INTERLINEA ƒ64: Mekmetal Spa

È chiamata interlinea la distanza verticale che intercorre tra la linea di base di una riga e quella della riga successiva.

È chiamata focale 64 (ƒ64) la minima apertura di diaframma nello scatto di una fotografia ed il conseguente valore massimo di profondità di campo.

La rubrica Interlinea ƒ64 nasce dalla collaborazione tra La Rotta per Itaca e Scrittori precari: una volta al mese, uno scrittore, leggendo tra le righe di una fotografia, ci ha raccontato una storia in profondità di campo.

Quello che segue è il quarto e (per adesso) ultimo racconto in vista della pausa estiva.

di Nadia Turrin da una foto di Andrea Pozzato

I muri esterni della Mekmetal Spa sono gli stessi da decenni. Scrostati, incolori, con crepe profonde attorno alle finestrelle, e le centraline della corrente elettrica circondate da inquietanti cavi scoperti e tubi marci di umidità.

«Perché cazzo il sig. Weiner non mette a posto quei cavi, con tutti i soldi che ha?» si chiedono da anni in molti, passando davanti a quei muri.

E da anni c’è sempre qualcuno che replica : «È da tanto che il sig. Weiner vuole rifare tutto, ma poverino, ne ha sempre una. Prima ha dovuto investire nello stabilimento in Romania, che se no non ce l’avrebbe più fatta coi costi di produzione di Bolzano. Poi sono arrivati i cinesi a fare concorrenza. Adesso c’è la CRISI. Poverino!» In ogni caso, ad ogni tornata di licenziamento di massa qualche operaio si è suicidato, mentre il sig. Weiner è sempre vivo. Sarà.

Anche i miei genitori sono della fazione pro-signor Weiner.

«Lavora da quarant’anni senza mai fermarsi un giorno, poverino!» sentenzia mio padre. Io non capisco. Anche lui lavora da quarant’anni come elettricista e ha una Seicento, mica una Pors come il sig. Weiner chiama la sua auto. E mia madre compra i vestiti al mercato, altro che la sig.ra Wanda Weiner, sua moglie, che si è rifatta ogni parte ritoccabile chirurgicamente del proprio corpo e presenta un colorito ocra-ramato da sovraesposizione da lampade UVA.

«Non è la stessa cosa. Il sig. Weiner è stato bravo, ha avuto il coraggio di rischiare e mettersi in proprio ed è stato premiato. Non come me che non ho mai osato fare niente da solo,» sospira mio padre. Sarà.

Denis, il mio ragazzo, lavora da tre anni all’ufficio logistico della Mekmetal Spa. Ha fatto una carriera da far rodere il culo a qualsiasi altro venticinquenne: in poco tempo ha dato prova di grandi capacità tanto che hanno mandato il suo vecchio capo in pre-pensionamento. È stata un’idea del Sig. Weiner che, dovendo ridurre il personale per la crisi, ha preferito investire in una risorsa giovane. È veramente ammirevole, in un paese di vecchie cariatidi come l’Italia.

Anche la sig.ra Wanda adora Denis: «Ti voglio bene come ad un figlio,» gli ha detto di fronte a tutti all’ultima cena aziendale.

Oggi è il mio primo giorno alla Mekmetal. Ho fiancheggiato il vecchio muro fatiscente e sono sulla soglia del cancello di ferro battuto, enorme, massiccio, nero.

Il mio ingresso nel mondo del lavoro, dopo tre anni di Economia e Commercio. Entro dal portone principale. Sono felice! Ho un contratto a tempo indeterminato con Mekmetal, una delle più grosse aziende metalmeccaniche della ricchissima Bolzano, con esportazioni in tutto il mondo. Tutto questo grazie a Denis, il mio amore. Si è battuto per farmi avere questo contratto.

«Non potevo certo sopportare di lavorare in un posto dove la mia ragazza fosse stata precaria,» mi ha confessato.

Sono all’ufficio Amministrazione Vendite, e c’è tanto, troppo lavoro. Siamo in tre. Per registrare tutte le fatture non prendo mai pause, spesso salto anche quella per il pranzo e, siccome il sig. Weiner, poverino, non puo’ permettersi di pagare straordinari, alle sei di sera timbro il cartellino e poi mi rimetto al lavoro, almeno fino alle sette e mezza.

La mia capo-ufficio, Christine, una bionda teutonica con scollature da porno-star, ogni giorno alle quattro e mezza se ne va, lasciando il suo lavoro da finire a me e Nicole, l’altra collega. Per carità, io non mi lamento, anzi, come dicono i miei genitori, ringrazio Dio che ho un lavoro, però non capisco: Denis, in quanto responsabile, lavora spesso fino a tardi, a volte anche di notte e il week-end (i camion arrivano a qualsiasi ora), e questa valchiria invece, proprio perché responsabile, se ne va alle quattro e mezza.

