Avere un lavoro o lavorare? Riflessioni filosofiche sul precariato a partire da Erich Fromm

Questo articolo è già stato pubblicato su PrecarieMenti.

di Matteo Antonin

In un suo celebre saggio del 1976, Avere o essere?, lo studioso (filosofo, sociologo, psicologo) Erich Fromm delinea chiaramente, all’interno della sua indagine sulla dialettica individuo-società, le due modalità che, a suo parere, orientano l’esistenza dell’Uomo: la modalità dell’avere e la modalità dell’essere. «Dicendo essere o avere», scrive Fromm, «mi riferisco a due fondamentali modalità di esistenza, a due diverse maniere di atteggiarsi nei propri confronti e in quelli del mondo, a due diversi tipi di struttura caratteriale, la rispettiva preminenza dei quali determina la totalità dei pensieri, sentimenti e azioni di una persona».

 

Erich Fromm (Francoforte sul Meno, 1900 – Locarno, 1980)

Nella modalità esistenziale dell’avere l’uomo ha verso il mondo, verso le cose e le persone, un rapporto di possesso: egli aspira a possedere.

Per prima cosa, ognuno crede di possedere se stesso (ed è su questo possesso che, in definitiva, si basa il concetto di identità); in secondo luogo ognuno desidera possedere le altre cose e gli altri. Nella modalità dell’avere il possedere le cose, ovvero la proprietà, è ciò che costituisce l’individuo. L’avere reifica le persone e i processi vitali, si riferisce a cose, e le cose sono fisse, improduttive, morte.

L’essere invece si riferisce non alle cose, bensì all’esperienza: un’esperienza che è costitutivamente libera, indipendente e critica, in quanto si basa sull’«uso produttivo dei nostri poteri umani».

Fromm correda il ragionamento di molti esempi tratti dalla vita quotidiana: l’apprendimento (nella modalità dell’avere un apprendimento passivo, nel quale gli studenti sono come recipienti vuoti che vengono colmati; nell’esperienza produttiva dell’essere un apprendimento vitale, attivo, produttivo), la lettura, la conversazione, la conoscenza (sottolineando la differenza tra avere conoscenza e conoscere), la fede (cieca fiducia in idee preconfezionate o fede nella vita, nell’uomo, che non si basa sulla sottomissione ad un’autorità costituita), l’amore (come possesso dell’altra persona o come processo vitale e produttivo).

Dal 1976 molte cose sono cambiate, ma l’assetto di una società basata sulla proprietà, sui consumi e sul possesso non è cambiato molto.

Ciò che però è mutata da allora è la condizione del lavoratore, e la sua nuova condizione di subordinazione e sottomissione legalizzata attraverso precarietà, mancanza di futuro e di sicurezza, realtà che ai tempi del libro di Fromm era sconosciuta (come lo erano i concetti che di questi mutamenti stanno alla base come fondamenti teorici: globalizzazione, flessibilità, delocalizzazione del lavoro…) .

Tuttavia, applicando il ragionamento di Fromm a questa nuova  condizione esistenziale del lavoratore odierno (la precarietà lavorativa ed esistenziale) si può notare come essa si possa comunque inserire in un’ottica funzionale al contrastare la modalità dell’essere e a perpetrare quella dell’avere.

La mancanza di continuità del rapporto di lavoro e conseguentemente di qualsiasi certezza sul futuro è il moderno meccanismo, teorizzato e messo in atto, per spronare l’Uomo a piegarsi alla passività, all’incapacità di sviluppare la propria funzione e il proprio essere attraverso l’abitudine ad avere un lavoro, senza mai  lavorare.

Nella modalità dell’essere lavorare dovrebbe essere uno sperimentare (e questo è possibile solo attraverso la sicurezza e la continuità del rapporto lavorativo) un’attività non alienata che consista non nell’avere un (momentaneo) posto di lavoro (e desiderare averlo soltanto per avere il guadagno che ne deriva), ma un’attività produttiva nella quale sviluppare le proprie potenzialità e  il proprio essere dinamico.

Un lavoro sicuro, a tempo indeterminato, non alienato, che rappresenti il nostro essere profondo, esprimendo le nostre capacità più proprie, che garantisca al lavoratore di poter fare dei progetti, deve essere evitato in quanto, usando le parole di Fromm, nella modalità esistenziale dell’ essere, «quando realizziamo  una crescita ottimale, siamo non soltanto (relativamente) liberi, forti, ragionevoli e lieti, ma anche mentalmente sani».

Quindi essenzialmente pericolosi.

