DROMOMANIA. Berlino, Monumento ai caduti Sovietici

di Matteo Antonin

Stazione della S-Bahn di TreptowerparkTreptow per i berlinesi – in un pomeriggio freddo.

Camminando, mani in tasca e baveri alzati, passiamo davanti alla Botschaft der Sozialistischen Republik Vietnam, l’ambasciata della Repubblica Socialista del Vietnam, bandiera rossa con stella gialla che sventola e fa uno strano effetto, data la nostra destinazione.

In un’atmosfera da guerra fredda che non c’è imbocchiamo Puschkinallee, costeggiando il parco. Destinazione: Sowjetisches Ehrenmal, monumento ai caduti sovietici.

Ci siamo: sulla nostra sinistra un arco in granito segna l’ingresso al parco, un’iscrizione in tedesco e in russo ricorda i soldati russi morti per la liberazione dell’Europa dal nazismo: il vostro sacrificio non verrà dimenticato.

Entriamo. Il parco è immerso in una placida quiete; un vialetto alberato conduce ad uno spiazzo, anch’esso silenzioso. L’atmosfera è grave, triste. Nel mezzo dello spiazzo, circondato da salici piangenti, la statua in granito di una donna, la Madre Russia, piange insieme a quegli alberi addolorati lo strazio dei suoi morti.

È il tempo del silenzio, del raccoglimento, del cordoglio e del dolore. Circa ottantamila soldati dell’Armata Rossa morirono durante la battaglia di Berlino, nell’aprile del 1945. Qui ne sono sepolti cinquemila.

I salici li piangono, in silenzio.

Ma il silenzio del dolore dura poco: migliaia di soldati sono morti, è vero, ma la battaglia è stata vinta.

Il frastuono della gloria sovrasta il silenzio del cordoglio. Se quei soldati sono morti è stato per la Patria, e la Patria deve essere celebrata, così come la vittoria. Il dolore lascia spazio al trionfo, e nel silenzio di oggi si possono ancora udire gli antichi echi delle grida di giubilo e di tripudio nella grande parata militare di inaugurazione del monumento, la banda che suonava, la vodka che scorreva e riscaldava, le bandiere rosse, gli inni:

Sia celebre la nostra Patria libera,

Sicuro baluardo dell’amicizia fra i popoli!

La bandiera sovietica, la bandiera del popolo

Ci guidi di vittoria in vittoria! 1

Sventolavano le bandiere: rosso, giallo, nero, i colori della Germania. Al centro, il martello, simbolo degli operai, il compasso, simbolo degli intellettuali, le spighe, simbolo dei contadini. Era il 1949, nasceva la DDR: Deutsche Demokratische Republik.

Giriamo a destra, e imbocchiamo il vialetto che porta al cimitero vero e proprio, mastodontico omaggio alla potenza dell’Unione Sovietica, che allora sembrava non poter avere fine.

Due muri imponenti a forma di vela, bandiere sovietiche stilizzate, sfondo rosso con falce e martello gialla, fiancheggiano l’entrata principale, obbligando il visitatore a passare attraverso una stradina che a confronto sembra piccolissima. La leggenda vuole che per la loro costruzione sia stato usato il marmo delle rovine della cancelleria di Hitler.

A destra e a sinistra le statue di due soldati, inginocchiati, salutano ossequiosi chi giunge dall’ingresso principale.

Una volta entrati ci si apre davanti un gigantesco spiazzo: sotto quella terra sono sepolti i soldati.

Il cortile è immenso. Berlinesi distratti fanno jogging, una bambina piccolissima corre e inciampa tra le reliquie della storia, e sembra ancora più piccola in confronto ai sedici sarcofagi che ornano il cimitero, allineati parallelamente su ogni lato dell’area. Uno per ognuna delle sedici Repubbliche che allora formavano l’Impero Sovietico; ognuno decorato con bassorilievi raffiguranti scene di guerra e citazioni di Lenin e Stalin, scritte con caratteri dorati, in russo e tedesco.

La Grande Russia ha saldato per sempre

Un’unione indivisibile di repubbliche libere!

Viva l’unita e potente Unione Sovietica

Fondata dalla volontà dei popoli!

