Operai d’anteguerra 6

di Dimitri El Madany

Segue da qui. In questa puntata: Giolitti non mantiene le promesse; la lotta dei ferrovieri; federazioni di mestiere e camere del lavoro; Salvemini e la questione meridionale; gli eccidi del 1903 & much more!

Gaetano Salvemini

Già nel 1902 tutti i buoni propositi di Giolitti si rivelarono effimeri: la svolta liberale altro non era che una serie di concessioni rilasciate dalla borghesia, e non poteva estendersi tanto da mettere in pericolo la stessa classe sociale che se ne faceva promotrice. La resistenza padronale si fece più dura soprattutto al sud, dove più stretti erano i legami tra autorità e classe dominante, e dove quindi la difesa dell’ordine pubblico si confondeva spesso con la difesa degli interessi della borghesia terriera. Scioperi vennero stroncati nel sangue nel Barese, nel Foggiano e nel Ragusano. In Val padana le organizzazioni bracciantili del Mantovano, del Polesine, del Ferrarese e del Piacentino vennero sconfitte dalla controffensiva padronale dopo lunghissime lotte.

I limiti della svolta liberale si palesarono anche nel comportamento che agli inizi del 1902 Giolitti tenne nei confronti dei ferrovieri. Fermamente contrario al diritto di sciopero per i dipendenti pubblici, il ministro dell’interno rispose alle richieste della categoria con la minaccia di militarizzazione, accompagnata con l’esempio della repressione del contemporaneo sciopero dei gasisti torinesi. I ferrovieri non si lasciarono intimidire, e il 4 marzo entrarono in sciopero1, paralizzando il servizio ferroviario e gettando nel caos più totale vaste aree del paese. In cambio della revoca dello sciopero, Giolitti accettò quasi tutte le rivendicazioni della categoria.

L’Avanti! esaltò la vittoria operaia, sulla quale l’influsso del PSI era stato affatto nullo. Il partito era diviso. Da un lato la linea del ministerialismo, sostenuta dalle organizzazioni contadine nella volontà di conservare la neutralità statale di fronte alla reazione agraria; dall’altro l’intransigenza del proletariato industriale, non disposto a sorvolare la gravità della condotta giolittiana nei confronti dei ferrovieri. L’esigenza di contrastare la repressione nelle campagne portò il gruppo parlamentare socialista a rinnovare la fiducia al governo (13 marzo 1902). La neutralità proclamata da quest’ultimo non venne tuttavia perseguita, e la reazione padronale inflisse gravissimi colpi al movimento contadino socialista nel nord2. Il Mezzogiorno non da meno fu anch’esso teatro di una repressione sanguinaria. Ciò dimostrò alle organizzazioni sindacali come gli agrari potessero vincere importanti battaglie anche con un governo dichiaratamente neutrale di fronte ai conflitti di lavoro. Un governo sostenuto dai socialisti si era rivelato meno utile del previsto.

Giovanni Giolitti

Le agitazioni operaie del 1901 furono in gran parte spontanee. Meno di un quarto degli scioperi industriali vennero diretti da organizzazioni socialiste, la maggioranza fu guidata da commissioni di lotta elette tra gli stessi scioperanti. Già l’anno dopo però, più di metà degli scioperi di fabbrica furono diretti da organizzazioni di lotta aderenti a camere del lavoro o federazioni di mestiere. Queste erano le due forme che il movimento sindacale aveva assunto in Italia, sull’onda delle agitazioni di inizio secolo.

Le federazioni di mestiere, eccetto quella antichissima dei compositori tipografi fondata nel 1872, erano sorte numerose nel fermento delle lotte sociali d’inizio secolo3. La loro formazione fu in gran parte opera di socialisti riformisti, i quali mutuarono il modello organizzativo dei paesi europei più progrediti: la lotta politica generale era delegata al partito, ed il sindacato si prodigava nella gestione di lotte lunghe e complesse, tipiche della grande industria moderna. Questa però in Italia era ancora scarsamente sviluppata4, e l’organizzazione professionale rischiava quindi di isolare i pochi nuclei operai più avanzati dal resto del proletariato.

Le camere del lavoro divennero invece il punto di riferimento per le masse di lavoratori dequalificati. Esse avevano abbandonato il loro carattere originario di enti assistenziali, la cui funzione principale era facilitare il collocamento dei lavoratori, ed erano divenute i centri direttivi delle leghe di resistenza, nelle città come nelle campagne. Non si riconoscevano in un sindacalismo professionale e tendevano ad assumere un’esplicita connotazione politica, spesso rivoluzionaria. La maggioranza delle camere rimaneva comunque a direzione riformista.