«Diversa organizzazione del lavoro,» mi dice Denis. Sarà.

La sua soddisfazione personale sembra aumentare in base al numero di ore lavorate. «Questa settimana ho lavorato 56 ore!» mi dice, con il petto gonfio di orgoglio e un’espressione da super-eroe stampata sul viso.

Per me non è così. Io mi sento solo tanto stanca. Non sarò mai promossa a responsabile come lui.

Ieri ho chiesto a Nicole: «Tu lavori qui da vent’anni, come fai a sopportare di vedere questa ragazzotta bionda che ti comanda ed esce alle quattro e mezza, prendendo il doppio del tuo stipendio?»

E lei mi ha risposto: «Lo sopporto perché ringrazio Dio che ho un lavoro e dovresti farlo anche tu».

Il mio rapporto con Denis è cambiato.

«È un gran bravo ragazzo, serio, responsabile, gran lavoratore, e dovresti soloringraziare Dio che te lo ha fatto incontrare,» tuona mia madre.

Lo so che tutte le ragazze di Bolzano mi invidiano. Denis a 25 anni ha il Rolex al polso, camice firmate e ha comprato la casa dove viviamo da un anno. Non mi manca niente, non pago nemmeno le bollette. Eppure, oltre i regali e le cene di sushi, non c’è niente nel nostro rapporto. La televisione scandisce ogni momento del nostro tempo e le nostre parole gravitano attorno agli ordini di viti, dadi e bulloni.

Persino quando usciamo con gli amici, le conversazioni si focalizzano sulla Mekmetal, o sulla macchina nuova che si comprerà Denis, o sugli abbonamenti della televisione satellitare.

Io mi sento la segretaria che lavora all’ombra del grande manager. Nonostante le mie dodici ore giornaliere, non mi è stato mai pagato un solo euro di straordinario, e non mi è mai stato fatto un minimo complimento.

«Beh, ma tu sei all’inizio, questa è la gavetta. E poi sei donna, è tutto molto più difficile. Intanto ringrazia Dio che hai un lavoro».

***

Domani mi dimetterò dalla Mekmetal. Sto aspettando Denis per dirglielo. Anche stasera fa tardi al lavoro. Gli devo dire che lascerò anche lui. Non lo amo più.

Oggi quel sistema si schiavizzazione e annullamento delle individualità ha raggiunto una vetta da cui si intravedono solo baratri senza speranza.

Ho osato chiedere le ferie gli stessi giorni in cui le aveva prese Christine. Erano anche gli stessi giorni in cui le avevano concesse a Denis, e lui non poteva cambiarli. Le ho chiesto se potevo prendere qualche giorno durante le sue due settimane, per stare un po’ con Denis, secondo me ci saremmo potute accordare senza problemi.

A Christine è scoppiata in una crisi di nervi: «Tu sei l’ultima arrivata e vuoi accordarti per le ferie con me??!!??Tu non sai proprio un cazzo di come vanno le cose nelle aziende! Sai quanti anni ho dovuto aspettare io per prendere le ferie quando cazzo pareva a me???CINQUE!!!E tu ti credi chissà chi solo perché sei laureata e raccomandata??!!»

Sono uscita immediatamente dalla Mekmetal, dodici ore di lavoro al giorno non pagate per sentirsi dare della raccomandata. Ho chiamato Denis, e lui mi ha risposto che effettivamente la prassi di tutte le aziende è dare priorità all’anzianità aziendale per le ferie, anche se non è giusto. Christine, entrata ormai perfettamente nell’ottica Mekmetal aveva ragione. Dovevo solo portare un po’ di pazienza. E ringraziare Dio che avevo un lavoro. Ho attaccato il telefono e spento il cellulare.

Adesso è l’una e Denis ancora non si vede. Una delle sue solite nottate al lavoro.

Squilla il mio cellulare. È un numero sconosciuto, strano, potrebbe essere Denis?

***

Estratto di un articolo del “Giornale di Bolzano” del 25 gennaio 2011:

«Nella notte tra il 23 e il 24 Gennaio 2011 sono morti in una drammatica uscita di strada i coniugi Weiner, molto conosciuti perché proprietari della fabbrica Mekmetal Spa, assieme a loro due dipendenti, Denis Kroening e Christine Garther. Ancora sconosciute le cause dell’incidente, anche se si presume sia stato l’ asfalto ghiacciato assieme alla guida in stato di ebbrezza. I quattro tornavano infatti dal Prime, locale per scambisti dove avevano trascorso la serata. Da tempo si vociferava fra i cittadini di Bolzano sulle presunte relazioni omosessuali di Sandro Weiner con Denis Kroening e di Wanda con Christine».

Informazioni su El_Pinta

Semiologo dilettante, spettatore ostinato, saggista crossmediale, teorico poststrutturalista.
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