Certe idee sono come mine vaganti. Recensione allo spettacolo “ITIS Galileo” di M. Paolini

di Matteo Cosci*

Gli uomini, sia nel nostro tempo sia dapprincipio, hanno cominciato a filosofare grazie alla loro capacità di meravigliarsi, poiché, infatti, essi inizialmente si meravigliavano di quanto, a loro vicino, non comprendevano, poi, a poco a poco procedendo in questo stesso modo, si affacciarono su questioni su più complesse, come le affezioni della luna e del sole e delle stelle e l’origine dell’universo.  –  Aristotele  –

É un Galileo «terragno», meccanico e operaio, vestito con un grembiulaccio da garzone di bottega, un Galileo inedito e risolutamente controtendenza, quello rappresentato da Marco Paolini nel suo ultimo allestimento teatrale Itis Galileo.

I.t.i.s. come «Istituto Tecnico Industriale», perché né la presentazione tradizionale che ce ne danno nei licei classici – che ne enfatizza la portata filosofica, né quella dei licei scientifici – che lo relega ad un capitolo di astronomia storica, colgono di una tale figura l’essenza pratica del suo agire umano.

Un ritratto di Galileo con le mani sporcate dal lavoro, non un teoreta contemplativo, non un epistemologo militante, non un baluardo dell’antidogmatismo: siamo anni-luce distanti dalla liricità del Galileo alla Brecht, ma grazie ad un Paolini effervescente riscopriamo l’attualità di una vicenda intellettuale capace ancora di parlare e di parlarci.

Assistiamo perciò ad un Galileo che da «primo precario dell’Università italiana» (che sbarcava il lunario facendo oroscopi) arriva a diventare, per merito, primo ordinario senza titoli («per essere geni – del resto – non serve la laurea»).

Come ha scritto A. Marcheselli, in quest’ultimo spettacolo del maestro bellunese «la quantità di riferimenti alla realtà contemporanea è tale da poter considerare Galileo, se non proprio uno specchio della attuale condizione intellettuale, quanto meno una riflessione sulla ricorrenza impressionante di situazioni analoghe fra il nostro tempo e il secolo XVII. Le riflessioni sul sapere scientifico, sul suo valore politico e morale, le aperture e le chiusure del potere nei confronti delle innovazioni, il ruolo della chiesa, dei governi, degli intellettuali, dell’economia: tutti argomenti che si ripropongono con una sovrapponibilità di situazioni quantomeno inquietanti, soprattutto se si pensa a quanto la storia sia o meno effettivamente in grado di insegnare qualcosa».1

La messa in scena comincia con un minuto di “rivoluzione”, non quella dell’euforia del pubblico incitato dall’istrionico autore-attore, ma quella della nostra inconsapevole e costante partecipazione al moto di rivoluzione della Terra intorno al Sole: un viaggio, che, per la sola durata dello spettacolo, coprirà circa 200mila chilometri di orbita ed un’unica tirata di fiato da parte di un Galileo ora beffardo saltimbanco, ora experitus ostinato e visionario. Così, sul palcoscenico, tra momenti più teatrali ed altri più didascalici, si entra in dialogo con modelli astronomici complessi con semplicità, come se si ciacoasse al bàcaro, e così, senza accorgersene, prende vita il «Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo», ritrovandoci improvvisamente a disquisire con i suoi tre personaggi, – Salvati, Simplicio e Sagredo – (ed è arte pura l’intermezzo di commedia dell’arte “alla Dario Fo” che li ritrae nel loro esperimento mentale, fino ad arrivare ad un originalissimo cameo sull’Amleto di Shakespeare recitato “in lingua madre”…cioè …in dialetto veneto!”).

Paolini sa guadagnarsi l’attenzione del suo pubblico coinvolgendolo fin dall’inizio sul proscenio e ammicando spesso con battute e facili strizzatine d’occhio. La parte seria è più impegnativa: inevitabilmente lo spettacolo incorre in semplificazioni dovute e in parte riuscite, ma è nell’allargare il quadro ad un caleidoscopio di tanti personaggi che in un modo o nell’altro hanno incorociato l’operato di Galileo (Bruno, Copernico, Keplero, Thycho Brahe, Campanella…) che forse si fa perdere il filo della trama scenica a quegli spettatori che di Galielo conoscevano soltanto il cannocchiale.

Ciònonostante, è proprio nell’impersonare quel sagace “praticone e mestierante” capace di irretire papi e dogi, che Paolini dà il meglio di sé dipingendoci un uomo libero di spaziare con lo sguardo attraverso i numeri e il cosmo e al tempo stesso prudente per necessità e per circostanza opportunista, ma sempre mosso da una rigorosa coerenza d’analisi, che, com’è noto, lo porterà finanche a mettere in crisi la perdurante autorevolezza della fisica biblica e tolemaica.