Nel novembre 1902, di fronte all’offensiva padronale, il PSI costituì a Milano il Segretariato centrale della resistenza, con l’obiettivo di coordinare le federazioni di mestiere e le camere del lavoro. Il Segretariato si dimostrò tuttavia impotente – non riuscendo a sanare i diverbi interni al PSI – e non divenne mai un reale organo di direzione dei movimenti sindacali.

Arturo Labriola

All’inizio del secolo le differenze di sviluppo tra nord e sud d’Italia aumentarono e divennero permanenti. La questione meridionale si collocò da subito al di fuori degli orizzonti del PSI: in un contesto in cui lo sviluppo capitalistico marginalizzava il meridione, il partito tralasciò di affrontare i problemi del Mezzogiorno, dimostrandosi di fatto espressione degli interessi dei lavoratori centrosettentrionali. Gaetano Salvemini fu uno dei pochissimi socialisti che denunciarono la spaccatura che tale scelta politica operava all’interno della classe operaia, oltre che all’interno dell’Italia unita.

Salvemini rifiutava inoltre la linea ministerialista, ed era in questo affiancato da tutta una fronda intransigente: esponenti come Costantino Lazzari e Arturo Labriola. Al primo si rifacevano gli operaisti del vecchio POI, il secondo aveva fondato nel 1902 a Milano Avanguardia Socialista. Vi era poi Enrico Ferri, favorevole all’appoggio al governo ma pronto a passare all’opposizione non appena la linea politica fosse uscita dai binari pattuiti (che era poi quello che stava succedendo). Insomma, la polemica intera al PSI era alquanto vivace quando si tenne il VII congresso nazionale del partito (Imola, 1902). Nonostante Turati si ostinasse a sventolare la bandiera di una pretesa unità5, il fronte antiministerialista si compattò: meridionalisti, operaisti e ferriani, in tutto più di un terzo dei convenuti, criticarono aspramente la guida di Turati. I riformisti mantennero l’egemonia grazie ai voti delle sezioni padane legate al movimento contadino, ancora fiducioso nell’agire ministerialista. Per placare l’opposizione venne adottata una linea di fiducia al governo caso per caso.

Gli eventi del 1903 misero definitivamente in crisi la linea dirigente. Nuovi gravi eccidi proletari scossero il meridione. A Campobasso, Putignano e Torre Annunziata la truppa aprì il fuoco sugli scioperanti, provocando in tutto 10 morti ed oltre 70 feriti. Questi – a differenza di Berra Copparese, due anni prima – non furono episodi occasionali o isolati, bensì il frutto della precisa decisione governativa di “normalizzare” con la violenza il movimento contadino meridionale.

Dinnanzi alle ripetute violenze ed alle furenti proteste degli intransigenti, il gruppo parlamentare del PSI decise finalmente il passaggio all’opposizione. Ma la mossa era tardiva, e Turati mancò ancora di accusare esplicitamente Giolitti. Le critiche da parte intransigente aumentarono e fecero una prima vittima nell’aprile 1903: Leonida Bissolati fu costretto a cedere a Enrico Ferri la direzione dell’Avanti!, che assunse subito un vivace tono antigovernativo. Questo era un duro colpo per la corrente riformista, che perdeva così il controllo sull’organo ufficiale del PSI. Gli intransigenti conquistarono inoltre la direzione della prestigiosa Camera del lavoro di Milano e di molte altre organizzazioni lavorative nel nord Italia. Di fronte alla crisi di fiducia nei riguardi della propria fazione, Turati rifiutò saggiamente la proposta di Giolitti, che nel novembre 1903 gli aveva offerto una poltrona del suo nuovo governo.

NOTE:

1 La Federazione dei ferrovieri in realtà spronò allo sciopero soltanto coloro che erano esenti dagli obblighi militari, senza comunque compromettere l’efficacia dell’azione.

2 La Federazione nazionale dei lavoratori della terra, o Federterra, fondata dalle leghe contadine padane nel 1901, subì un colpo tale da riuscire a riorganizzarsi solo nell’aprile 1906.

3 Le cinque maggiori federazioni di mestiere erano quella dei tipografi appunto e quelle degli edili (1896, riorganizzata nel 1901), dei ferrovieri (1900), degli operai metallurgici e meccanici, dei tessili (1901).

4 Nel 1901 in Italia il proletariato di fabbrica corrispondeva soltanto al 15% della popolazione in età da lavoro, inoltre in esso permanevano quelle differenze di qualifica e spirito rivendicativo di cui si è detto in precedenza.

5 Concretizzata dalla formula “L’azione del partito è riformista perché rivoluzionaria e rivoluzionaria perché riformista, ossia l’azione del partito è semplicemente socialista”.

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