Informazioni su matteo

Sofista contaballe, stakanovista dell'otium, luddista oscurantista.
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6 risposte a Avere un lavoro o lavorare? Riflessioni filosofiche sul precariato a partire da Erich Fromm

  1. nico ha detto:

    Forse parlo senza sapere (essendo ancora mio malgrado studentessa), ma l’estate scorsa mi sono dilettata nella lettura di Avere o Essere e l’estensione che ne viene fatta in questo post non mi suona più di tanto. Premesso che trovo poco rassicurante la precarietà lavorativa ed esistenziale che avvolge il futuro (mica solo) dei giovani d’oggi, penso comunque che la tesi espressa qui sopra non regga nella totalità dei casi. Mi vengono in mente due “slogan” provenienti da contesti molto diversi tra loro, usciti rispettivamente dalla bocca di un ricercatore della facoltà di economia e di un responsabile della selezione del personale per una banca: “puntare non all’occupazione bensì all’occupabilità” il primo e “non cerchiamo laureati ma persone” il secondo. In quanto slogan lasciano il tempo che trovano e sono sicura che citandoli sto prestando il fianco ad attacchi di ogni tipo. L’intuizione che vorrei abbozzare è comunque che assumere l’identità “lavoro sicuro, a tempo indeterminato [=] non alienato, che rappresenti il nostro essere profondo” mi pare abbastanza azzardato. Mi è capitato di osservare da vicino esperienze di persone che hanno un lavoro piucchesicuro (ad esempio, all’interno di amministrazioni pubbliche) ma assolutamente alienante, o che hanno un ruolo che rispecchia completamente le loro “capacità più proprie, che garantisca al lavoratore di poter fare dei progetti” ma il cui tempo indeterminato è appeso al sottile filo della valutazione dei superiori o altri cavilli contrattuali e non. Il problema sta nel fatto che agli occhi del mondo queste persone *hanno* la fortuna di *avere* uno stipendio alla fine del mese, tale da permettergli di campare. Sinceramente non credo *siano* particolarmente felici o in grado di esprimere se stessi attraverso il proprio lavoro. Lungi da me difendere lo status quo, ma a livello prettamente pratico forse si potrebbe cercare di mettersi un po’ più in gioco, “sfruttando” la precarietà per sperimentare varie mansioni o addirittura ambiti lavorativi e soprattutto testare la nostra preferenza fra salario e tempo libero. Vale a dire: voglio lavorare da imprenditore con il 100% delle responsabilità in tutto e per tutto reperibile h24, ma nella mia unica settimana di ferie all’anno posso andare in capo al mondo a bordo del mio jet privato dotato di sedili reclinabili foderati in pelle umana o preferisco un tranquillo lavoro part-time che mi premetta una vita modesta ma decente che preveda, ad esempio, la possibilità di andare al parco a correre col mio cane fino a tre volte al giorno? Dico per dire, beninteso.

  2. flaviopintarelli ha detto:

    Premetto che non conosco il lavoro di Fromm e dunque non entrerò nel merito delle questioni relative alla tenuta dell’impianto teorico del riferimento.
    Mi preme sottolineare però che a mio avviso sia necessario fare chiarezza su alcuni termini utilizzati fin qui. Nello specifico di questo post e della risposta di nico riguardo al termine alienazione, nel quadro generale dell’argomento in discussione sul termine precarietà.
    Mi pare, ma forse sbaglio, che nico usi il termine alienazione con una sfumatura esistenziale e cioè per indicare una sorta di insoddisfazione personale (non a caso lo usa in un contesto aneddotico). In questi termini può essere vero che l’estensione del pensiero di Fromm possa risultare una coperta troppo stretta per coprire un vasto numero di eventi (e tutto sommato ogni teoria lo è, senza che questo ne infici necessariamente la validità, poiché ogni teoria deve essere verificata in relazione al proprio oggetto d’analisi), tuttavia mi pare che in questo caso il termine alienazione vada inteso con una sfumatura diversa, marxista.
    L’alienazione sarebbe, più che una sorta di insoddisfazione esistenziale, una forma di sfruttamento. Il potenziale alienante della precarietà sarebbe pertanto l’espressione di un rinnovato (nelle forme e nei modi) sfruttamento della forza lavoro da parte del capitale.
    Quando ogni aspetto dell’esistenza viene sussunto nella relazione produttiva, allora si dà alienazione. Un esempio estremo di questa logica lo si ritrova nei social networks dove una consistente parte del tempo libero degli utenti viene messa al lavoro per produrre plusvalore. Nel caso dei cosiddetti knowledge workers l’infrastruttura tecnologica del web garantisce l’occupabilità di un vasto numero di unità lavorative senza prevedere forme di salario. Si tratta di un esempio estremo, ma significativo di come operi la logica alienante della precarietà. Che poi all’interno del dispositivo siano possibili numerose linee di fuga, questo è un discorso a parte.
    Insomma, se dal punto di vista esistenziale l’alienazione si può dare indipendentemente dagli inquadramenti contrattuali, da un punto di vista teorica essa è espressione di sfruttamento.

