Operai d’anteguerra ²

di Dimitri El Madany

Segue da qui. In questa puntata: Marx e la Prima Internazionale; la Comune di Parigi; l’influenza anarchica; Bakunin in fuga travestito da prete; repressioni preventive; la banda del Matese & much more…

Michail Bakunin

Il 1864 fu l’anno di nascita dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (AIL), il cui Consiglio Generale aveva sede a Londra. Giuseppe Mazzini, dopo aver posto sotto la propria ala le società operaie italiane, ambiva a prendere le redini anche del neonato movimento internazionale. Tuttavia, il patriota genovese s’imbatté in qualcuno che aveva i suoi stessi intenti, un certo Karl Marx, il quale ebbe la meglio su Mazzini e poté così impostare gli Statuti generali di quella che sarebbe passata alla storia come la Prima Internazionale.

Il mazzinianesimo perdeva vigore anche sul fronte italiano: nel 1865 il colera e nel 1866 la terza guerra d’indipendenza contribuirono all’allentarsi dell’attenzione dei repubblicani verso il movimento operaio, lasciando le società operaie sbandate ed acefale. Ne approfittò Michail Bakunin, in Italia per la prima volta proprio nel 1864, ispiratore e guida di una società segreta anarchica e ribelle all’Internazionale diretta da Marx: l’Alleanza della democrazia socialista, la quale, in seguito alla Comune di Parigi, sarebbe divenuta erroneamente famosa in tutta Italia proprio con il nome di Internazionale. Lo scontro tra Mazzini e Bakunin avvenne a distanza, proprio in merito alla Comune del 1971, un avvenimento che scosse dalle fondamenta il movimento operaio italiano, e non solo. Mazzini prese posizione contro quella rivoluzione, che per la prima volta aveva condotto la classe proletaria al potere; Bakunin si pose invece a difesa dell’esperienza parigina. In Italia si aprì un acceso dibattito; col patriota ligure o con l’anarchico russo si schierarono tutti i circoli e le società operaie. Furono le nuove leve del movimento – la cosiddetta “gioventù rivoluzionaria” – a decidere la sfida, schierandosi con Bakunin. Da questo momento il peso dei mazziniani nell’organizzazione operaia iniziò definitivamente a declinare.

Bakunin però non aveva ancora vinto: ecco che subito un altro duello chiedeva alle varie componenti del movimento operaio italiano di prendere nuovamente posizione. Lo scontro in seno all’Internazionale questa volta era con Marx. Materia del contendere erano le due opposte concezioni dell’agire operaio. Da una parte, contrario alla partecipazione alle lotte politiche e promotore dell’astensionismo elettorale, l’anarchismo bakuniano predicava una rivoluzione segreta ed insurrezionale, il cui fine ultimo era la distruzione dello Stato. Dall’altra, la concezione marxista faceva leva sul partito1 come organizzazione autonoma e indispensabile per la classe operaia nella sua lotta per la conquista del potere politico, necessario alla realizzazione del suo scopo ultimo: l’abolizione delle classi. Eccezion fatta per La Plebe di Lodi, diretta da Enrico Bignami, tutta la stampa internazionalista italiana si schierò con Bakunin. Lo stesso Marx ammise che in Italia l’influenza anarchica lo aveva preceduto2. Le società operaie di Milano, Torino, Genova e Napoli, costituitesi già da qualche tempo sezioni dell’Internazionale, aderirono al movimento bakuniano; a Bologna si costituì il Fascio operaio (cui aderì il ventenne Andrea Costa), in tutta l’Emilia Romagna e fino alle Marche sorsero nuove sezioni dell’Internazionale anarchica. Colpo di grazia all’influenza del Consiglio di Londra in Italia fu la conversione di Carlo Cafiero, dirigente della sezione AIL di Girgenti, il quale, dapprima legato a Friedrich Engels (che era segretario dell’Internazionale per l’Italia), abbandonò le posizioni marxiste in seguito ad un colloquio con lo stesso Bakunin.

