Ad un passo dal traguardo. La corsa fallace di Dorando Pietri.

di Matteo Cosci*

«To Pietri Dorando.

In Remembrance of the Marathon Pace From Windsor to the Stadium.  July 24, 1908. Queen Alexandra».

Targhetta commemorativa della coppa d’argento dorato

conservata presso la sede della società «La Patria» di Carpi

Tra le molte espressioni della lingua italiana mutuate dall’atletica leggera, – da «alzare l’asticella», a «correre una corsa ad ostacoli», fino all’inflazionata «passare il testimone» -, c’è n’è una in particolare, che merita qui di essere considerata nella sua ìlare tragicità, quale «cadere ad un passo dal traguardo». Infatti se «traguardo» è qualcosa che evoca in noi immagini di vittorioso compimento, la «caduta», invece, per sua natura è qualcosa che veicola l’idea di sconfitta e fallimento. Non è forse così?

Del resto, già nell’Iliade (XXIII, vv. 765 – 776), beffardamente, si raccontava di come alle gare in onore di Patroclo, «sull’ultimo tratto…/ mentre stavano per balzare sul premio,/ Aiace inciampò e scivolò in corsa» vedendosi così sfumare davanti la quasi-ottenuta vittoria.

E proprio nella tensione di quel «quasi» sta la vicenda sportiva e umana (verrebbe da dire umana perché intimamente sportiva) di un grande della storia dell’atletica leggera italiana quale fu il pioniere della corsa di lunga distanza Dorando Pietri (1885-1942). Un nome poco noto ai più, ma è di lui di cui si vuole qui ricordare le gesta, di lui e della sua più epica impresa, quella appunto di cadere ad un passo dal traguardo.

Cosa ci sia di epico nel cadere è tutto nell’antecedenza di quell’immagine sbiadita d’inizio, uno scatto lungo 42,195 chilometri, che immortala il nostro crollare sul filo di lana, stravolto. Tutta la sua vita, la sua intera esistenza, fu un voler arrivare lì, a vincere la gara delle gare, la maratona olimpionica.

Fu una vita dedita alla corsa la sua, alla corsa e alla sua povera famiglia, in un’epoca in cui praticare attività fisica era o un’ardua opportunità di riscatto sociale o un vezzo da aristocratici salutisti. E Pietri aristocratico non lo era di certo, e inizialmente i suoi allenamenti si ritagliavano l’esiguo spazio che l’essere garzone di pasticceria o giovane recluta militare gli potevano concedere. Ma c’era del talento, tanto che ogni gara di paese, di città e poi anche d’oltralpe riusciva sempre a vincere con ampio margine di vantaggio e relativa facilità. Le sfide d’allora, fra Dorando Pietri e famosi cavalli da corsa, o contro altri pretendenti campioni, o gare ad handicap, tutte vinte dal podista carpigiano, si confondono nella leggenda.

Nel 1907 riportò numerose importanti vittorie, tra le quali i titoli dei 5000m ai Campionati italiani (con l’allora primato nazionale di 16’27″2) e dei 20 km. Ormai Dorando Pietri, gara dopo gara, vittoria dopo vittoria, da ragazzo di provincia era il dominatore assoluto della disciplina a livello nazionale, in grado di vincere dal mezzofondo alla maratona, e poteva già vantare prestigiosi riconoscimenti e i primi importanti risultati sulla scena delle competizioni internazionali. Ma mancava ancora l’impresa che suggellasse la sua umile e laboriosa rincorsa al trionfo: a ventitré anni il carpigiano era già pronto per osare là dove solo i grandi potevano ambire a prendere parte: la maratona olimpionica.

Si guadagnò la meritata convocazione per i Giochi Olimpici di Londra e partì.

«Il 9 luglio l’atleta partiva da Carpi per Torino, dove era fissato il raduno degli atleti italiani in partenza per l’avventura londinese. Il 24 luglio, penultimo giorno dei Giochi Olimpici, era un venerdì caldo e afoso, e indubbiamente il clima era poco propizio per una corsa di maratona. Adunati nel castello antistante il castello di Windsor, 55 atleti attendevano il segnale di partenza per gareggiare su un percorso di 26 miglia e 385 yards (42, 195 km), fino al traguardo posto allo stadio di Sheperd’s Bush.

Dorando Pietri, maglietta bianca e calzoncini scarlatti, pettorale numero 19, doveva essere il grande e sfortunato protagonista della memorabile gara. Alle 14:33 fu dato lo “start”: gli atleti di casa Jack, Lord e Price presero la testa alternandosi al comando della gara fino al 14° miglio, per poi scomparire nella competizione. A quel punto passò in testa il sudafricano Hefferon, mentre uno dei favoriti, l’atleta Longboat, si ritirava. Pietri, dopo essersi mantenuto fra il terzo e il quarto posto, al 18° miglio iniziò la sua offensiva passando al secondo posto. L’ultima segnalazione da Wimbledon dava primo Hefferon con circa 800 yards di vantaggio su Dorando Pietri, che a sua volta superato e poi distaccato 100 yards l’americano Hayes. Le 26 miglia (41, 841 km) furono compiute dall’italiano in 2 ore e 45 minuti (un tempo oggi non concorrenziale, ma di gran pregio per lo standard d’inizio secolo); alle ore 17:18, preceduto da un fitto sventolio di bandiere, dal sottopassaggio che immetteva nella pista apparve, irriconoscibile, il nostro campione».1

Il prezzo della sua rimonta tutta di recupero, infatti, e della sua incrementale disidratazione (allora i regolamenti non consentivano gli «spugnaggi», ovvero i rifornimenti lungo il percorso, oggi obbligatori) non tardò a presentare il conto, esigendolo allora tutto in una rata unica. Gli ultimi metri di gara furono infatti un calvario, una «via crucis», come ebbe lui stesso poi a definirli, di fatica e sofferenza: più vedeva avvicinarsi il traguardo e più le forze gli venivano a mancare.

