Operai d’anteguerra ³

di Dimitri El Madany

Segue da qui. In questa puntata: Andrea Costa e la svolta legalitaria; il socialismo entra in parlamento; l’operaismo milanese; scioperi scioperi e ancora scioperi; i moti de “la boje”; toghe rosse ante litteram & much more…

Andrea Costa

Andrea Costa (classe 1851) era stato uno degli elementi più rappresentativi dell’Internazionale anarchica in Italia. Influenzato dalle realtà del socialismo europeo1 e consapevole dello stallo in cui versava il movimento operaio italiano, Costa maturò l’abbandono della strategia insurrezionale. Egli espose questa sua evoluzione metodologica nella lettera Ai miei amici di Romagna, pubblicata su La Plebe il 3 agosto 1879. Per Costa mutava il mezzo, non il fine del movimento operaio, che rimaneva anarchico e rivoluzionario; ciò che ora si accantonava era l’idea che l’insurrezione violenta fosse la strategia migliore, da perseguire immediatamente. Costa si distingueva dagli anarchici, sostenendo la necessità di formare un partito politico che avrebbe dovuto lottare all’interno del sistema vigente, senza per questo perdere il proprio carattere rivoluzionario. Un paradosso? Forse. Di certo una posizione in difficile equilibrio tra riforme e rivoluzione.

Questa tensione allontanava la posizione di Costa non solo dall’anarchismo insurrezionalista, ma anche dalla Federazione Socialista, la quale si diceva legalitaria ed era fermamente contraria ad una rottura violenta dell’ordine sociale esistente, anche se perseguita dal suo interno. Sulla base di queste sue nuove convinzioni politiche, nell’agosto del 1881 Costa fondò a Rimini il Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna (PSR). Il nuovo partito nasceva con l’intento di riunire un fronte proletario2 il più ampio possibile, intorno ad un programma eclettico, il quale, senza rinnegare la rivoluzione, si proponeva però di perseguirla con l’utilizzo di mezzi non violenti, come lo sciopero e la lotta elettorale. Con tale programma Costa intendeva rispondere al coevo sensibile aumento delle coalizioni di lavoratori. Come abbiamo già detto, le società operaie tendevano progressivamente ad uscire dai limiti del mutualismo e della cooperazione (che pure permasero per molto tempo), per entrare nella dimensione della lotta frontale contro il padronato attraverso lo sciopero. Tra la fine degli anni ’70 ed il decennio successivo, l’organizzazione della resistenza divenne una tendenza costante di larghi strati della classe operaia. Il lungo sciopero del Biellese del luglio 1877 vide tre mesi e mezzo di lotte serrate concludersi con la vittoria degli scioperanti, e destò nell’opinione pubblica vivaci dibattiti sulla classe operaia, della quale negli anni successivi molti altri scioperi3 mostrarono la combattività.

Pur mantenendo ancora viva la tensione rivoluzionaria, la svolta di Costa ricevette spietate critiche dal versante anarchico4, ed egli venne accusato da più parti di tradimento. Nonostante Costa ambisse a conservare l’apporto delle istanze anarchiche al suo nuovo partito, le due tendenze si dimostrarono inconciliabili e la fusione impraticabile. Il grosso dei socialisti romagnoli rimase comunque saldo intorno a Costa, ed il PSR si prefisse come obiettivo il superamento della dimensione regionale, ponendosi così come l’autentico continuatore dell’Internazionale in Italia.

