Operai d’anteguerra ⁴

di Dimitri El Madany

Segue da qui. In questa puntata: Filippo Turati, Anna Kuliscioff e Antonio Labriola; liquidazione dell’anarchismo e nascita del Partito Socialista; i Fasci siciliani; la repressione crispina & much more!

Il giovane Turati

Nel luglio 1889, pochi giorni dopo la nascita a Parigi della cosiddetta II Internazionale, Filippo Turati fondava a Milano la Lega socialista milanese, con l’esplicito intento di riunire socialisti1 ed operaisti, escludendo gli anarchici. Turati era un esponente della democrazia tradizionale, il quale, come molti altri, era passato al socialismo, accusando il radicalismo borghese d’essere estraneo alla vita concreta dei lavoratori. Con la Lega socialista egli voleva riuscire dove Andrea Costa aveva fallito, ovvero nel riunire sotto un’unica bandiera (naturalmente rossa) l’intero movimento operaio italiano.

Il congresso internazionale di Parigi2 ed il coevo trionfo elettorale della Socialdemocrazia in Germania3 avevano dato prova della forza e della maturità cui era giunta la classe operaia del vecchio continente, ed infondevano al movimento italiano un rinnovato senso di sicurezza nei propri mezzi. Alla luce degli sviluppi internazionali, sia l’estremismo rivoluzionario degli anarchici, sia l’intransigente economicismo degli operaisti perdevano consistenza e forza d’attrazione. Si rafforzava invece la via del socialismo legalitario ed evoluzionista, sulla falsa riga della SPD tedesca, appunto. Emblematico in tal senso fu il congresso che il PSR convocò a Ravenna nel 1890, i cui lavori si tennero clandestinamente nell’introvabile sala di un palazzo dalle molte stanze, con la pubblica sicurezza che sfondava un portone dopo l’altro senza riuscire a scovare i congressisti. Per il socialismo era davvero giunto il momento di uscire allo scoperto e di agire alla luce del sole.

Turati comprese che, per la formazione di un partito dei lavoratori in Italia, era necessario fondere lo spontaneo movimento di lotta della classe operaia con la coscienza teorica apportata dagli intellettuali socialisti più avanzati. La via di un’acritica e pacifica conciliazione tra le due componenti del movimento era già stata tentata da Costa, senza esito. Urgeva un chiarimento ideologico. Su questo terreno, Turati trovò una validissima aiutante in Anna Kuliscioff, che fu anche sua compagna a partire dal 1885. Insieme, i due fondarono a Milano nel 1891 Critica Sociale, che divenne presto la più importante rivista socialista italiana, e tale rimase fino all’avvento del fascismo. Obiettivo di Turati era stimolare il transito degli intellettuali positivisti dalla democrazia radicale al socialismo. In questo intento, gli venne purtroppo a mancare l’appoggio di quello che in altri cruciali momenti sarebbe invece stato il suo miglior consigliere: Antonio Labriola. Il professore, che con i suoi corsi universitari ed i suoi scritti svolse una fondamentale opera di approfondimento ed interpretazione del marxismo, nulla voleva avere a che spartire con il positivismo, ed i borghesi li considerava “buoni soltanto a farsi impiccare”. Nell’aprile del 1891 Critica Sociale pubblicò il Programma della Lega socialista milanese, opera di Turati e della Kuliscioff. Il programma metteva l’accento sulla necessità di un partito socialista come formazione autonoma da tutte le altre, necessaria per il proletariato al fine di impadronirsi del potere politico ed abbattere lo stato borghese. Mutuato da quello della socialdemocrazia tedesca, il programma risultò però dottrinario e pressoché privo di riferimenti alla particolare realtà italiana. Ciò nonostante, intorno alla Lega socialista milanese cominciarono a gravitare numerose forze politico-sociali. Molti elementi del POI, come Costantino Lazzari, iniziavano a nutrire una certa insofferenza nei confronti dell’intransigente esclusivismo operaio del movimento lombardo, cominciando nel contempo a ritenere necessario al partito il contributo di elementi borghesi, in particolare degli intellettuali evoluzionisti. Perfino alcune componenti anarchiche sembrarono a tratti pronte ad abbassare i toni dello scontro e ad accettare una dose pur minima di organizzazione “autoritaria”.

