Operai d’anteguerra ¹

La rotta per Itaca è lieta di presentarvi un excursus di storia del movimento operaio italiano, dalle sue origini fino alla prima guerra mondiale. Quest’opera d’erudizione ed ingegno porta la firma del nostro storico di fiducia, Dimitri El Madany, e verrà proposta a voi, stimabili lettori, in un numero ancora imprecisato di puntate. Ecco la prima!

In questa puntata: gli albori del movimento operaio italiano; mutuo soccorso e paternalismo piemontese; l’egemonia mazziniana; un milione di fucili per Garibaldi & much more…

La prima forma di associazione operaia moderna in Italia fu costituita dalle società di mutuo soccorso. Il fine di queste associazioni era l’assistenza reciproca dei lavoratori: i soci versavano una quota ed in cambio ricevevano un minimo d’istruzione, assistenza morale, sussidi d’invalidità e di disoccupazione. Per molto tempo il mutuo soccorso rimase la forma principale di organizzazione operaia, eccezion fatta per alcuni fugaci tentativi nel biennio 1848/49 di costituire società fondate non solo sulla solidarietà ma anche sulla vera e propria resistenza, con annesse le prime vaghe idee di sciopero.

Nella prima metà del secolo XIX il mutuo soccorso si era diffuso in vari Stati italiani, ma dopo la reazione – che in tutta Europa seguì alla rivoluzione del 1848 – fu specialmente in Piemonte che si svilupparono società operaie, poiché degli solamente il Regno di Sardegna aveva mantenuto nella propria costituzione il diritto di associazione e riunione per i lavoratori. Nel 1850 nacque a Torino l’Associazione generale degli operai, primo tentativo di organizzazione unitaria dei lavoratori piemontesi. Dal 1853 al 1859 le società operaie del regno si ritrovarono annualmente in congressi1, nei quali venivano discussi problemi quali l’istruzione dei lavoratori, l’invalidità, la vecchiaia, l’assistenza alle vedove e agli orfani degli operai, lo stato e le condizioni igieniche delle abitazioni, l’orario di lavoro. Quest’ultimo problema, affrontato nel VI congresso delle società operaie (Vercelli, 1858) era fondamentale per le condizioni di vita del proletariato di fabbrica: si pensi che nell’industria tessile – la più sviluppata delle industrie piemontesi – la giornata lavorativa media era di 13 / 14 ore, senza una legislazione che tutelasse il lavoro minorile.

Il movimento operaio piemontese non riuscì purtroppo a conseguire una reale unità che andasse oltre i congressi annuali e, per mancanza di mezzi, non si dotò di un proprio organo di stampa. All’importanza dei temi trattati nei dibattiti non seguiva l’adeguata incisività necessaria per affrontarli. Un duplice paradosso attanagliava il movimento. Le società operaie erano tali di nome ma non di fatto. Gli uomini che crearono il movimento dei primi congressi operai erano intellettuali e borghesi, benestanti che non sopravvivevano del proprio lavoro, soci onorari delle società di cui erano per altro i finanziatori. Di fatto la direzione delle società e dei congressi era nelle mani di notabili. Una contraddizione sostanziale. Il disagio degli operai non tardò a crescere e le proteste in questa direzione furono tali da portare all’istituzione di una norma, in forza della quale almeno uno dei due soci che ogni società poteva delegare per i congressi doveva essere ‘effettivo’, ossia un autentico lavoratore che vivesse del proprio salario, in modo tale da poter rappresentare realmente ed a pieno diritto le condizioni ed i bisogni della classe lavoratrice. Tale norma era tuttavia di attuazione improponibile: come poteva un operaio abbandonare il proprio posto di lavoro per i giorni necessari al congresso, e per di più affrontare le spese di viaggio? Solo dei borghesi potevano permettersi il tempo ed il denaro necessari all’organizzazione operaia. Una contraddizione in termini.

