SVENTURATA LA TERRA CHE HA BISOGNO DI EROI: Siluri a lenta corsa (SLC)

La rubrica “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” è profondamente onorata di ospitare la penna di Cataldo Tridico. Dalle idee nascono parole, dalle parole discorsi, dai discorsi confronti. Questo pezzo è frutto di un confronto ricco e appassionato fra teste in movimento.

Questo scritto ricorda, imparzialmente, una storia di uomini, di ossigeno puro e di morti, e di fondali marini, mediamente di 25 metri.

 

Junio Valerio Borghese , comandante della Xª Flottiglia MAS , capo militare di combattenti su tutti i fronti d’Europa, depositario di importanti segreti e di armi nuovissime, così definiva alla fine degli anni quaranta la sua unità speciale:

“L’ente destinato allo studio, costruzione, addestramento ed impiego in guerra dei mezzi d’assalto della Marina italiana”.

 

Gli strumenti d’agguato della Xª Flottiglia MAS non si esaurivano in una o due tipologie.

Ma ora, qui si scrive di siluri a lenta corsa, chiamati anche maiali“.

In buona parte grazie ad un’idea del tenente del genio navale Teseo Tesei, nella prima metà degli anni Trenta si pensò di offendere il naviglio nemico dal fondo, ed in casa sua. Ma, per la prima volta, ciò doveva avvenire per mezzo del contatto diretto con le carene avversarie.

Si trattò di modificare il progetto di un normale siluro, così da renderlo idoneo ad essere pilotato – a cavalcioni – da due marinai.

Il  maiale (così chiamato per il suo essere goffo) era dotato di meccanica silenziosa, strumenti di navigazione fosforescenti, mentre la sua testa era in realtà una capsula di tritolo di 300 kg, destinata ad essere sganciata tramite una braga di facile maneggio, quindi fissata con l’ausilio di un cavo sotto la chiglia del nemico. Ogni maiale misurava metri 6,7 in lunghezza e centimetri 53 in diametro.

Marinai selezionati venivano severamente addestrati, in gran segreto, in prossimità della foce del Serchio. Borghese aveva poi pensato alle modifiche da apportare ai sottomarini, affinché riuscissero a portare in acque nemiche tre SLC (questi venivano infilati in dei cilindri saldati sullo scafo).

Ogni minuto della missione era frutto di settimane di lavoro compiuto fra La Spezia ed il Serchio.

 

Ecco ciò che succedeva nel Mediterraneo.

L’equipaggio arrivava nei pressi del porto nemico in due modi diversi. Al contrario del personale ordinario, i piloti dei maiali non viaggiavano col sommergibile (che salpava da La Spezia), ma giungevano a destinazione con un volo aereo.

Essi sarebbero stati sottoposti a prove fisiche e mentali immense. Si cercava perciò di risparmiargli la fatica del viaggio in mare. Una volta ricongiunti, grazie all’operato di una spia, si aspettavano le condizioni favorevoli all’offensiva. Tutto era calcolato in maniera maniacale.

Così come successe nell’attacco al porto di Gibilterra (21 Settembre ’41, ad opera del sommergibile Scirè), spesso Borghese, quando le condizioni lo permettevano (assetto del nemico e tipo di fondale), usava privilegiare lui stesso e i marinai di un giorno intero di riposo prima dell’attacco.

Nella mente di quella gente, e di chi scrive, è questa la parte più inverosimile del racconto. Quel riposo.

Borghese faceva rilassare ferro e carne – prima del giorno della vittoria, dell’insuccesso o della morte – sul fondo del mare; a Gibilterra erano 40 metri, a un passo dagli occhi del nemico. Anzi, sotto il nemico. Tutti avevano la possibilità di riposarsi, ma senza emettere il minimo rumore.

Tutto era in sospensione.

Borghese così ricordava: “Il silenzio che si forma nell’interno è assoluto: spettrale. Gli uomini seduti o accovacciati al loro posto non fiatano; si muovono il minimo necessario per compiere le azioni con gesti calmi e misurati, e attendono. (…) E così per ore ed ore“.

Milioni di attimi continuavano a navigare nel sommergibile.

Ciò che ho descritto avveniva in questa fascia oraria: 8:00-23:00.