Nel frattempo, Mazzini aveva convocato un congresso a Roma, di fresco liberata, il 1° novembre 1871, con l’intento di costituire un fronte unitario antinternazionalista. Come prevedibile, al congresso non aderirono in molti, ma in compenso erano presenti i rappresentanti di due sezioni dell’Internazionale anarchica, tra cui il suddetto Cafiero. All’ordine del giorno c’era la conferma del patto di fratellanza, più o meno sulla stessa linea del modello mazziniano. Gli internazionalisti si opposero, ma la stragrande maggioranza dei presenti votò la proposta, al che Cafiero ed i suoi abbandonarono l’assemblea: si consumava così la seconda scissione nella storia del movimento operaio italiano, questa volta tra mazziniani e internazionalisti anarchici (la prima – Firenze, 1861 – era stata tra mazziniani e conservatori paternalisti).

Il fronte bakuniano radunò le forze e si costituì Federazione italiana dell’Internazionale nell’agosto del 1872 a Rimini, in un congresso cui presero parte delegati sezionali provenienti per lo più dall’area emiliano romagnola. L’assemblea si scagliò contro il Consiglio di Londra, definì “autoritaria” l’Internazionale di Marx ed indisse un contro-congresso a Neuchâtel, in contrapposizione a quello che il Consiglio aveva fissato per settembre all’Aia. Bakunin mirava a compattare le sezioni europee a lui fedeli, onde operare una scissione in seno all’Internazionale. Il tentativo fallì: gli anarchici spagnoli e svizzeri si rifiutarono di marinare il congresso dell’Aia, al che Bakunin non poté che cambiar rotta, consentendone tardivamente la partecipazione e lasciando così isolata la federazione italiana. Il congresso dell’Aia, V ed ultimo della cosiddetta Prima Internazionale, approvò definitivamente la dottrina di Marx intorno al partito e decretò l’espulsione di Bakunin. La minoritaria fazione anarchica riportò così una dura sconfitta, seppur effimera. Allo stesso tempo infatti, il trasferimento del Consiglio Generale da Londra a New York segnò di fatto la fine della Prima Internazionale, sgombrando il campo europeo proprio alla corrente bakuniana, la quale s’impadronì del nome dell’AIL e divenne la sola Internazionale d’Europa. In Italia, l’unico collegamento rimasto a Marx ed Engels era il gruppo gravitante intorno a La Plebe di Lodi ed al suo direttore Bignami.

Potremmo dire che la Federazione italiana dell’Internazionale sia stata il primo partito organizzato italiano, in senso moderno. Paradossalmente, furono proprio gli anarchici a fondarlo, nonostante il loro netto rifiuto dell’organizzazione del proletariato in partito politico. Occorre però precisare che le masse di lavoratori che finora abbiamo visto organizzate da moderati, repubblicani ed anarchici, solo sommariamente potevano essere definite “classe operaia”. Anacronistico almeno fino al 1870, ancora per gli anni Settanta dell’Ottocento parlare di classe operaia in Italia è relativamente azzardato. L’arretratezza industriale aveva limitato e ancora limitava la formazione del proletariato di fabbrica a pochi stabilimenti di grandi dimensioni, tessili o meccanici, forniti di macchinari moderni e concentrati soprattutto nel nord della penisola. Il distacco della classe operaia dal mondo rurale era ancora assai limitato: la maggioranza della popolazione lavorava la terra. Alla minoranza operaia si aggiungevano crescenti strati di lavoratori salariati, che venivano anch’essi chiamati operai3. Tale varietà del lavoro implicava un carattere composito della stessa classe lavoratrice: oltre a forti differenze regionali, vi erano, da un lato, grandi masse di operai non qualificati e, dall’altro, ristretti gruppi di qualificati, fedeli ad uno spirito di mestiere particolaristico e talvolta antiquato. Questi ultimi pervennero più rapidamente a una coscienza politica, prima democratica e poi socialista, nonché a forme moderne di organizzazione e di lotta, spesso innestate sul vecchio tronco corporativo. Più lenta fu invece la maturazione politica e rivendicativa delle masse di lavoratori senza qualifica, sottoposti a condizioni di vita miserabili ed abbrutiti dallo sfruttamento. Tali fattori pesarono negativamente sullo sviluppo del movimento operaio italiano per vari decenni.

