGL. Gli industriali in particolare ambivano a risolvere i conflitti del lavoro con trattative di vertice6.

Tessera del PSI, 1905

Nell’ottobre del 1907, PSI e CGL sedarono le loro divergenze, definendo le rispettive funzioni e le aree di competenza: al partito spettava l’azione politica, al sindacato la direzione degli scioperi. Il 1907 registrò il culmine di un’ondata di scioperi che nel complesso risultò addirittura superiore, per numeri ed intensità, alle lotte di inizio secolo. La lotta di classe andava intensificandosi maggiormente nel settore industriale, ma nonostante ciò quel 1907 vide ancora imponenti scioperi contadini. A causa della rivalità interna al movimento sindacale, molti scioperi organizzati da camere del lavoro di orientamento rivoluzionario non godettero dell’appoggio della riformista CGL, e per questo fallirono. Emblematici in questo senso furono due episodi. A Milano lo sciopero dei gasisti (11 ottobre 1907) venne sostenuto dalla Camera del lavoro meneghina (che pure rivoluzionaria non era più), la quale rispose al fuoco dei carabinieri con la proclamazione dello sciopero generale, che tuttavia fallì, poiché la CGL ed il PSI non lo appoggiarono. A Parma lo sciopero dei braccianti (1° maggio 1908) cozzò come sempre contro la repressione poliziesca, ma soprattutto contro gli errori della dirigenza sindacalista rivoluzionaria ed il mancato aiuto da parte della CGL: tre mesi di lotta eccezionalmente compatta e combattiva finirono con una pesante sconfitta.

Il X congresso del PSI (Firenze, settembre 1908) vide i riformisti riprendere ufficialmente la direzione del partito. Il sindacalismo rivoluzionario venne dichiarato incompatibile con i principi ed i metodi del socialismo; lo sciopero generale fu dichiarato extrema ratio: un’arma pericolosa, da usare solo quando ogni altro mezzo fosse fallito. Durante i lavori, Gaetano Salvemini criticò l’impostazione eccessivamente settentrionalistica7 del partito e della CGL, e sostenne la necessità del suffragio universale. La direzione dell’Avanti! venne riconsegnata a Leonida Bissolati.

NOTE:

1 Nel febbraio 1904 Arturo Labriola pubblicò Riforme e rivoluzione sociale, in cui racchiuse i capisaldi dell’agire sindacalista rivoluzionario.

2 In realtà in quella tornata elettorale il PSI perse 4 seggi, ma grazie all’allargamento dell’elettorato aumentò i consensi assoluti. Dei 29 deputati socialisti eletti, uno solo era sindacalista rivoluzionario.

3 A Foggia la forza pubblica uccise 3 ferrovieri e ne ferì molti altri.

4 Nell’occasione la FIOM raggiunse obiettivi avanzatissimi, primo fra tutti il salario minimo.

5 Non che ciò servisse a qualcosa. Oltre ad essere subito rieletti, i deputati socialisti non evitarono il proseguire dei fatti di sangue: solo nel maggio 1906 si ebbero 11 morti in Sardegna e violenze in tutta Italia. A Bologna contro gli scioperanti vennero costituite delle squadre private di repressione, embrioni delle squadracce fasciste.

6 La Confederazione Italiana dell’Industria risale al 1910.

7 Era la prima volta che in un congresso socialista veniva posta la questione meridionale.

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Braccia rubate all'agricoltura
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