Poi l’azione. Ore 00:30. Il sommergibile, strisciando sul fondo, si portava fino all’imbocco del porto nemico (a circa 2 miglia dagli obiettivi).

Qui in genere il fondale misurava 15 metri; arrivato a questo punto lo scafo risaliva fino a scarso metraggio, rilasciando i maiali.

Per rendere bene l’idea dello sforzo totale a cui i sei marinai andavano incontro, va ricordato che prima dell’operazione veniva loro iniettato del cortico surrenale, assumevano tre pasticche di simpamina (forti stimolanti del sistema nervoso centrale, anfetamine) ed un cucchiaio di Dextropur (un potente glucide a rapido assorbimento).

Seguiva poi la fuoriuscita dei sei missionari , muniti di autorespiratore caricato di ossigeno puro.

Il sommergibile quindi riprendeva il fondo, ritornando senza di essi a La Spezia.

Nel caso non fossero stati fatti prigionieri (successe poche volte), i sei si sarebbero dovuti conquistare il ritorno a casa (tramite varie linee di fuga già pianificate).

Non c’era altro modo.

Così, sganciati, i maiali iniziavano a muovere le loro eliche. Due marinai a cavalcioni su ognuno di essi.

Emergevano solo le loro teste (“quota occhiali”) nella lenta navigazione che durava circa due ore.

Poi, in prossimità delle reti parasiluro – a difesa delle navi nel porto – si immergevano a quota variabile, tagliavano le reti ed entravano nelle darsene interne. Mentre si riduceva la distanza fra loro e i loro bersagli, iniziavano lentamente a riconoscere le voci del nemico in coperta. Sempre “a quota occhiali” si portavano a pochi metri dalla nave. Immersione completa. Quindi sotto lo scafo.

Il primo pilota teneva stabile il maiale alla giusta profondità. Il secondo fissava la carica ad un cavo, a sua volta agganciato precedentemente alle chiglie laterali di rollio.

In pratica la testa del maiale – una volta sganciata – pendeva.

La spoletta che regolava il momento dell’esplosione veniva fissata alle prime ore dell’alba.

A questo punto l’orologio segnava probabilmente le 3:30.

Era il momento di ritornare. Di portare loro ed i maiali lontano da quel posto.

Questi ultimi erano dotati di un meccanismo di autodistruzione da attivare prima dell’abbandono sul fondo.

Anche gli indumenti e gli autorespiratori dovevano essere distrutti.

Al nemico non bisognava lasciare traccia dell’ingegno usato.

 

Corollario:

 

  • La prospettiva più probabile per i piloti dei maiali era quella di essere fatti prigionieri. Il ritorno non veniva molto curato.

 

  • La detonazione della carica provocava un urto così violento da alzare di qualche metro corazzate da 25.000 tonnellate. Per capire meglio, la testa degli SLC era di soli 80 kg inferiore alla quantità di esplosivo usato a Capaci per uccidere il giudice Falcone.

 

  • I piroscafi di tonnellaggio inferiore alle 13.000 tonnellate, in genere di aprivano in due, dal centro chiglia in su.

 

  • Durante il ritorno, i piloti distribuivano nel porto bombette incendiarie galleggianti, anch’esse dotate di spoletta timer. Infatti l’obiettivo di almeno uno dei maiali era sempre una grossa nave cisterna. L’intento era quello di lacerarla, così da inondare il porto di nafta. Dopo lo scoppio delle teste, sarebbero scoppiate anche le bombette minori incendiarie dando fuoco anche all’acqua. Era perciò possibile, alle prime ore dell’alba, vedere grosse navi piegate su un lato, avvolte dalle fiamme. Fumo nero per la combustione di vernici navali e carburante raffinato.

 

  • L’equipaggiamento e i maiali stessi erano soggetti a frequenti avarie. Ciò è stata la causa di molti insuccessi.

 

  • Alcune volte i piloti arrivavano allo stremo delle forze prima di raggiungere la carena del nemico. Quando ciò non succedeva, era probabile che terminassero ugualmente le forze fisiche dopo aver agganciato la carica: inermi e stremati venivano catturati a galla dai militari avversari a pochi metri dalla nave offesa.Quando ciò si verificava, essi davano al comandante notizia della carica apposta solo verso le 5:30, mezz’ora prima dello sparo. “Comandante ordini l’abbandono della nave. Sta per saltare in aria“.È ovvio che l’idea non era solo quella di salvare l’equipaggio, ma anche quella di salvare se stessi. In grazia di aver salvato l’equipaggio, ed ancora meglio evitare che l’avversario avesse il tempo di immergersi e levare l’esplosivo.Ci si può curiosamente interrogare sulla concatenazione logica di questi tre elementi.