Uno stadio gremito come il mondo che lo stava guardando, oltre 75mila spettatori, gli rimbombava di strepiti i timpani. Ma lui non capiva più niente, entrando allo stadio per l’ultimo tratto, sbagliò addirittura il percorso, imboccando il giro d’onore in direzione contraria per venire, poi, immediatamente reindirizzato sul giusto tragitto, ma avendo speso le ultime energie preziosissime.

Per chi lo guardava non doveva essere un bello spettacolo. Gli cedevano le ginocchia, gli ciondolava la testa, gli schiumava la bocca, gli si annebbiava la vista. Non riusciva a mettere un passo davanti all’altro e la medaglia d’oro era lì, pronta da agguantare. Cadde, si rialzò, provò a continuare. Eppure lo sbandamento era totale, si sarebbe trascinato a gattoni, coi gomiti e con le ginocchia, con le unghie, se ne fosse stato capace. Non sembrava più lui, non sembrava in sé.

Cadde ancora, altre quattro volte. Trovò sempre l’estremo spasimo di volontà per rialzarsi e proseguire, ma collassò ancora a terra, per la quinta volta, a pochi metri dal traguardo. L’acido lattico obnubilava ormai ogni sua fibra muscolare e il suo sistema aerobico era ormai nel più completo scompenso: scoppiato, benzina finita. Per percorrere gli ultimi 325 metri ci aveva impiegato il tempo assurdo di 9 minuti e 45 secondi. Lo statunitense Johnny Hayes dietro di lui intanto stava guadagnando terreno e quasi minacciava il sorpasso, mai visto in una maratona, al fotofinish.

Allora un medico e un giudice di gara, per porre fine a quella agonia collettiva, lo fecero rialzare e insieme lo aiutarono, felix culpa, a tagliare il traguardo, esanime. La prima fotografia racconta questa competizione, di agonismo bruto, e il resto è storia. Dorandi svenne subito dopo e venne portato via in barella, tanto che inizialmente si diffuse la notizia della sua morte sul tanto agognato traguardo. La tragedia fece il giro del mondo, salvo poi essere smentita poche ore dopo. Ma nel frattempo dell’altro era successo.

Il team tecnico dell’americano Hayes aveva rimostrato ufficiale ricorso al comitato dei giudici di gara per gli irregolari aiuti prestati all’atleta italiano sul tratto finale del percorso. Ci fu un animato dibattito perché, nonostante il sostegno (per altro non richiesto), Dorandi aveva commosso tutti con la sua smorfia di determinazione alla vittoria. Tuttavia il reclamo fu accettato e Hayes, mentre Dorandi era in ospedale, fu premiato sul gradino più alto del podio quale vincitore della competizione che, ventiquattro secoli dopo il sacrificio di Fidippide, chiudeva i giochi olimpici. Hefferon si qualificò secondo. Ma Dorando era ormai per la pubblica opinione il vincitore morale, famosissimo …per non aver vinto!

Nei giorni seguenti, una volta ripresosi, fu insignito di una sorta di premio di consolazione, una preziosa coppa consegnatagli direttamente dalle mani della regina Alexandra, commossasi moltissimo per la strenua prova dell’atleta. E lo scrittore Arthr Conan Doyle, che allora era presente nella tribuna dei giornalisti come addetto stampa per i Daily Mail, ebbe a scrivere nel suo pezzo: «La grande impresa dell’italiano non potrà mai essere cancellata dagli archivi dello sport, qualunque possa esserne la decisione dei giudici».

 Questa è, raccontata come ho potuto, la vicenda più famosa di Dorando Pietri, vincitore per essere arrivato primo ad un passo dal traguardo.

 Ma più che quel che possono queste righe, molto più possono oggi per il pubblico interessato tre bei libri che raccontano con maggior trasporto e vividezza questa stessa storia: il saggio di A. Frasca, Dorando Pietri, La corsa del Secolo (vincitore del premio Bancarella), il racconto «metro dopo metro» di F. Pagano, Scacco al Maratoneta e infine l’avvincente romanzo di G. Pederiali, Il Sogno del Maratoneta.

Da quest’ultimo, tra l’altro, è stata adattata la sceneggiatura dell’imminente fiction Rai, – speriamo bene -, diretta da L. Pompucci, con interpreti, tra gli altri, Luigi Lo Cascio, Laura Chiatti, Alessandro Haber e Fabio Fulco. Questa mobilitazione d’interesse è stata conseguente alla ricorrenza del centenario dell’impresa di Dorando, celebrata appunto quattro anni fa.

Oggi in piazza a Carpi, – città di una Repubblica, è bene ricordarlo, non di soli calciatori -, c’è una colossale statua che ritrae Dorando Pietri, libero e in corsa: che sia forse solo un memoriale dimenticato tra i tanti, o forse una pietra miliare della storia di coloro che sono riusciti, anche cadendo, a superare sé stessi, starà poi a colui che vi passerà davanti deciderlo e raccoglierne o meno la sfida.

1 T. Gotaas, Storia della Corsa, Odoya, Bologna, 2008, pg. 410, adattato.

* Matteo Cosci è dottorando in filosofia presso l’Università degli Studi di Padova. Oltre che appassionato di mezzofondo e musica rumorosa, è studioso di filosofia antica e in particolare di Aristotele.

Informazioni su matteo

Sofista contaballe, stakanovista dell'otium, luddista oscurantista.
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