Ecco allora che si fa strada l’umanità del dubbio, del mettersi empiricamente in discussione e anche l’umanità tragica della ritrattazione: la sua abiura di fronte al Tribunale dell’Inquisizione del Santo Uffizio ci appare ora come una scelta esistenziale, che chiunque non avrebbe forse esitato a fare, ma che pochi sarebbero stati in grado di sopportare o accettare in prima persona.

Come ha dichiarato Paolini in un’intervista: «Galileo è il simbolo di un pensiero che fa “resistenza” all’omologazione. Essere geniali, in circostanze difficili, può essere un problema, per gli altri soprattutto. È sempre facile irridere le teorie del passato, perché quando finiscono le teorie fanno sempre ridere. Il problema è che mentre ci sei dentro è molto più difficile metterle in discussione, mentre ci si vive dentro continui a pensare che non sia teoria, ma spiegazione della realtà». E continua ancora – come eravamo straniti di fronte alla novità del cannone-occhiale, «siamo oggi capricciosi fruitori della tecnologia, demonizzando la scienza che la produce. Beneficiamo come bambini dei giocattoli che la tecnologia ci mette a disposizione, ma […] mi sembra che l’oscurantismo oggi derivi dall’eccesso di informazioni, tutte autolegittimate al rango di verità. La televisione (in particolare) e altri media propongono soluzioni meno stimolanti e più rilassanti per il cervello. La critica dove è finita? Come si combatte l’omologazione? Ai tempi di Galileo la scuola <dogmatica> era onnipotente, era il luogo dell’ortodossia delle certezze. Oggi la verità sembra tutta tra la famiglia e la TV». 2

Il teatro allora ci mostra come la censura prima ancora che nell’Indice dei Libri Proibiti sembra risedere nel nostro addomesticamento al pensiero precostituito, nella nostra inerzia alla verità, nella mancanza di iniziativa concreta nel volerci “sperimentare” in essa o nell’uso improprio e fraudolento che di essa facciamo.

É interessante notare come il tanto celebre cannocchiale, congegnato a Padova per osservare le macchie lunari o i satelliti di Giove, avesse trovato mercato soprattutto in ambito militare. A questo proposito, come anche nel suo precedente spettacolo Ausmerzhen, Paolini ricorda, ripete e dimostra l’assunto secondo il quale «la scienza non produce coscienza», un’asserzione che si scolpisce nella mente in un periodo di bombardamenti e collassi nucleari e che ci mostra un Galileo prima ancora che teknìtes inventore di gadget tecnologici, come un avveduto uomo di coscienza, accorto circa le ripercussioni e le conseguenze che il suo lavoro potrà avere, su di sé in primis e, sulla ventura comunità scientifica, poi.

L’allestimento scenografico scelto è essenziale: oltre ad una sorta di affresco sull’uomo e sull’universo (un fondale, nell’immagine, che riproduce l’elegante calligrafia dell’astronomo corredata dai suoi acquerelli stellari), soltanto campeggia al centro un gigantesco filo a piombo, il cui pendolo è una sfera, che internamente racchiude un modellino di ellissi geocentriche, ma che esternamente in tutto somiglia forse ad un pianeta (= “quanto va errando”), o, forse, somiglia ancor più ad una mina: sembra ferma, eppur si muove.

«Certe idee sono come mine vaganti», mormora Paolini, dandogli infine una forte spinta. Certe idee si sa che all’inizio un poco oscillano, ma che, come un in pendolo, più sono scacciate, più ritornano, e alla fine, esplosive più che mai, deflagrano. Il finale fa sorridere e dà speranza: la mina diventa un’altalena sul mondo e la Quinta di Beethoven si trasforma nello scanzonato blues di Chuck Berry.

Applausi, sipario, ancora applausi.

ITIS Galileo

con Marco Paolini
di Francesco Niccolini e Marco Paolini
consulenza scientifica: Stefano Gattei
consulenza storica: Giovanni De Martis
scenotecnica: Yurji Pevere
direzione tecnica: Marco Busetto
consolle audio: Gabriele Turra
illuminotecnica e fonica: Ombre Rosse
produzione: Michela Signori, Jolefilm, 2010

Durata: 115’ circa


1 Andrea Marcheselli, «Paolini: un’imperdibile commedia dell’arte», Gazzetta di Modena, 05-02-2011.

2 Intervista di Caterina Barone, Paolini: «Il mio Galileo maestro di ironia», Corriere del Veneto, 06-01-2011.

* Matteo Cosci è dottorando in filosofia presso l’Università degli Studi di Padova. Oltre che appassionato di mezzofondo e musica rumorosa, è studioso di filosofia antica e in particolare di Aristotele.

Informazioni su matteo

Sofista contaballe, stakanovista dell'otium, luddista oscurantista.
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Una risposta a Certe idee sono come mine vaganti. Recensione allo spettacolo “ITIS Galileo” di M. Paolini

  1. michelebarbaro ha detto:

    La rubrica “Sventurata la terra” che del Galileo di Brecht ha fatto Titolo, ringrazia Matteo, lirismi e teorie guardano alla fatica della mano con invidia.
    Bell’articolo, la recensione è forma interessante di scrittura.
    Michele

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