    Ancora: circa tutte le volte in cui accadde quanto scritto, i piloti catturati venivano costretti sulla nave durante la detonazione (Luigi Durand de la Penne ed Emilio Bianchi – Alessandria 19 Dicembre ’41. Nave nemica Valiant).

    Si salvarono ugualmente.

 

  • Nel complesso delle sue strategie offensive (non solo maiali quindi), la Xª Flottiglia MAS al comando di Junio Valerio Borghese danneggiò o affondò in totale 264.792 tonnellate di naviglio nemico.

 

  • Nei piani futuri di Borghese c’era un attacco di tale tipo al porto di New York. A Bordeaux erano già stati predisposti sommergibili oceanici in grado di trasportare maiali.

 

Questo articolo non descrive nessuna missione in particolare. Rammenta solo l’evento medio.

È evidente che ogni missione era sensibile ad un grande numero di variabili. Perciò ognuna venne studiata e si svolse diversamente dalle altre.

Ma, a pensare meglio, basterebbe di già un solo elemento per giustificare queste differenze: i fondali sono diversi.

 

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Semiologo dilettante, spettatore ostinato, saggista crossmediale, teorico poststrutturalista.
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8 risposte a SVENTURATA LA TERRA CHE HA BISOGNO DI EROI: Siluri a lenta corsa (SLC)

  1. michelebarbaro ha detto:

    Prima di tutto ringrazio Cataldo Tridico, che ha voluto far parte di questo piccolo progetto.
    La rubrica “Sventurata la terra…” nasce anche, se non soprattutto, dai confronti appassionati che ho avuto con l’autore di questo articolo. L’interesse viscerale per persone, eventi, fatti potenti e oscuri ci accomuna.
    La vicenda dei Maiali, il riposo dei combattenti prima dell’azione, il tritolo, le vie di fuga, i fondali marini, indicano spazi di azione dell’uomo fuori dall’ordinario. Superando il giudizio etico o morale, abbiamo sempre voluto approfondire il potere estetico, e permettetelo, spirituale, di questo genere di eventi.
    Grazie ancora a Cataldo,

    Michele Barbaro

  2. Cataldo Tridico ha detto:

    Grazie a te Michele. Questo tuo commento, è per me parte dell’articolo.

    Cataldo Tridico.

  3. Lionello Bertoldi ha detto:

    Ogni morto sacrificato ha diritto ad essere rispettato
    Questo non è affetto necessario per il pèrincipe Junio Valerio Borghese
    Scrive don Mario Bosio viceparroco di Feletto (TO) , anni 27
    Il 16 agosto (1944) di buon mattino , una colonna di fasciste e tedeschi arivò sulla piazza in pieno assetto di guerra, comandata dal capitano tedsco Baumgartner. Fu chiamato il parroco, don Barettini ,e si comunicò l’ordine di bruciare il paese.
    Racconta Rita 28 anni
    La mattina del 16 ero a casa . Sonoi arrivatri i tedesci e ci hanno buttoto fuori.
    Poi a una certa ora , quando anch’io ero in pazza è arrivato il famoso principe Borghese . Me lo vedo ancora davanti con il frustino che batteva sullo stivale e disse ai suoi uomini “tutto questo avete bruciato ? Ricominciate di nuovo a bruciare ! bruciate ancora che non si è bruciato abbastanza . Noi siamo scaoppati per le vigne.
    Furono distrutte 262 case , numeroso il bestiame razziato
    Fletto aveva 1500 abitanti e fu tutto un rogo
    Junio Valerio Borghese un eroe o un assassino ,
    la X MAS eroica o orda di distruttori ?