Dopo la morte di Stalin e il conseguente processo di destalinizzazione, le sue citazioni dorate e scintillanti, incise sui sarcofagi, non furono rimosse, ma dal suo nome, in basso a destra, fu cancellato il colore dorato, in una sorta di pallido mea culpa e di involontaria profezia della parabola di un impero destinato, sebbene molti anni dopo, a sgretolarsi e a sciogliersi come vecchio inchiostro in balia del tempo.

Ma quello non era certo il tempo della sconfitta, e la celebrazione della vittoria non era ancora finita. La Germania doveva ricordare per sempre che era stata liberata dall’Armata Rossa, dai soldati del popolo.

Proseguiamo e attraversiamo il cortile. Già da lontano sembra fiera, imponente.

Ci avviciniamo, è sempre più grande. La grandezza della gloria, del trionfo.

Nikolai Ivanovič Masalov fu scelto per rappresentarli. Eroe sovietico della battaglia di Berlino, la leggenda narra che questo sergente dell’Armata Rossa rischiò la vita per salvare una bambina tedesca di tre anni. La sua statua, alta 12 metri, campeggia fiera nella parte opposta all’entrata del cimitero. Più sotto, il basamento della statua ospita un mausoleo con all’interno un mosaico che, nello stile del realismo socialista, rappresenta sedici uomini e donne che onorano il sacrificio dei soldati caduti.

Ogni 8 maggio qui viene celebrato e ricordato il sacrificio di quei soldati che non ci sono più e la gloria di un impero che non c’è più. Né ci sono più i due soldati che, fino al 1990, montavano la guardia d’onore.

Ma Nikolai Ivanovič Masalov c’è ancora, lui è lì davanti a noi. Lo scultore Yevgeny Vuchetich immortalò nel tempo il simbolo del valore e del coraggio sovietico: il soldato, giovane e forte, sguardo fiero che guarda al futuro, stringe nella mano sinistra la bambina salvata, e nella destra una grossa spada che spezza una svastica.

Tra le labbra, sembra di sentirla, una sola frase. A la ljublju SSSR: io amo l’Unione Sovietica.

 

 

1 Le citazioni sono tratte dal testo dell’inno sovietico nella versione del 1944, quando esso fu adottato al posto dell’Internazionale.

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Informazioni su matteo

Sofista contaballe, stakanovista dell'otium, luddista oscurantista.
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6 risposte a DROMOMANIA. Berlino, Monumento ai caduti Sovietici

  1. Karl Arsch ha detto:

    Hallo,

    sembra un articolo della Pravda o dell’unità anni 60-70.Okkio a non finire come Veltroni.
    Si parla dell’armata rossa, mitizzandola, senza neanche indicare all’enorme e inutile sacrificio che fu chiesto non solo ai soldati del popolo, ma soprattutto a quella parte dei berlinesi che, sopravissuta ai bombardamenti alleati, nel Tiergarten e chissà, forse anche nel Treptowerpark – Treptow per i berlinesi (???) ha piantato patate per sopravivere all’assedio.

    E voi qui a suggerire, “vabbè, hanno sconfitto i nazisti, quindi sono buoni” e blaterare di leggende frutto della propaganda stalinista.
    la leggenda narra che i berlinesi, avrebbero preferito di gran lunga essere “liberati” dagli americani, che essere conquistati dai Russi. E avevano ragione. Il risultato era la brutale divisione della città e della Germania intera. Gli alleati, per tenere il controllo su West-Berlin hanno sacrificato la Turingia!

    La leggenda vuole anche ,che i soldati sovietici abbiano stuprato tutto quello che si muoveva.
    Vorrei dare a questi giovani che tornano dalle discoteche un seme che cresce, GUERRA BRUTTO, GUERRA BRUTTO, GUERRA BRUTTO.