Nei primi anni di vita dell’organizzazione operaia in Italia erano individuabili due distinte correnti interne al movimento: una più conservatrice, favorevole ad un maggior controllo governativo sulle società operaie, concepite come mere istituzioni di beneficenza; l’altra più radicale, costituita da repubblicani e democratici, elementi colti della borghesia che, nonostante la propria estrazione sociale, rifiutavano il ruolo di magnanimi donatori e benefattori e concepivano le società operaie come realtà di autentico mutuo soccorso. Tra le due tendenze prevalse nei congressi piemontesi un moderato paternalismo liberale, sinceramente deciso ad immettere le classi meno elevate nella vita politica del paese ma costantemente preoccupato di tenere lontano dai congressi ogni discorso di carattere politico, di limitare il terreno dei dibattiti all’attività assistenziale ed educativa delle società, di tenere a freno le frange più a sinistra. Questo veto posto sulle questioni politiche venne attaccato dalla corrente radicale a partire dal congresso di Novi Ligure del 1859, tenutosi in un’atmosfera di acceso patriottismo in seguito alla liberazione della Lombardia ed all’insurrezione dei Ducati, delle Romagne e della Toscana. In tale occasione per la prima volta parteciparono ai lavori elementi non piemontesi: era presente una rappresentanza delle società operaie di Milano, la quale richiese ai convenuti di aderire alla sottoscrizione per un milione di fucili promossa da Garibaldi. Vale la pena di rileggere quell’appello.

Agli Italiani,

Chiamato da alcuni amici ad assumere la parte di conciliatore di tutte le frazioni del partito liberale italiano, io fui invitato ad accettare la presidenza di una società, che si doveva chiamare: La Nazione Armata. Credetti di poter essere utile. La grandezza dell’idea mi piacque, ed io accettai.
Ma come la nazione italiana armata è un fatto che spaventa tutto ciò che viè di sleale, di corruttore e d’insolente, tanto dentro che fuori d’Italia, la folla dei gesuiti moderni si è spaventata e ha gridato: Anatema!
Il governo del Re galantuomo è stato importunato dagli allarmisti, e, per non comprometterlo, mi sono deciso ad abbandonare il nostro onorato disegno. Di unanime accordo di tutti gli associati, io dichiaro quindi disciolta la Società della Nazione Armata, ed invito ogni Italiano che ami la patria a concorrere alla sottoscrizione per l’acquisto di un milione di fucili.
Se con un milione di fucili gli Italiani, in faccia allo straniero, non fossero capaci di armare un milione di soldati, bisognerebbe disperare dell’umanità! L’Italia si armi e sarà libera.

Giuseppe Garibaldi

Nonostante i molti contrari, tra cui anche alcuni democratici, la proposta – una proposta politica – passò il voto. Milano venne designata come sede del congresso successivo: il movimento operaio diveniva macroregionale.

I lavori del congresso milanese si aprirono lo stesso giorno – 26 ottobre 1860 – dell’incontro di Teano fra Garibaldi ed il “Re galatuomo” Vittorio Emanuele II. Il paternalismo moderato, dominante negli anni piemontesi, venne qui a scontrarsi con una corrente di stampo maggiormente democratico, la quale pose sul tavolo delle richieste esigenze concrete (come il viaggio ferroviario gratuito per i partecipanti ai congressi), nonché una mozione politica per il suffragio universale. Nonostante il veto – come si è visto, in verità già rotto a Novi – vigente sulle questioni politiche, la seduta espresse voto favorevole ad una riforma che allargasse l’elettorato. I conservatori piemontesi si astennero. Sul piano delle richieste di carattere sociale, alcuni contenuti suonarono inauditi, nel senso letterale del termine: per la prima volte si discussero questioni come lo sciopero (che venne condannati in quanto strumento immorale…), l’arbitrato, le condizioni igieniche nelle fabbriche. Il congresso risentì dell’influenza della sua sede, Milano, una città in cui l’industria era già assai sviluppata ed in cui il contrasto tra proletariato e padronato era già discretamente acuto, una città decisamente più operaia di tutti i paesini della quieta provincia piemontese, cornice dei congressi tenutisi fino a quel momento2.

