17 marzo 2011: unità oltre l’identità

 

di Matteo Antonin

Il 17 marzo 1861 nasceva l’Italia unita .

Soltanto un giorno prima l’Italia non c’era, né tantomeno c’erano gli italiani.

Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani, recitava allora un celebre motto, ricordando come all’unità territoriale spesso non corrisponda un’altrettanto automatica unità culturale.

Dunque l’Italia non esiste da sempre, ma è nata in un certo periodo storico per determinate ragioni. Alla luce di ciò, oggi, nel giorno del centocinquantesimo anniversario della sua nascita, ha senso parlare di identità italiana?

Nell’ultimo periodo i festeggiamenti per l’anniversario dell’Unità d’Italia sono stati presi come pretesto per discorsi e politiche di rivendicazione identitaria di vario genere (ne abbiamo già parlato qui): la Lega Nord, rivendicando la propria identità lombardo-veneta, l’ha contrapposta all’identità italiana, affermando di voler disertare i festeggiamenti. In Alto Adige la destra tedesca sudtirolese ha colto l’occasione per rivendicare la propria identità austriaca in contrapposizione a quella italiana, a difesa della quale non più tardi di una settimana fa si sono radunati proprio a Bolzano i militanti di Casa Pound Italia, riuniti sotto lo slogan: nessun compromesso vale l’identità di un popolo.

Sembra dunque che più importante del centocinquantesimo anniversario della nascita di un’Italia, all’epoca della sua nascita ancora senza italiani, sia oggi il tema dell’identità italiana, da erigere come scudo contro gli altri o dalla quale dissociarsi, erigendole contro un’altra identità, uguale ma contraria.

I festeggiamenti per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia sono allora i festeggiamenti per l’avvenimento storico della nascita di uno Stato, della stipulazione di un patto basato su valori condivisi da coloro che di lì in poi sarebbero diventati gli italiani e ne avrebbero condiviso la storia? O sono diventati in alcuni casi, loro malgrado, il pretesto per l’esaltazione dell’identità italiana, immutabile, statica e da salvaguardare da presunti attacchi?

Se così fosse i festeggiamenti, così intesi, si presterebbero a perpetrare un concetto di identità rigido e fisso: un’identità immutabile e statica. Un concetto di identità senza dubbio pericoloso.

Gli antropologi tuttavia ci ricordano come le culture, e quindi le identità culturali, non siano né dei dati assoluti, né tanto meno un qualcosa di stabile: esse sono, al contrario, dei prodotti, o, ancora più precisamente, dei processi in atto.

Proprio questo è l’assunto di partenza dei testi di due antropologi italiani, Marco Aime e Francesco Remotti, i quali nei loro lavori Eccessi di culture e Contro l’identità operano un interessante processo di decostruzione delle categorie di “cultura” e di “identità”.

Nel suo testo Remotti, a questo proposito, sottolinea come ogni entità è costituita insieme da elementi di particolarità e di generalità, e come di conseguenza sia difficile concepire l’identità come qualcosa che si sottrae al tempo, come un nocciolo duro, come il fondamento perenne e rassicurante della vita individuale. Secondo l’antropologo, l’identità sembra essere piuttosto un fatto di scelte, di decisioni, nient’affatto necessarie, ma, al contrario, arbitrarie e contingenti. L’identità viene sempre, in qualche modo “costruita” o addirittura “inventata” (fare l’Italia, fare gli italiani):

L’identità, allora, non inerisce all’essenza di un oggetto; dipende invece dalle nostre decisioni. L’identità è un fatto di decisioni. E se è un fatto di decisioni, occorrerà abbandonare la visione essenzialista e fissista dell’identità, per adottarne invece una di tipo convenzionalistico.

Si comprende così a pieno il titolo del testo di Remotti: essere contro l’identità non significa negare che esista un’identità, bensì negare che esista un’identità fissa e immutabile che permetta di parlare di universalità culturale o di identità di gruppo. In questo senso schierarsi contro l’identità significa andare oltre l’identità.

Questo passo in avanti – afferma Remotti – deve essere fatto partendo dal presupposto che «nessuna società è mai riuscita – per fortuna – a costruire e mantenere la propria identità sotto forma di una sfera compatta e inattaccabile»: in essa rimane sempre un incancellabile residuo di alterità. La decostruzione del concetto di identità, e con esso di quello opposto di alterità, passa dunque attraverso l’ammissione di una sorta di complementarità di identità e alterità, la quale mina alla base le pretese di impermeabilità e di assolutezza della prima.

Come non esiste un’identità solida, ben definita, statica e impermeabile, così non esiste una cultura che non sia per sua natura «dinamica, fluida e mutevole». Per questa ragione l’antropologo Marco Aime parla di ecccessi di culture nel descrivere i risultati di quell’atteggiamento che spinge a creare confini “ipostatizzando” le culture, le quali invece altro non sono che il prodotto contingente dei processi che le hanno create e del loro svilupparsi nel corso degli anni. Scrive Aime:

Altrettanto vano sarebbe cercare di individuare una purezza originale nelle culture, che sono somma e sottrazione di tutti gli elementi che le hanno attraversate nel tempo. Se questo accade è solo perché ci fermiamo allo sguardo superficiale che ci porta ad affermare che alcuni di noi sono simili, e pertanto sono esponenti di una cultura specifica e diversa da quella degli altri.

Come già aveva evidenziato Remotti, Aime nota come, basandosi su concetti quali cultura o identità come fossero elementi immutabili, monolitici e impermeabili, si pone inevitabilmente l’accento sulle differenze, dimenticando che invece «ogni cultura è di per sé multiculturale» e che non esistono culture opposte o ben definite, facili da contrapporre le une alle altre. Inoltre, considerazione non di poco conto, Aime sottolinea come ogni cultura non sia un’entità a sé stante in senso astratto, immobile, statica, ma sia un insieme di individui differenti.