    In secondo luogo, penso sia il caso di fare chiarezza semantica rispetto al termine precarietà. È mia opinione che sia necessario distinguere i termini precarietà (e tutta la galassia di senso che lo circonda) e flessibilità. Nel primo caso siamo di fronte ancora ad una forma di sfruttamento (legalizzato o meno, ad esempio il lavoro nero è a tutti gli effetti lavoro precario), mentre nel secondo caso siamo di fronte ad una forma di lavoro molto particolare, la cui caratteristica dovrebbe essere l’elevato grado di formatività. La flessiblità nel lavoro, quand’anche non presentasse un elevato tasso formativo, potrebbe essere desiderabile, ma soltanto per certe categorie di lavoratori ed in determinate condizioni. Penso agli studenti o agli atleti di sport minori (sciatori, alpinisti, ecc.). In questi casi, però, la flessibilità è una scelta consapevole. Quando è questa possibilità a mancare, allora la flessibilità si rovescia in precarietà e si determina una situazione di sfruttamento generalizzato. Autisti di autobus con contratti mensili o addirittura giornalieri, in virtù dello scarso tasso formativo della loro professione, sono soggetti ad uno sfruttamento odioso, in quanto cancella la libertà di scelta o, al limite, impone scelte double bind, cioè, come vuole la saggezza popolare, o mangiar questa minestra o saltar dalla finestra…

  3. matteo ha detto:

    Cara Nicoletta,
    intanto ti ringrazio per il tuo commento, che trovo molto mirato e interessante.
    Scrivendo della necessità di un lavoro non precario per lo sviluppo di quelle facoltà intellettuali ed esistenziali che Fromm chiama “della sfera dell’essere” non intendevo di certo dire che TUTTI coloro che hanno un lavoro a tempo indeterminato si possano sentire realizzati esistenzialmente e possano realizzare tali facoltà, né proporre un’automatica identità “lavoro sicuro, a tempo indeterminato [=] non alienato, che rappresenti il nostro essere profondo”.
    Intendevo dire che, però, tutti coloro che volessero provare a realizzarsi in tale senso necessitino PER FORZA di tale garanzia esistenziale, intesa come condizione NECESSARIA, anche se ovviamente NON SUFFICIENTE.
    Che esistono persone che hanno un lavoro sicuro e sono infelici mi pare evidente, come anche che chi lavora da precario e fa un lavoro che gli piace possa essere (parzialmente) più realizzato di chi fa una cosa che odia.
    Essere o non essere felici e realizzati, fare un lavoro che piace o non piace non dipende certo dal tipo di contratto che uno ha (fisso o precario), ma dal lavoro che ha scelto di fare, ed è piuttosto questa scelta a monte che si inserisce nella modalità dell'”essere” o dell”avere” (che persona VOGLIO essere? Ma, ed è questo che intendevo dire, che persona POSSO essere con i mezzi di cui dispongo, con le poche garanzie che possiedo?).
    Gli slogan che tu citi farebbero credere che le aziende vogliano mettere al centro del loro interesse il benessere del lavoratore, la persona (e forse è anche così), ma non credi che la garanzia di avere un lavoro fisso, di poter affittare una casa, fare un figlio, chiedere un mutuo in banca, progettare un futuro (tutte cose difficili senza la garanzia che il lavoro duri negli anni) sia al centro della “persona”, di quell’essere Umano che quei maneger, per ragioni di produttività e non di compassione, vorrebbero tutelare?
    Infine, per quanto riguarda il discorso di “sfruttare” la precarietà credo che nessuno che la sperimenti davvero la possa trovare positiva, che ci si possa “mettere in gioco” con la sicurezza del lavoro che può farci crescere professionalmente, specializzandoci negli anni nel nostro mestiere. Credo anche che certe garanzie del lavoratore siano (fossero) frutto e conquista di anni di dure lotte e che pertanto non dovrebbero essere toccate.
    Ma questa è una mia opinione, e in quanto tale discutibile.
    Mi rendo conto che sia in controtendenza con le teorie economiche recenti e con la maggior parte degli economisti di oggi e del loro libero mercato della mobilità e della flessibilità.
    Ne possiamo discutere ancora, se vuoi.
    Grazie di averci letto.
    Matteo

  4. nico ha detto:

