Max Stirner, questo sconosciuto

di Dimitri El Madany

Vogliamo dedicare due righe a Johann Caspar Schmidt. Perché fare ciò? Ma soprattutto, e prima ancora, chi era costui? Procediamo con ordine.

UPDATE: di recente hanno tradotto in italiano la biografia dell’ottimo Stirner, l’abbiamo recensita qui!

Chi fosse è presto detto: Johann Caspar Schmidt altri non fu che un oscuro filosofo vissuto nella metà dell’Ottocento in Germania. Nato a Bayreuth (la città di Wagner) una domenica d’autunno nel 1806, ebbe un’infanzia difficile e, più in generale, una vita travagliata. Babbo e mamma non gli furono granché d’aiuto: il primo, di mestiere intagliatore di flauti, morì quando il piccolo Johann era ancora in fasce; la seconda uscì di senno (morirà poi in manicomio) ai tempi in cui il figlio poco più che ventenne faceva l’università a Königsberg, costringendolo ad interrompere di studi. Studi che Schmidt riprese poi a Berlino, dove si stabilì fino alla morte e dove già dal ’26 al ’28 aveva avuto modo di seguire corsi, fra gli altri, di Hegel e Schleiermacher. La ripresa non fu tuttavia fortunata: il suo ultimo esame data al 1834 ed il capitolo universitario rimase incompiuto. Ottenuta una pur limitata venia docendi, Schmidt tentò di entrare nel mondo dell’istruzione, già all’epoca relativamente precario. Dopo aver insegnato latino gratis in una scuola pubblica ed aver tentato senza successo di farsi assumere presso un collegio statale, nel ’39 venne finalmente assunto da un istituto privato per l’educazione delle ragazze di buona famiglia. Nel frattempo, in un impeto d’amore, aveva sposato la figlia della sua affittacamere berlinese, tale Anna Klara Butz. Matrimonio comodo ma assai infelice, poiché la povera Anna morì di parto pochi mesi dopo le nozze.

Ripresosi dal trauma, Schmidt intraprese quello che sarebbe rimasto l’unico breve periodo felice della sua vita. Tutto ebbe inizio in una birreria: da Hippel’s, un simpatico localino situato sulla centralissima Friedrichstrasse, ove era solita riunirsi una variegata ed interessante umanità. Schmidt vi si avvicinò a partire dal ’41. Tra gli avventori troviamo elementi del calibro di Marx, Engels, Feuerbach, i fratelli Bauer e molti altri, tutti forti pensatori non meno che forti bevitori, noti ai più con il nome di “Liberi”. Trattavasi di quella banda di ex studenti di Hegel passata alla storia come “sinistra hegeliana” o anche “giovani hegeliani”: filosofi anticonformisti, nemici giurati di chiese e caserme, alcuni atei, altri anarchici, molti alcolisti, tutti aspiranti rivoluzionari. Tra questi “Liberi”, gente interessante e, possiamo immaginare, non priva di una certa verve, vi erano comprensibilmente anche delle donne. Una di queste, Marie Dänhart, giovane bella e particolarmente emancipata, s’innamorò del nostro Johann. I due convolarono a nozze nel ’43, con un rito assai particolare: narra Dronke1 che gli invitati, per lo più ubriachi, giocavano a carte incuranti del sacramento in atto, mentre i due sposini erano talmente ebbri d’amore che si dimenticarono addirittura gli anelli, reperiti in extremis dall’ottimo Bruno Bauer, il quale, data l’urgenza, ne staccò due di ottone dal suo borsello.