Immediatamente successiva alla nascita del PSR fu la formazione, nel settembre 1881, della Confederazione operaia lombarda, un’alleanza tra società operaie regionali promossa da esponenti democratici radicali e tesa a scopi meramente mutualistici, previdenziali e cooperativistici. Una linea di carattere così moderato, riformista e sostanzialmente borghese presentava limiti non dissimili da quelli delle precedenti organizzazioni operaie di stampo liberale e mazziniano. Inoltre, Milano era il centro maggiormente industrializzato del paese, la classe operaia meneghina era numerosa, organizzata e sempre più consapevole. Non tardò a sorgere una nuova tendenza operaista, portata avanti soprattutto dal Circolo operaio di Milano, decisa a sottrarre gradualmente ai borghesi la direzione del movimento operaio lombardo. Caposaldo di tale corrente era l’esclusione classista dalle società operaie di qualsiasi elemento che non fosse realmente un lavoratore manuale e salariato, della città o della campagna. Nonostante ciò, l’apporto di vari intellettuali – inevitabilmente borghesi – si rivelò fondamentale per lo sviluppo del movimento operaista. Il gruppo evoluzionista de La Plebe tentò di influenzare gli operaisti, esortandoli alla formazione di un nuovo partito realmente operaio. Gli evoluzionisti erano decisi a sottrarre gli operai all’influenza radicale, dominante all’interno della Confederazione, soprattutto in vista delle elezioni in programma per il 18825. Il 17 maggio a Milano, sotto l’influenza di Gnocchi Viani, gli operaisti costituirono come sezione elettorale6 il primo nucleo del Partito Operaio Italiano (POI), espressione degli interessi autenticamente operai. Il voto decretò però il fallimento della nuova forza, che si dissolse com’era nata, pur restando dominante in molte società operaie del capoluogo lombardo e sopravvivendo come corrente all’interno della Confederazione.

Se le elezioni del 1882 videro naufragare l’esperimento lombardo, la Romagna poté invece festeggiare il primo deputato socialista nella storia d’Italia: eletto al collegio di Ravenna, Andrea Costa portò il PSR in Parlamento. Esortato da gran parte del partito e da molti anarchici a non prestare giuramento e a farsi cacciare con la forza dall’aula, il neoeletto Costa fu invece coerente fino in fondo con la propria svolta legalitaria, e giurò fedeltà al re. Iniziava così quell’attività parlamentare dei socialisti, che secondo Costa era un mezzo legittimo ed anzi indispensabile per avvicinarsi alla rivoluzione.

I socialisti romagnoli ebbero poco tempo per dividersi tra chi festeggiava (perché nell’elezione del primo deputato “rosso” vedeva un successo) e chi invece storceva il naso (in quanto biasimava l’elezione di Costa come un tradimento dell’ideale rivoluzionario): nell’estate del 1883 la forza pubblica irruppe nel II congresso del PSR a Ravenna, interrompendo i lavori. In tutta la Romagna si ebbero agitazioni, alcune delle quali degenerarono in scontri a fuoco7. La regione veniva descritta dalla stampa conservatrice come una zona pericolosissima, pronta ad esplodere. In realtà nessun moto era in preparazione da quelle parti; scoppiarono invece nel Polesine nel 1884 e nel Mantovano l’anno successivo spontanee agitazioni bracciantili, subito prese in mano da associazioni legate a quelle operaie e dirette da agitatori socialisti. Al grido di “la boje”8, centinaia di contadini, per lo più braccianti, andarono incontro ad una durissima repressione nonché a numerosi arresti. Questi furono seguiti da sentenze clamorosamente assolutorie, di grande importanza storica: con esse i giudici riconoscevano di fatto i diritti di associazione sindacale e di sciopero.

Nel frattempo in Lombardia gli operaisti vedevano crescere la propria forza all’interno della Confederazione operaia. Se, già nel 1883, il congresso confederale di Varese aveva dimostrato la crescente frattura tra democratici ed operaisti, quello tenuto a Milano l’anno dopo palesò una reale parità di forze tra le due tendenze. Ma l’influenza radicale all’interno della Confederazione era in caduta libera, e già agli inizi del 1885 gli operaisti prevalsero nettamente sui democratici borghesi. Nel maggio si tenne a Milano il I congresso del rinato (in realtà mai morto) POI, che si definì come il partito della classe operaia, distinto da tutti gli altri partiti borghesi e teso all’emancipazione del proletariato attraverso la lotta economica (sindacale) prima che politica9. Strumento privilegiato del partito – che adottò come organo di stampa Il Fascio Operaio – era quindi lo sciopero. Al II congresso del POI, nel dicembre ’85 a Mantova, vennero invitati i protagonisti dei moti della boje, che denunciarono le loro tragiche condizioni di lavoro. Per la prima volta un congresso operaio ospitava le rivendicazioni di un movimento contadino, attivo e temprato dalle lotte. Il POI s’impose così come la forza unificante di tutto il movimento operaio e contadino lombardo, con tendenza ad abbattere i propri limiti regionali, sulla duplice base di un’ideologia schiettamente proletaria e di un’organizzazione federale e sindacale.