Ma dove stanno le culture? In tutta sincerità, chi ha mai visto due culture incontrarsi o scontrarsi? Si tratta di espedienti retorici ed analitici, di astrazioni formulate dagli studiosi per indicare a posteriori processi storici, ma utilizzare tali categorie per leggere la nostra realtà quotidiana può risultare fuorviante.

Ogni cultura è fatta in primo luogo da individui, con i loro pensieri e con la loro storia personale, e non sempre le scelte di tali individui sono frutto della loro appartenenza culturale.

L’accusa di “eccesso di culture” costituisce quindi in primo luogo una critica al porre eccessiva attenzione a un’identità, a una sola identità, troppo spesso eretta a scudo, come se essa fosse un qualcosa di rigido e di statico con il quale difendersi da presunte identità “altre”, e non un costante flusso di ruoli in perenne mutamento.

Sarebbe bello, per chi lo voglia, festeggiare oggi l’Italia come Paese, che prima non c’era e ora c’è: ricordare la sua storia, celebrare la sua Costituzione e i valori che ne hanno ispirato la stesura. Tenendo sempre bene a mente che parlare con leggerezza di identità, intendendola come un qualcosa di fisso e di immutabile, escludente e non mutevole, rischia di rivelarsi un’arma per nuovi conflitti e nuove divisioni.

 

Per chi volesse approfondire:

Qui un esempio di un articolo che, sebbene nell’ottica più che legittima di contrapporsi alla retorica leghista dell’identità lombardo-veneta, si inserisce nello stesso ordine linguistico-concettuale di un’identità fissa e immutabile, parlando di una millenaria identità italiana di fatto:

L’identità italiana è plurisecolare e non risale solo a 150 anni fa

Qui, invece, un esempio di un interessante articolo in linea con la proposta di una decostruzione del concetto fisso e immutabile delle identità culturali statiche, uniche, fisse e immutabili:

Non celebriamo l’Italia, ma le Italie

 

Bibliografia:

F. REMOTTI, Contro l’identità, Laterza, Roma-Bari, 1996.

M. AIME, Eccessi di culture, Einaudi, Torino, 2004.

Informazioni su matteo

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4 risposte a 17 marzo 2011: unità oltre l’identità

  1. Valeria ha detto:

    …ma anche il concetto di individuo esprime già un’idea ed è carico di contenuti, essendo esso stesso un prodotto culturale, almeno il concetto di individuo che noi utilizziamo. Noi (intendo noi che viviamo qui, ora) intendiamo, quando parliamo dell’individuo, un’entità che si esprime e realizza al di là dell’appartenenza culturale, ma quell’al di là a me appare piu’ vicini ad un al di sopra, richiamando in questo modo altre origini culturali ed altre basi, quali, ad esempio, quella ebraica e successivamente cattolica…
    Consiglierei la lettura di un interessante libro “Saggi sull’individualimo” di Louis Dumont…

  2. matteo ha detto:

    @valeria:
    intanto grazie del commento e del consiglio letterario.
    Sono d’accordo con te quando dici che anche il concetto di individuo esprime già un’idea ed è carico di contenuti, e che anche esso è un prodotto culturale, tipicamente occidentale, tra l’altro.
    Nell’articolo intendevo sottolineare che giudicare l’individuo, come anche le culture e le identità culturali, come un qualcosa di immobile e di fisso è non solo fuorviante, ma anche pericoloso.
    Sia l’individuo che la cultura di cui egli è solo uno dei tanti esponenti, che la declinano in mille modi differenti, sono in continuo mutamento, e i confini si sfumano e ridefiniscono ogni giorno.

  3. Adam ha detto:

    Caro Matteo, non è con l’intento di delineare un’identità italiana fissa e immutabile che ho buttato giù, in maniera fin troppo sintetica (“da bar” direbbe qualcuno), gli elementi più vistosi dei processi storici che si sono svolti nella Penisola durante gli ultimi cinque o seicento anni. Solo uno sciocco, rozzo e incolto, potrebbe concepire l’identità come un qualcosa di statico da usare, all’occorrenza, come una clava (vedi i nazionalisti e i fascisti di cattiva memoria). La questione è molto diversa: la maggioranza degli abitanti della Penisola, giovani e meno giovani, semplicemente ignora i processi storici che si sono svolti nel territorio italiano. E quindi ignora qualsiasi processo identitario che li riguarda, per quanto dinamico e ricco di apporti diversificati. Ed è questa una principali ragioni per cui, se la democrazia di massa è in crisi in ogni parte del mondo, nella penisola italiana questa crisi è infinitamente più profonda. La democrazia, infatti, ha bisogno di un “popolo” consapevole altrimenti si blocca e diviene preda del primo avventuriero che passa. Tutto qui. Un cordiale saluto, Adam

  4. matteo ha detto:

    Caro Adam,
    grazie per il commento e per la possibilità di confronto.
    Sul fatto che “la maggioranza degli abitanti della Penisola, giovani e meno giovani, semplicemente ignora i processi storici che si sono svolti nel territorio italiano” sono d’accordo con te, e sul fatto che la conoscenza della storia sia importante ovviamente concordo pienamente, come anche sulla necessità di coscienze individuali consapevoli.
    Per il resto ora ho compreso meglio la prospettiva del vostro post, anche se quando qui dici che le persone ignorano il loro “processo identitario” io parlerei piuttosto di “evoluzione storica” (per me l’unificazione è stato un processo storico) del loro paese, poiché continuo a trovare il concetto di “identità” (italiana, padana….di qualsiasi genere) scivoloso e in questo senso fuorviante.

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