    Ps. al monumento vale cmq la pena di andarci

  2. matteo ha detto:

    Caro Karl,
    grazie di averci letti e di aver lasciato il tuo commento.
    Io non credo che l’articolo mitizzasse né l’Armata Rossa né nient’altro, a meno che il raccontare di qualcosa non sia per te equivalente a mitizzare.
    Non mi pare che l’articolo esprimesse dei giudizi di valore.
    Tutto ciò che tu chiami il suggerire, “vabbè, hanno sconfitto i nazisti, quindi sono buoni” e blaterare di leggende frutto della propaganda stalinista sinceramente non credo che ci sia.
    L’articolo è evidentemente un pezzo narrativo e non un’analisi storica, e pertanto si muove su toni pertinenti all’ambito della narrazione, identificandosi narrativamente e non moralmente con chi ha edificato il monumento in un determinato e preciso periodo storico e con le determinate idee di allora, giuste o sbagliate che fossero.
    Non credevo ci fosse bisogno di specificarlo: raccontare non significa necessariamente condividere, né essere asserviti alla “propaganda stalinista” (tra l’altro, non ti sembra un po’anacronistico, considerando che Stalin è morto più di 50 anni fa? Credi che i suoi burocrati siano ancora in servizio?).
    Ti ringrazio inoltre per la chicca per i giovani che tornano dalle discoteche: la guerra è brutta, grazie per averlo ricordato. Sono d’accordo con te.
    Non che il mio articolo sostenesse che la guerra è bella, beninteso.
    Ma per quei giovani perdigiorno frequentatori di discoteche il tuo ricordarlo sarà comunque prezioso.

  3. flaviopintarelli ha detto:

    Karl quanto a qualità letteraria la Pravda o l’Unità degli anni ’50-’60 valevano certo cento volte di più di Repubblica o del Corriere della Sera, e perlomeno dichiaravano esplicitamente la loro parzialità senza nascondersi, per cui grazie del complimento.
    Fuori dallo scherzo ti chiedo: sulla scacchiera della Storia c’è forse qualcuno che si può dichiarare vergine?
    Io penso di no e se hai onestà intellettuale concorderai con me. Tu dici che i berlinesi avrebbero preferito essere liberati dagli americani piuttosto che dai russi, e io ti rispondo grazie al cazzo, visti e considerati gli orrori che i loro connazionali della Wehrmacht e delle SS avevano perpetrato ai danni della popolazione polacca, ceca, slovacca, ucraina e russa.
    Dicendo questo non voglio dire che se lo meritavano, ma soltanto che la realtà della guerra è orribile e giudicarla sulla base di categorie assiologiche del tipo bene/male o buoni/cattivi significa obliterarne la complessità.
    Infine, ieri sera, in discoteca, ho incontrato Gerard Genette e, tra un Negroni e l’altro, mi ha spiegato che ogni racconto, anche quelli supposti “oggettivi”, comincia con l’assumere un punto di vista sulle vicende raccontate. Qui si racconta la retorica di un monumento e se ne subisce il fascino, quel “sentimento delle Colonne d’Ercole” di cui parla Marco Paolini.

  4. dimitrielmadany ha detto:

    Doppia premessa: io amo quel posto, ma io non amo l’Unione Sovietica.
    Detto questo, ringrazio l’ottimo Karl per le necessarie precisazioni. Mi pare che Matteo e Flavio abbiano risposto esaurientemente.
    Aggiungo un’unica cosa, una nota di scarso rilievo teorico: dopo che l’armata rossa ha “stuprato tutto ciò che si muoveva” a Berlino, in braccio a quei tredici metri di soldatone non ci vanno a mettere proprio un’innocente ragazzina? Amara ironia della propaganda…

  5. Ludwig ha detto:

    Ciao,
    ci sono passato proprio ieri, e fresco di questo articolo, mi è venuta in mente la storia dei marmi della cancelleria dello zio Adolfo.
    Per quanto ne so io, gli unici pezzi rimasti interi gli hanno usati per la ricostruzione della fermata Metro “Mohrenstraße” (U2), poiché detta cancelleria si trovava più o meno da quelle parti.
    Penso di aver letto da qualche parte che i marmi del monumento furono, come anche la statua, importati dalla Russia o da una delle repubbliche sovietiche.

    Un saluto da (West)Berlin

    Ludwig

  6. matteo ha detto:

    ciao Ludwig!
    allora ci leggi davvero!
    Grazie per le informazioni e speriamo di vederci ancora, magari proprio a Treptowerpark – Treptow per i berlinesi (???)….!!!!
    matteo

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