Intorno al 1871 si svilupparono i primi nuclei del movimento sindacale: le società o leghe di resistenza, tese a contrapporsi direttamente al padronato tramite gli scioperi. I primi anni settanta furono infatti caratterizzati da un acuirsi delle tensioni sociali: alla diminuzione continua dei salari reali risposero tumulti, agitazioni e scioperi4. Intensificando questi ultimi, la classe operaia cercava di reagire in modo spontaneo e disordinato alla politica economica della classe dominante, ma governo e padronato non tardarono a mettere in moto la macchina della repressione.

La Federazione italiana dell’Internazionale era organizzata in sezioni, per arti e mestieri, il che equivale a dire che aveva la forma di un vasto organismo sindacale. Tale organizzazione era per forza di cose pubblica, ed esponeva le sezioni alla repressione governativa. Le autorità tentarono di colpire la Federazione con numerosi arresti e scioglimenti di sezioni, nonché con l’occupazione militare di Mirandola, che nel 1873 era stata designata dagli anarchici come sede del loro II congresso. Costretti a ripiegare su Bologna, gli internazionalisti videro interrotti i lavori da un’irruzione della forza pubblica, che trasse in arresto numerosi esponenti, tra cui Errico Malatesta, Cafiero e Costa. Il congresso proseguì clandestinamente, ribadì la suddetta formula organizzativa e dichiarò la Federazione antiautoritaria, atea, anarchica, federalista, collettivista ed astensionista. La disorganicità e la sconnessione con cui tali punti vennero elencati palesava l’incapacità del movimento anarchico di uscire da un astratto estremismo verbale. Ciò nonostante, gli accenti barricadieri della strategia bakuniana non tardarono a tradursi in pratica.

Nel marzo del 1873 in Italia il clima appariva preinsurrezionale. Le succitate velleità operaie da una parte e quelle governative dall’altra si tradussero in fatti: sul finire del 1873 venne istituito un Comitato italiano della rivoluzione sociale, branca clandestina della Federazione, cui collaborava alacremente Andrea Costa. Quest’ultimo, assieme a Bakunin, Cafiero ed altri, stava tessendo un’attività clandestina, in preparazione di un moto insurrezionale a Bologna, Firenze, in Puglia ed altre regioni d’Italia. Ma la polizia, come sempre premurosa5, era ben al corrente di gran parte del piano, ed un paio di giorni prima lo decapitò, irrompendo nel covo bolognese dei rivoluzionari ed arrestando Costa e molti altri. Tra il 7 e l’8 agosto 1874 il moto falli miseramente e tutti i partecipanti vennero dispersi o arrestati. Bakunin riuscì a fuggire in Svizzera camuffato da prete…

Gli arresti del ’74 interruppero l’attività della Federazione. Tuttavia, i processi che seguirono, nel 1875 e 1876, invece di darle il colpo di grazia, condussero ad un ravvivarsi del movimento anarchico: le assoluzioni pressoché generali consentirono ai dirigenti di riprendere l’attività organizzativa e già nell’estate del ‘76 si ricostituirono le federazioni regionali emiliano romagnola, toscana ed umbro marchigiana, mentre nuove sezioni sorgevano in tutto il paese. In occasione del III congresso, la forza pubblica colpì di nuovo: preventivamente giunte sul luogo designato (Firenze), le truppe circondarono la sala del congresso, traendo in arresto numerosi convenuti e costringendo una quarantina di delegati fuggitivi a 9 ore di marcia sotto la pioggia battente. Questi, braccati, tennero congresso nei boschi intorno a Pontassieve, e ribadirono la rivoluzione come unico mezzo per risolvere la questione sociale. In realtà, tale posizione ostinatamente insurrezionale era ormai una strada senza uscita. Se si fosse svolto senza l’intervento delle guardie, il congresso forzatamente “agreste” dell’ottobre 1876 avrebbe dimostrato la grande forza e la vastità raggiunte dall’Internazionale anarchica in Italia; esso segnò invece l’inizio del suo declino.

