Ghettoblaster o Fighettoblaster?

di Stefano Palmieri

Questo post inaugura una nuova rubrica del blog La Rotta per Itaca. Sarà una sezione interamente musicale; a scadenze bisettimanali vi verranno proposti album di nuova uscita che meritano di essere menzionati. Lo spazio si chiamerà Ongaku no susume: tra il suono e il piacere. Cosa mai vorrà dire Ongaku no susume, niente di trascendentale, semplicemente “musica consigliata” in giapponese. A parte il fatto di essere filonipponico, sono rimasto affascinato dal termine Ongaku (musica), altro non è che la fusione di due ideogrammi che stanno l’uno per suono, l’altro per piacere. Geniale no?

Vabè Avevo pensato di scrivere qualcosa sull’ultimo, nonché omonimo, nonché album di debutto di James Blake, giovanissimo compositore e cantautore (chi più ne ha più ne metta) di musica elettronica inglese, figlio di quel movimento musicale noto ai più come dubstep anche se c’è tutto un mondo intorno e il suo contrario. Un genere musicale che si è contaminato con il passare del tempo con altri diversi sottoboschi e ha prodotto un’infinità di sound ben distinguibili tra di loro ma connessi da un filo comune, il modo di “lavorare” il suono, di modificarlo e di ritmarlo.

Ha sfornato gente del calibro di Skream e Benga, per citarne solo alcuni, che sono per lo più produttori da club, danzerecci e Burial, l’alta cucina del Dubstep. Solo per farvi un’idea di cosa stia parlando (che magari lo sapete già eh, senza che me la tiri così tanto) qui, qui e qui potete ascoltare qualcosa. La scelta è personale, quindi poche storie. Di cosa stavamo parlando…ah, dell’album di James Blake. Avevo intenzione di recensirlo e riempirlo di elogi:”Album dell’anno” , cose così. Ed effettivamente è un bell’album, si ascolta tutto d’un filo (non con gli auricolari, perde molto, non è una considerazione fighetta gnè gnè, è davvero così. Come vedere Avatar rippato di merda da una videocamerina al cinema, una cagata). James Blake è un misto tra Anthony and the Johnsons – quelli di My Lady story per intenderci – Nick Drake e appunto Burial. Si sente dal primo ascolto che è inglese, venuto su a porridge ed earl gray, e le perle nell’album non mancano: da The Wilhem Scream a Limit to your love, piuttosto che Lindisfarne II o I Mind (andate a cercarle su Soundcloud se volete ascoltarle prima di avere l’album, ho provato a cercarle sul Tubo ma a parte qualche video sgarruppo preso da qualche live non c’è niente). Ero tutto bello carico per scrivere la recensione, quando mi hanno dato un accredito stampa per andarlo a sentire dal vivo a Milano, al Lambretto Art Project. Quindi ho pensato: facciamo le cose a modino così ci scappa anche la recensione del concerto. Pochi giorni prima (il concerto è stato il 21 Aprile se non ricordo male) lo staff del Club to Club mi manda una mail in cui mi avvisava che il concerto era stato spostato ai Magazzini Generali per favorire l’afflusso di più persone, dato che al LAP erano previsti 300 posti a sedere. E vabè fin qui tutto bene. Arrivo la sera del concerto ai Magazzini e già la gente in fila doveva farmi presagire qualcosa: una massa informe di hipster col ciuffo uno più ribelle dell’altro, con la lunghezza inversamente proporzionale all’elasticità dei pantaloni, più stretti erano i calzoni alle caviglie più erano bellicapèlli, le donne sembravano fossero state partorite da uno stupro di H&M. Il concerto è stato bruttino, non tanto per lui che poverino faceva il suo dovere, suonava il piano autisticamente (aiutatelo) ma per il pubblico, un casino per tutto il concerto. Un vociare di sottofondo che dava veramente fastidio, infatti gli “Shhh!” (non miei eh, forse sì solo qualcuno) si sono sprecati. Insomma che ve lo dico a fare, una mezza ciofeca. Italiani popolo di santi, naviganti e hipster maleducati.

Quindi niente più James Blake ho pensato, basta così, si parla di The Left. C’è poco anche su Internet, hanno esordito quest’anno con un album intitolato Gas Mask. Chi sono The Left, sono Apollo Brown, produttore, che ha da poco dato alle stampe “Clouds”, interamente strumentale, Dj Soko Journalist e 103, un collettivo (non mi so muovere tra i termini specialistici) Hip-Hop di Detroit, e si sente tutta Detroit nel disco. Che se vi piace quello che ci piace non aspettate altro e procuratevi assolutamente questo album. Rime come sassi lanciati nei denti e beat molto vicini al sound Golden Age (Dj Premier per intenderci ma anche altri), rullante e cassa incalzanti e definiti, con tutti quei campioni soul che si infilano in testa e non vogliono più uscire, i fruscii del vinile campionato che emozionano. Le collaborazioni nell’album non mancano si va da Invicible al più quotato Guilty Simpson (Stone Throw Records) anche lui nativo di Detroit. E’ difficile fare una scelta dei pezzi da farvi ascoltare, quindi mi rifarò a quelli che ho ascoltato di più nel mio IPhone (La Rotta per Itaca è anche sinonimo di tecnologia, e non in senso Francofortese, già si alzava qualche sopracciglio, vi ho visto). Quindi al primo posto (il rullo di tamburi me lo faccio da solo) c’è Melody (28 ascolti), poi Desperation (23 ascolti), Statistics feat. Invicible (19 ascolti) e Reporting Live feat. Guilty Simpson (17 ascolti). E’ un album che va in loop che è una bellezza, vi ritrovate sul tram col movimento ondeggiante della testa e neanche ve ne accorgete e a rispondere “Yo!” quando vi pongono qualsiasi domanda. Attenzione a non esagerare però eh. Vi ho convinto? Fa niente, io segnalo solamente, ma almeno per me Ghettoblaster batte Fighettoblaster 1-0. Ai supplementari però.

Update: nel frattempo è stato pubblicato un nuovo video di James Blake, tanto per non farci mancare niente. Lindisfarne. Molto bello, godetevelo.

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2 risposte a Ghettoblaster o Fighettoblaster?

  1. marina ha detto:

    stasera Blake è in concerto a Madrid, spero di trovare della gente un po’ piu educata perché hanno detto che lo show al Primavera Sound di qualche giorno fa è stato davvero toccante. Fingers crossed.

  2. 21091962 ha detto:

    cercò disperatamente radioregistratore ghettoblaster dove cercare?

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