Nel suo progetto di costruzione di un partito socialista realmente nazionale, Costa non poteva rimanere disinteressato di fronte a cotanta forza operaia. Nonostante nel 1884 il PSR avesse aggiunto al proprio nome l’aggettivo “nazionale”, il suo leader era ben consapevole della portata limitata del movimento emiliano romagnolo, che in effetti nazionale non lo sarebbe mai diventato10. Comprensibili dunque le brame del Costa di inglobare nella propria creatura politica la base operaia costituita dal POI. Il tentativo di unificazione venne compiuto nel 1886 a Mantova, in quello che fu una sorta di congresso congiunto tra PSR e POI. Costa sostenne la complementarietà dell’azione politica del PSR e di quella economica (ovvero sindacale) del POI, ma i rappresentanti di quest’ultimo erano contrari alla fusione e non vollero allargarsi oltre la prospettiva di un’alleanza meramente tattica. Essi criticarono inoltre la scelta della lotta parlamentare al fianco dei partiti democratici borghesi, ribadendo fermamente la loro linea di astensionismo elettorale11. Insomma, le speranze di Andrea Costa erano illusorie, ed altrettanto illusorio fu l’ultimo tentativo di conversione dei sui suoi vecchi compagni anarchici, che ormai lo consideravano alla stregua di un servo del potere borghese.

Il mancato sodalizio di Mantova non giovò a nessuna delle due parti. Per il PSR iniziò un periodo di debolezza organizzativa, riflessa dall’interruzione dei congressi fino al 1890. Il POI subì nel 1886 una dura ed inaspettata repressione da parte governativa. Il 23 giugno 1886 il prefetto di Milano soppresse Il Fascio Operaio e sciolse ufficialmente il POI, facendone arrestare numerosi dirigenti, tra cui Costantino Lazzari, con l’accusa di aver incitato la popolazione al saccheggio, alla strage ed alla guerra civile. Fu un duro colpo per tutto il movimento operaio settentrionale.

Fino a quel momento importanti passi avanti erano stati fatti in campo cooperativistico. Nell’ottobre 1886 aveva visto la luce la Federazione delle cooperative italiane, mentre sul terreno della resistenza le rivendicazioni operaie crescevano di numero e d’intensità. Già prima dei moti del Polesine i contadini erano insorti a Catania nel 1882 ed a Taranto l’anno successivo. Operai avevano scioperato a Genova, Palermo, Napoli, Venezia, Monza, Savona, Verona e, naturalmente, Milano. Il vecchio Crispi pensava di calmare le tensioni sociali colpendo il POI, ma si sbagliava: pochi giorni dopo le retate milanesi (giugno 1886), una potente ondata di scioperi dilagò nelle campagne del mantovano e dell’Emilia, con epicentro in quel di Molinella. Gli scioperi non si placarono. Nel 1887, mentre Costa in parlamento opponeva il suo “né un uomo né un soldo” alla guerra d’Africa12, a Torino e Bologna gli edili scioperarono massicciamente, ottenendo discreti miglioramenti salariali e normativi. In Lombardia le agitazioni agrarie furono numerose fino al 1890, per poi spostarsi nella bassa emiliano romagnola, zona che in seguito alle bonifiche aveva conosciuto il formarsi di un numeroso proletariato agricolo bracciantile, sul quale si scatenò l’instancabile propaganda del PSR.