Una nuova fazione veniva prendendo consensi: il gruppo de La Plebe di Bignami, l’unico in Italia rimasto ancora fedele agli Statuti generali dell’Internazionale. Trasferitosi nel 1975 da Lodi a Milano, Bignami costituì nella capitale industriale d’Italia un Circolo di studi economico sociali6 (insieme ad Osvaldo Gnocchi Viani, preciso teorizzatore del sindacato come organo di lotta economica della classe operaia), lontano dall’anarchismo e propugnatore di una linea che si diceva socialista, evoluzionista e legalitaria, favorevole alla lotta elettorale del proletariato. Questo gruppo si costituì nel 1876 Federazione dell’Alta Italia dell’Internazionale, e l’anno successivo si dichiarò autonomo da tutte le altre federazioni anarchiche. Si prospettava l’ennesimo duello tra correnti. Il colpo di grazia alla maggioranza anarchica lo diede un ardito manipolo dei suoi stessi uomini: la banda del Matese. Una trentina di militanti, capeggiata da Cafiero e Malatesta, tentò nella primavera del 1877 di dar vita ad un moto insurrezionale nei pressi di Benevento, venendo però facilmente catturata dalla forza pubblica. Se già i moti del ’74 avevano incrinato in molti la fiducia nell’insurrezionalismo di stampo bakuniano, il nuovo fallimento sancì definitivamente la sterilità pratica della strategia anarchica. Inoltre, all’evento seguì una nuova repressione governativa, che giunse a sciogliere anche la neonata Alta Italia, la quale pure nulla aveva a che fare con i moti di Benevento.

L'arresto della Banda del Matese in un incisione di Giuseppe Ballarini, 1877

Mentre in Italia la situazione stagnava confusa, nel più vasto orizzonte europeo si consolidò la vittoria del socialismo legalitario a danno dell’anarchismo. Il congresso socialista universale di Gand (settembre 1877) palesò il divario in atto tra le due tendenze e mostrò come in tutto il continente i socialisti si fossero già orientati verso l’organizzazione della classe operaia in partito politico. Era la linea di Marx. Il coevo successo elettorale della Socialdemocrazia tedesca indebolì ulteriormente le voci anarchiche d’Italia, le quali si contarono – pochissime – nel loro IV ed ultimo congresso, a Pisa nel 1878. Al disfacimento della Federazione anarchica non subentrò, come ci si poteva invece attendere, un’azione efficace del neonato gruppo evoluzionista, il quale era troppo esiguo per riuscire nel suo intento di aggregare i nuclei socialisti d’Italia in un unico grande partito. La Federazione dell’Alta Italia continuò sulla sua strada socialista legalitaria e mutò il proprio nome in Federazione Socialista dell’Alta Italia; l’Internazionale anarchica invece si perse nel nulla.

NOTE:

1 Compendiata nella famosa Risoluzione IX del Congresso che l’Internazionale tenne a Londra nel settembre 1871.

2 In particolare a Napoli, ove nel 1869 si era costituita la prima sezione italiana dell’AIL, Bakunin aveva predicato fruttuosamente, tanto che Errico Malatesta indicò nel russo il portatore dei “primi semi di socialismo rivoluzionario” in Italia.

3 Ferrovieri, sarti, panettieri, tipografi, tabacchine, gasisti, facchini, scaricatori di porto, edili, senza dimenticare i minatori sardi, gli zolfatai siciliani ed i cavatori di marmo di Carrara.

4 Già nel 1868 Bologna fu teatro del primo sciopero generale di un’intera città, promosso da società operaie ed associazioni democratiche.

5 A tal punto da prendere granchi quali l’arresto preventivo di noti ed influenti esponenti repubblicani, lontanissimi da qualsiasi idea sovversiva, poi assolti. Un tale eccesso di zelo poliziesco rifletteva però la larghezza delle preoccupazioni governative.

6 Un altro gruppo su posizioni simili si era formato a Palermo, per opera dell’esule comunardo Benoit Malon.

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