Gli scacchi non sono poesia

di Michele Barbaro

Si potrebbero spendere molte parole sugli scacchi. Il gioco si presta a ogni tipo di effusione lirica.

Personalmente non amo molto le metafore funamboliche che alfieri re e regine scatenano nella testa del poeta.

Allo stesso tempo confesso che uno dei piaceri a cui più tengo è spendere il mio tempo parlando con amati nemici di aperture, gambetti e pedoni passati. Alla discussione esistenziale ho da tempo sostituito l’analisi tecnica.

Anche perché diffido dei giocatori dell’ultima ora, che rintracciano il senso della vita dietro uno scacco dato troppo velocemente. Gli scacchi sono prodighi di insegnamenti, insegnamenti che però si nascondono dietro pagine e pagine di libri. Dietro una schiena ingobbita dalle troppe partite, dietro gli occhi stanchi di chi ha letto e giocato con passione e continuità. Perciò non mi arrischio in paragoni fin troppo facili tra quell’apertura e il nichilismo, o quella mossa e l’animo romantico.

Sono anni che gioco e studio e più gioco più la scacchiera suscita in me una profonda umiltà.

Non possiedo conoscenze e pratica sufficiente per potere speculare sulle 64 case, a mala pena governo i rudimenti.

Questo il motivo per il quale, dopo avere scritto e riscritto questo articolo ho deciso in fine di abbandonare la patetica strada della lirica. Chissà perché, ma mentre cercavo, tra un punto e una virgola di scrivere di scacchi e vita, sentivo di offendere profondamente il gioco.

Scriverò perciò, come mi è stato chiesto e voglio, di scacchi, ma ne scriverò con la disciplina del monaco amanuense, non con la retorica dell’artista.

 

L’APERTURA BIRD

Una partita di scacchi è composta sostanzialmente da tre fasi distinte:

– Apertura

– Mediogioco

– Finale

Di queste tre fasi l’apertura è, per chi non l’avesse capito, la fase iniziale della partita, quella in cui i giocatori cominciano a muovere i pezzi e i pedoni disponendo quello che sarà poi il piano di gioco.

Le aperture possibili sono molte e tutte codificate, lo studio riservato alle aperture deve essere metodico e sistematico. La teoria però si interessa più a certe piani di gioco che a altri.

Vi sono aperture oscure, poco chiare, complesse, che non hanno, nel corso del tempo, suscitato l’interesse o la curiosità dei grandi teorici del gioco. L’argomento migliore in risposta, è che l’amore tra la teoria e queste aperture non sia sbocciato, perché queste aperture bizzarre non sono convenienti. Non producono vantaggi sufficienti a chi le gioca.

Io gioco una di queste aperture.

La prima mossa del bianco, quando mi spetta è pedone f2-f4:

Questa apertura si chiama Bird, dal cognome del maestro inglese Edward Henry Bird, che giocò ostinatamente per 40 anni questa prima mossa.

Ritenuta una bizzarria o addirittura follia dai manuali, i temi tattici principali di questa apertura sono i seguenti:

– controllo della casa e5, vitale per lo sviluppo del nero,

– sviluppo del cavallo in f3, avendo già spinto il pedone,

– spazio di azione della torre in caso di arrocco corto,

– possibilità di mettere l’alfiere camposcuro nella casa b2, occupando così la diagonale più lunga

Questi i presupposti tattici essenziali.

Ovviamente questa apertura presenta pericolosissimi problemi. Su tutti, la debolezza della casa f2, casa che può portare velocemente al matto, il matto dell’imbecille:

Il bianco può difendersi da questa minaccia, e allo stesso tempo il nero può continuare a fare pressione. Ne scaturisce una partita che amo molto, violenta e disordinata, il gambetto Fromm:

Le varianti possibili sono molte e questa non è la sede adatta per sviscerarle.

Basti sapere che l’apertura Bird, non essendo una delle aperture più studiate a praticate, lascia l’avversario in balia delle proprie intuizioni, spostando lo scontro su un piano psicologico. Ah, La psicologia! La scacchiera velocemente propone posizioni poco conosciute, schemi taglienti e pericolosi per l’uno e per l’altro.

In qualche modo f4 compensa agli sfavori teorici con una velenosa verve psicologica. Spogli l’avversario delle conoscenze accademiche (quale piacere!) per affrontarlo sul calcolo puro.

Le mie percentuali sono favorevoli, con la Bird ho vinto più partite di quante ne ho perse.

Questa una sintesi minimale di un apertura poco conosciuta.

Ad uno scacchista parrà banale, così sia.

 

 

 

 

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5 risposte a Gli scacchi non sono poesia

  1. Francesco ha detto:

    Mich davvero divertente…fai quasi venire voglia di gettarsi nella tenzone e nello studio preparatorio. Trapeli entusiasmo nonostante la presunta monacalità.
    Bell’articolo, adatto a tutti (se ce l’ho fatta io a capire qualcosa!).
    Saluti e complimenti.

  2. michelebarbaro ha detto:

    Ciao Fra, prima di tutto grazie per aver letto il pezzo. Poi grazie per averlo commentato. Ora vedo un pò se tutto questo suscita curiosità, sai bene che potrei parlarne per ore di scacchi! Un Abbraccio forte.

  3. flaviopintarelli ha detto:

    Ne approfitto anche io per farti i complimenti…molto carino lo stile con cui hai scritto, equilibrato ma allo stesso tempo ricco e profondo.

  4. michelebarbaro ha detto:

    Grazie mille, Fla i tuoi giudizi sono preziosi per me.

  5. Pingback: Gli scacchi non sono poesia 2 | La rotta per Itaca

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