Nel frattempo il POI stentava a riprendersi dal colpo subito. Costretto ad assumere il falso nome di Unione mutua operaia istruttiva ed a spostare la direzione dal proprio centro reale – Milano, capitale operaia – alla decentrata Alessandria, non fece in tempo ad organizzare un paio di congressi, che nel maggio 1889 molti dirigenti vennero nuovamente arrestati. Quello di Milano nel 1890 fu l’ultimo congresso del POI.

Tirando le somme, mentre il movimento operaio europeo festeggiava i cento anni della presa della Bastiglia con la nascita parigina della II Internazionale, gli operai italiani brancolavano in piena crisi organizzativa: i due nuovi partiti del proletariato, i rivoluzionari romagnoli e gli operaisti lombardi, non riuscivano ad assumere il ruolo di guida del movimento dei lavoratori. L’altra grande organizzazione operaia, quella imperniata sul mazziniano Atto di fratellanza, nonostante fosse la più numerosa d’Italia, versava in condizioni di cronica inefficienza organizzativa. Nel 1882 essa aveva ribadito la linea di un astensionismo intransigente, che la lasciò per anni in un isolamento senza via d’uscita. Soltanto nel 1886 alcune forze più progressiste portarono la federazione repubblicana ad accettare – per la prima volta – lo sciopero come strumento legittimo delle lotte dei lavoratori. Nel 1889 finalmente l’astensionismo fu ritirato. Il socialismo iniziava a penetrare in molte associazioni operaie repubblicane, soprattutto romagnole. La maggioranza restava fedele ai principi mazziniani, ma le correnti più vive del repubblicanesimo andavano orientandosi sempre più verso l’orizzonte socialista.

NOTE:

1 Nel 1877 Costa era stato a Lugano, dove aveva conosciuto Anna Kuliscioff, e dopo Gand si era stabilito per un periodo a Parigi, finendo anche in prigione.

2 Data la scarsa industrializzazione della zona romagnola, il PSR ebbe come base principale il proletariato contadino, composto soprattutto dalla nuova figura del bracciante. Cardine del programma rivoluzionario costiano fu non a caso la soluzione della questione contadina tramite la socializzazione della terra.

3 Nel 1878 scioperarono le tabacchine di Venezia, nel 1879 gli scalpellini di Agrigento ed i braccianti di Reggiolo; nel 1880 incrociarono le braccia i tipografi di Milano, le filatrici di Como ed i minatori di Cesena.

4 In particolare Malatesta e Cafiero.

5 Le prime a suffragio lievemente allargato: poté votare quasi il 7% della popolazione del regno.

6 Con il nome di Unione Operaia Radicale.

7 A Forlì nel 1883 la polizia sparò sulla folla che protestava per l’arresto di alcuni giovani, colpevoli di aver preso a sassate uno stemma sabaudo.

8 “Bolle”, riferito all’acqua in ebollizione come metafora del malcontento contadino giunto al punto di traboccare.

9 Ed infatti la Lega dei figli del lavoro di Milano, attorno alla quale si raccolse il grosso degli operaisti, era una vera e propria cassa di resistenza, creata appositamente per organizzare il soccorso in caso di scioperi.

10 Nonostante l’instancabile attività di Costa, che sfruttava il proprio tagliando ferroviario di deputato per girare l’Italia dal Piemonte alla Sicilia, riuscendo – grazie alla propria abilità oratoria – a convertire molte sezioni dall’anarchismo al PSR.

11 Linea in verità elastica, in quanto lasciava in materia elettorale piena libertà alle sezioni.

12 E continuava con toni tristemente attuali, quali “..e prima di portare la civiltà in casa altrui, sbarazziamoci noi di ciò che ci resta di un tristissimo passato”. Era il maggio 1885.

Informazioni su Dimitri

Braccia rubate all'agricoltura
Questa voce è stata pubblicata in Operai d'anteguerra, Storia e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Operai d’anteguerra ³

  1. Pingback: Operai d’anteguerra 4 | La rotta per Itaca

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...