    Volentieri, parliamone!
    Innanzitutto: plauso a Flavio per l’ottima sistematizzazione concettuale, che, già di per sè, porta a focalizzare meglio, mediante i dovuti distinguo terminologici, ciò che di effettivamente discordante ci sia nelle posizioni dell’autore e mia.
    Ora, tornando nel merito della discussione, alla luce di quanto letto – e pertanto conscia di pormi da un punto di vista tendenzialmente “esistenziale”-, aggiusto il tiro. Francamente il testo di Fromm non l’ho studiato, né ce l’ho sotto mano per andare ad argomentare quello che è il mio punto di vista, derivante da un’impressione, un’intuizione personalissima che esso mi ha lasciato. Il punto è che non mi convince il fatto che *per lo sviluppo di quelle facoltà intellettuali ed esistenziali che Fromm chiama “della sfera dell’essere”* un lavoro a tempo indeterminato sia condizione necessaria, sebbene, d’accordo, ovviamente non sufficiente. Questo perchè, se ben ricordo, è pur vero che nella modalità dell’essere lo stesso Fromm prescrive la necessità di un avere-essere, l'”avere” minimo indispensabile al soddisfacimento dei bisogni essenziali dell’uomo, ma mi prude che all’interno di questa fascia di bisogni essenziali rientrino “certe garanzie del lavoratore”, altrimenti definite “la garanzia di avere un lavoro fisso, di poter affittare una casa, fare un figlio, chiedere un mutuo in banca”. Probabilmente parlano la mia immaturità e inesperienza (io per prima non sono a mio agio a esprimere un’opinione su un tema tanto delicato non avendolo ancora vissuto sulla mia pelle), ma resto dell’idea che “progettare un futuro” racchiuda – pensando nella modalità dell’essere – ben altro rispetto a alla mitica triade affitto>figlio>mutuo, che non è IL Futuro, bensì un possibile futuro. Proprio in questo senso, per quanto non voglia nemmeno pensare alla sensazione di smarrimento e rabbia che coglierà inevitabilmente anche me qualora (se mai) avrò finalmente trovato una dimensione lavorativa che mi realizza intrinsecamente, ma la cui prospettiva non supera il semestre – quindi qui siamo d’accordo, questo è alienante in senso marxista -, mi dà l’idea che il richiamo al cursus honorum laurea>posto fisso>mutuo>matrimonio/convivenza, ché siamo moderni>figlio sia uno stereotipo di vita sicura che va a finire in realtà nella modalità dell’avere. Insomma suona male, quasi che lo scopo ultimo della mia esistenza fosse rispondere “sì, ce l’ho” alle tradizionali domande della vecchia zia durante il pranzo di natale.
    Detto questo, non credere che la mia intenzione sia di portare il vessillo dei so-called moderni economisti, confidustrie e imprenditori vari. Domenica in treno chiacchieravano accanto a me un responsabile commerciale di un calzaturificio e un’amministratrice dei punti vendita C’Art , lagnandosi dei tempi duri che li affliggono con al crisi. La chiosa di lei è stata: “Il segreto è ridurre i costi del personale ai minimi termini..” e mi è corso un brivido lungo la schiena (sebbene, contro ogni aspettativa, l’impianto di condizionamento dell’Eurostar funzionasse prefettamente).

  5. matteo ha detto:

    Cara Nico,
    sono certamente d’accordo con te sul fatto che “progettare un futuro” racchiuda – pensando nella modalità dell’essere – ben altro rispetto a alla mitica triade affitto>figlio>mutuo, che non è IL Futuro, bensì un possibile futuro. Penso solo che il lavoro precario, l’insicurezza sulla sua durata e sul rinnovo del contratto (beninteso, parlo qui di lavoro dipendente, non di liberi professionisti) portino ad una difficoltà di progettazione di QUALSIASI futuro (quindi anche uno che esca dai binari del “cursus honorum”): se non sai nemmeno dove sarai, cosa farai, se guadagnerai l’anno prossimo è difficile progettare qualsiasi cosa.
    E lo penso non tanto per quello che la sicurezza del lavoro dà, ma per quello che essa toglie: ci priva dell’ insicurezza, economica ed esistenziale (questo non significa che lavorare sia necessariamente bello o che ci realizzi, ma solo che ci tutela se è sicuro).
    Io auguro a te, a me e a tutti, come dici tu, di poter trovare “una dimensione lavorativa che mi realizza intrinsecamente”, la cui prospettiva non superi il semestre. Per poter fare, senza insicurezze e angosce, quello che veramente realizzi il nostro essere, qualsiasi esso sia (anche le cose che una zia al pranzo di Natale non vorrebbe mai sentire….).
    Il senso del mio articolo era questo.
    Grazie ancora per averci letti e di aver scritto, Matteo.

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