Al congresso dell’anno seguente, tenutosi a Firenze, si fronteggiarono tre diverse tendenze: da una parte i conservatori, forti della tradizione piemontese e decisi a tenere le questioni politiche al di fuori del movimento operaio; dall’altra i repubblicani mazziniani, risoluti a lottare per il diritto delle società operaie ad occuparsi di politica; al centro i moderati, vicini alle posizioni dei conservatori ma pronti a sacrificare il carattere apolitico dei congressi sull’altare dell’unità e della continuità del movimento. Il conflitto si dimostrò però inevitabile: ancor prima del voto sulla pregiudiziale contro la politica, quasi la metà dei delegati si ritirò per protesta, dando così corpo alla prima scissione nella storia del movimento operaio italiano3. Rimasti pressoché soli, i repubblicani portarono facilmente all’approvazione i temi proposti a distanza da Giuseppe Mazzini: l’istruzione laica e obbligatoria dell’operaio sulla base del mazziniano I doveri dell’uomo, l’unificazione delle società in un’unica organizzazione operaia nazionale, il suffragio universale. La linea democratica già intravista a Milano si dispiegava ora senza più freni liberali o conservatori: per la prima volta un congresso fece sue rivendicazioni realmente operaie, quali la riduzione dell’orario di lavoro e l’aumento dei salari, non soltanto ponendole allo studio ma denunciandole come necessità pratiche urgenti dei lavoratori. Per quanto riguarda lo sciopero, nuova e squisitamente democratica giunse la richiesta di abrogazione del divieto di coalizione, argine dello stato borghese alla libertà degli operai. Una richiesta simile mai sarebbe potuta venire da parte moderata, ancor meno dalla fazione conservatrice, la quale alla scissione fiorentina fece seguire una violenta campagna antimazziniana, supportata da tutta la stampa governativa. La società operaia di Torino, diretta da elementi moderati, dichiarò nullo il congresso di Firenze e ne convocò uno ‘riparatore’, poi a freddo ridefinito ‘conciliatore’, che moderati e conservatori tennero ad Asti poche settimane dopo. In quella sede essi non fecero altro che confermare le proprie posizioni; Asti fu il primo di una rarefatta serie di congressi, che durò vent’anni4 e che di operaio ebbe in realtà ben poco.

Il congresso di Parma (9 ottobre 1863) consacrò il predominio mazziniano nell’organizzazione operaia: la maggior parte delle società moderate era assente, i pochissimi moderati liberali convenuti con riserva sulle discussioni politiche si ritirarono nel corso dei lavori. I piemontesi, che erano stati gli iniziatori della stagione dei congressi, ritirandosi sancirono la fine di ciò che avevano fondato dieci anni prima. L’anno successivo a Napoli le società operaie dirette da elementi repubblicani e democratici si diedero uno statuto comune: l’Atto di fratellanza delle società operaie italiane, d’ispirazione mazziniana, e decisero l’inizio della pubblicazione del Giornale delle associazioni operaie italiane. Il successo del mazzinianesimo sembrava completo, ma in realtà stava per aprirsi una lunga fase di stanca nel movimento operaio, che fino a quel momento aveva fatto notevoli passi avanti: a fianco dell’originario mutuo soccorso avanzavano ora nuove forme di associazionismo, quali la cooperazione – per lo più ancora soltanto di consumo5 – e la resistenza. Su quest’ultimo fronte iniziavano le asperità, con i primi scioperi operai, che avevano per teatro i pochi centri industriali del paese: a Torino nel 1860, a Milano ed a Napoli6 nel 1863 gli operai scesero in piazza per un minore orario di lavoro, migliori condizioni in fabbrica ed aumenti salariali.

1 Nel ’54 ad Alessandria, nel ’55 a Genova, nel ’56 a Vigevano, nel ’57 a Voghera, nel ’58 a Vercelli e nel ’59 a Novi Ligure.

2 Non a caso Torino, città in cui la presenza operaia era già assai consistente, non aveva mai ospitato un congresso.

3 In numeri: dei 205 partecipanti al congresso solo 104 presenziarono al voto (74 favorevoli, 30 contrari).

4 Dopo Asti le società operaie dirette da moderati si ritroveranno nel 1872 a Roma, nel 1877 e nel 1880 a Bologna, nel 1882 di nuovo nella capitale.

5 La prima cooperativa di produzione d’Italia era sorta ad opera degli operai vetrai del genovese già nel 1856. L’esempio fu seguito nel 1859 dai tipografi compositori di Torino.

6 Lo sciopero degli operai dello stabilimento meccanico statale di Pietrarsa a Napoli finì in tragedia. La truppa aprì il fuoco sugli scioperanti, uccidendo sette operai e ferendone altri. Fu il primo caso di repressione sanguinosa di un’agitazione di lavoratori nella storia dell’Italia unita.

Informazioni su Dimitri

Braccia rubate all'agricoltura
Questa voce è stata pubblicata in Operai d'anteguerra, Storia e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Operai d’anteguerra ¹

  1. Pingback: Operai d’anteguerra ² | La rotta per Itaca

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...