Anna Kuliscioff

Il congresso operaio italiano, organizzato dalla Lega socialista il 2 agosto del 1891 a Milano, raccolse elementi di tutte le correnti: socialisti, operaisti, repubblicani, democratici ed anarchici. Il grande assente era Costa, il cui PSR versava ormai in stato di crisi. Forse fu proprio con questa mancata partecipazione che Costa consegnò definitivamente ai compagni milanesi (la base del congresso era poco più che lombarda) il compito di unificare il movimento operaio italiano. Un compito non da poco, che infatti al gruppo di Turati apparve subito assai difficile da portare a termine: il consistente blocco composto da anarchici ed operaisti era fermamente contrario a qualsiasi forma di azione politica del proletariato. Il congresso riuscì comunque a dar vita al Partito dei lavoratori italiani, e questo risultato testimoniava una prima vittoria di Turati sulle correnti minoritarie accorse a Milano. L’anno successivo, Genova ospitò quello che sarebbe dovuto essere il II congresso del neonato Partito dei lavoratori. Qualche mese prima del raduno genovese, le società operaie repubblicane avevano visto il prevalere, all’interno della loro organizzazione, della corrente filo-socialista o “collettivista”, come si fece chiamare, divenuta maggioritaria in virtù del recente sviluppo del movimento contadino siciliano (su cui torneremo tra breve). Ciò sancì in pratica la fine dell’Atto di fratellanza stilato a suo tempo da Mazzini, ed esentò Turati dal dover trattare con il movimento mazziniano. Al congresso di Genova del 14 e 15 agosto 1892, anarchici ed operaisti intransigenti rappresentavano l’unica reale opposizione al fronte socialista. Quest’ultimo era ormai risoluto nel procedere ad una scissione: sbarazzarsi degli anarchici irriducibili e degli operaisti duri e puri appariva a Turati come la sola via praticabile per dar vita ad un unico grande partito del movimento operaio italiano. A ben guardare, si trattava proprio di ciò che Costa non era mai riuscito a fare: nonostante la lettera agli amici romagnoli, egli era rimasto fermo nella sua idilliaca speranza di ricucire, prima o poi, lo strappo con i vecchi compagni anarchici. La definitiva scissione di Genova tra socialismo ed anarchismo eliminò un equivoco che perdurava nel movimento operaio italiano da oltre vent’anni, e segnò di fatto la nascita del partito socialista d’Italia, anche se il nome Partito Socialista dei lavoratori Italiani (PSI) venne adottato solo l’anno successivo a Reggio Emilia. Quivi si completarono le fila del partito, con la confluenza dello stesso Costa e degli elementi legati al PSR.

Nelle sue origini, il PSI ereditò dal POI la natura federale dell’organizzazione delle società operaie aderenti4, ed impostò la propria attività sui due piani economico e politico: da una parte la lotta sindacale per migliorare le condizioni di lavoro, dall’altra la lotta elettorale per conquistare il potere politico, al fine espropriare la classe borghese in nome del socialismo. Distinguendo i due terreni, il programma del PSI poneva il problema della separazione organizzativa tra partito e movimento sindacale (leghe di resistenza, federazioni di mestiere, camere del lavoro5), che sarebbe stata operata qualche tempo dopo.

Onofrio e Minico Ducato, Il movimento dei fasci siciliani dei lavoratori, 1955

Mentre a Parma nasceva, nell’estate 1893, la Federazione nazionale delle camere del lavoro – primo seme di un’organizzazione sindacale unitaria in Italia –, la Sicilia era in fermento. I Fasci dei Lavoratori, come abbiamo accennato prima, avevano avuto un peso fondamentale nella svolta socialista del movimento operaio mazziniano. Al congresso di Genova i delegati siciliani erano accorsi addirittura più numerosi dei rivoluzionari di Romagna, per rappresentare la rinnovata spinta rivendicativa ed organizzativa del proletariato operaio e soprattutto contadino della Trinacria. Il movimento dei Fasci si era sviluppato in tutta l’isola a cavallo tra il 1891 ed il 1892, coinvolgendo lavoratori di tutti i tipi: dall’operaio delle grandi città al bracciante del latifondo, passando naturalmente per il minatore delle zolfatare. Fin da subito, all’interno dei Fasci si era imposto un orientamento socialista, tant’è che Antonio Labriola descrisse il movimento siciliano come “la prima manifestazione del socialismo in Italia” (in questo la Kuliscioff dissentiva, facendo notare al professore come la Sicilia fosse ancora per tre quarti una regione feudale). Nonostante i Fasci non avessero ambizioni rivoluzionarie (la maggior parte dei dirigenti erano democratici convertiti al socialismo legalitario, alcuni addirittura onorevoli), il governo Crispi si convinse dell’esistenza in Sicilia di un piano insurrezionale pronto a detonare nell’inverno del 1893. Il conseguente invio massiccio di truppe provocò, in meno di due mesi di repressione, oltre 90 morti e centinaia di feriti. La tensione invece di scemare salì, alimentandosi col sangue dei lavoratori uccisi, e nel gennaio del 1894 il governo fu costretto a decretare lo stato d’assedio nell’isola. I Fasci vennero sciolti e tutti i dirigenti furono arrestati, condotti davanti a tribunali militari e condannati a pesantissime pene detentive. In Lunigiana, elementi anarchici fomentarono un moto di solidarietà con le vittime della repressione siciliana, e Crispi rispose anche qui con lo stato d’assedio e l’invio di truppe. Non contento, il presidente del consiglio fece varare misure repressive contro le associazioni sindacali ed i partiti popolari. Tali provvedimenti furono prontamente utilizzati il 22 ottobre del 1894 per lo scioglimento del PSI e di tutte le associazioni ad esso collegate. Ancora una volta però, con la violenza il governo ottenne il contrario dell’effetto sperato. Invece di affondare, il movimento operaio sarebbe uscito rafforzato dalla repressione crispina: esso era ormai entrato a viva forza nel pieno della vita nazionale.

NOTE:

1 Precisava Turati: “..intesa la parola con una certa larghezza, però senza confusionismo”.

2 Dal quale uscirono due capisaldi del movimento operaio: la lotta per le 8 ore di lavoro e la festa del 1° maggio.

3 Dopo 12 anni di persecuzioni, alle elezioni del 20 febbraio 1890 la SPD raccolse il 20% dei voti, determinando il licenziamento di Bismarck e l’abrogazione delle leggi speciali antisocialiste. Divenne modello per tutti i partiti socialisti europei.

4 Le masse che più avevano contribuito alla formazione del PSI erano i nuclei operai delle grandi città del nord, i gruppi di braccianti della bassa padana e i movimenti contadini dell’Emilia e della Sicilia.

5 Nel 1891 Gnocchi Viani aveva fondato a Milano la prima Camera del lavoro d’Italia.

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