  4. flaviopintarelli ha detto:

    Credo che il giudizio politico ed etico su Borghese e la sua unità non possa essere che di unanime condanna, in quanto espressione di una categoria storica (il fascismo) la cui inadeguatezza è stata ampiamente dimostrata.
    Tuttavia mi pare che qui si racconti un aspetto più legato alla dimensione umana e fisica di quell’esperienza. Certo, il fascismo e la sua retorica hanno usato ed abusato dell’estetica dell’individualismo e del gesto eroico, a cui qui mi pare si faccia riferimento, ma sono convinto che uno sforzo di opposizione necessiti anche di un recupero di certe categorie del pensiero, simboli o immaginari che possano strapparli ad una lettura univoca. Un esempio è il lavoro che molte realtà militanti italiane stanno facendo rispetto all’esperienza dell’arditismo.

  5. Cataldo Tridico ha detto:

    Ciao Lionello.

    Grazie innanzitutto per aver letto e commentato questo articolo.

    Hai inteso male questo scritto.
    Esso non ha l’obiettivo di giustificare o meno il possibile carattere eroico o sanguicida della vicenda Borghese.
    Diversamente, ha molto a che fare con la pura estetica dei fatti.
    Li descrive.
    L’interpretazione del contenuto, non interessa in questa sede – sebbene concordo con Flavio quando scrive di “unanime condanna” in relazione al “giudizio politico ed etico”.

    L’azione del raccontare, non si identifica necessariamente nel dare un giudizio di merito.
    Se leggendo non si tiene bene in considerazione questo aspetto, si fraintenderà l’articolo.

    Cataldo Tridico.

  6. dimitrielmadany ha detto:

    Innanzitutto, rinfrescarsi la memoria non guasta: http://digilander.libero.it/ladecimamas/intro.htm.

    Secondariamente, mi chiedo – è un dubbio che mi porto dentro fin dalla prima lettura di questo pezzo, e sono contento che sia venuto il momento “propizio” per esternarlo – se sia possibile parlare di “pura estetica dei fatti”. Se sia cioè legittimo, ai fini della narrazione e della comprensione di un evento o di un personaggio, scindere con taglio netto forma e sostanza, postulando la prima come assoluta (in senso etimologico) e “neutra”.
    In parole povere: si possono narrare le gesta del “principe nero” e dei suoi uomini da un punto di vista esclusivamente estetico, tacendo sulla loro concretezza storica e sul loro peso politico?

    Una parziale risposta a questo mio dubbio risiede già in questa stessa stringa di commenti, e dice che sì, si può parlare dei siluri della decima e non dei suoi eccidi, ma ciò comporta dei fraintendimenti, come dimostra il commento di Lionello. I fraintendimenti a loro volta comportano dei chiarimenti, nella fattispecie quelli di Flavio e Cataldo, che riconducono il tutto al giudizio di “unanime condanna”, cui aderisco senza tema, anche perché – mi si conceda la celia – altrimenti non sarebbe più “unanime”! Inoltre, fuori dallo scherzo, tale rimbalzo di obiezioni e repliche non può che giovare a questo post ed al blog tutto, e di questo mi compiaccio.
    Si direbbe, quindi, che l’ambiguità su cui verteva il mio dubbio si sia infine rivelata feconda, in particolare grazie alla nota di Lionello.

    Eppure, senza considerare il caso “virtuoso” che abbiamo di fronte, a livello filosofico il dubbio mi resta…

    • michelebarbaro ha detto:

      Leggendo i commenti, emerge un dibattito che questa rubrica si auspicava da tempo. Si è ben consci dell’orrore, si condannano fermamente le azioni.
      La severità del giudizio morale, cui mi unisco, implica anche il silenzio e la curiosità nei confronti degli aguzzini?
      La curiosità suscita dibattito, le persone intelligenti e in buona fede sanno raccogliere buoni frutti da qualunque dibattito.
      Ringrazio sinceramente Lionello, per il resoconto e la provocazione legittima.
      Mi auguro che le precisazioni seguite, abbiano chiarito l’intento della rubrica, e nello specifico dell’articolo.
      Sulla possibilità di separare il fascino estetico dal giudizio morale, credo che sia complesso rispondere in maniera univoca. Per onestà intellettuale, dico che io lo credo possibile, comprendo chi però pensa il contrario. Purchè questo non diventi eliminazione di un passato, seppur mostruso, necessario da conoscere.

      Michele Barbaro, ideatore della rubrica:
      “sventurata la terra che ha bisogno di eroi”

  7. Pingback: La bellezza e l’orrore. Appunti su “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” | La rotta per Itaca

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