Nel frattempo il nostro Schmidt aveva preso a scrivere e pubblicare articoli e recensioni su svariati giornali e riviste, non senza successo. Il tutto adoperando il nome de plume Max Stirner, con il quale oggi è noto ai pochi che lo conoscono, e con il quale pubblicò, nel 1844, la sua opera principale: L’unico e la sua proprietà. Un libro dal successo dirompente: nonostante la censura berlinese (L’unico venne sequestrato poco dopo la pubblicazione), Stirner divenne dall’oggi al domani un filosofo noto e discusso. Tale fu la soddisfazione, che egli decise addirittura di dimettersi dall’insegnamento presso l’istituto femminile privato di cui dicevamo prima, per poter fare il filosofo “a tempo pieno”.Mossa che si rivelò ben presto assai poco scaltra. Alla vigilia delle rivoluzioni europee, la vita del nostro Schmidt prese infatti una brutta china. Nel ’47 l’emancipata Marie, cui egli tra le altre cose aveva anche dedicato L’unico, lo abbandonò, pare per un altro uomo. Una brutta botta. Come sempre, le disgrazie non vengono mai da sole: in quello stesso periodo gli amici del circolo dei “Liberi” iniziano a disperdersi, ed inoltre egli cadde nella più grave miseria. La sua parabola era ormai discendente, la fine vicina. Dopo il ’48 non pubblicò quasi più nulla e si mantenne vivendo di espedienti. Conobbe l’amara realtà delle prigioni prussiane per ben due volte, entrambe per debiti. Morì un mercoledì, in squallida solitudine. La nota dello stato civile recitava seraficamente: “non madre, non moglie, non figli”. Era l’estate del 1856 e Johann Caspar Schmidt, alias Max Stirner, non aveva ancora compiuto 50 anni. Pare che la morte fosse stata causata dalla puntura di un insetto velenoso. Al funerale pochi, pochissimi amici, tra cui il già citato Bruno Bauer, forse l’unico a non averlo mai abbandonato.

A questo punto possiamo rispondere al quesito con cui abbiamo aperto: perché scrivere di Stirner? Potremmo subito obiettare che di un perché non vi sia bisogno alcuno, e sarebbe forse la miglior risposta. Ma ve ne sono almeno altre tre. In primis, di questo filosofo non vi è pressoché traccia nelle storie della filosofia, né nei manuali, e già questo ci pare un buon motivo per parlarne, oltre che uno specifico campo d’indagine. Ma c’è dell’altro. Scrivere di Stirner ha senso anche alla luce del fatto che, senza di lui, due pezzi da novanta della filosofia europea, Karl Marx e Friedrich Nietzsche, verosimilmente non sarebbero stati come oggi li conosciamo. Per entrambi, Stirner è stato fondamentale. Vediamo brevemente in che modo.

Subito dopo la lettura de L’unico, Engels scrive a Marx (lettera del 19 novembre 1944) le sue prime impressioni sulla bislacca teoria ivi contenuta.

Non dobbiamo accantonarla, bensì sfruttarla proprio in quanto perfetta espressione della pazzia corrente e, operando in essa un ribaltamento, continuare a costruirci sopra. Questo egoismo è così spinto all’estremo, così pazzo ed al contempo così cosciente di sé, che nella sua unilateralità non può mantenersi un solo momento, ma deve subito rovesciarsi in comunismo.

Marx non era propriamente dello stesso avviso del collega. Egli pure aveva certo colto la genialità di Stirner, ma con essa anche la sua pericolosità. Maestro di lungimiranza politica, Marx aveva individuato in Stirner un nemico mortale. Convintone il compagno Engels, i due procedettero alla demolizione passo per passo de L’unico, e ciò che ne venne fuori è il capitolo San Max de L’ideologia tedesca: una confutazione voluminosa quanto il confutato, cosa che rende l’idea della cura con cui i padri del comunismo demolirono punto per punto Stirner, non senza malmenarlo verbalmente. L’ideologia tedesca venne terminata nel ’46, ma inizialmente restò inedita: rimase per decenni in soffitta, ove fu esposta all’impietosa “critica roditrice dei topi”. Essa aveva tuttavia già assolto alla sua funzione fondamentale e occulta: quella di un chiarimento di se stessi da parte di Marx ed Engels, i quali, proprio grazie al confronto con il nemico Stirner, avevano posto le basi del loro materialismo storico.

Qualche tempo dopo, a Basilea, Adolf Baumgartner, allievo prediletto di Nietzsche, prese in prestito nella biblioteca universitaria L’Unico di Stirner. Era il 1874. Va detto che in tutta la sua opera Nietzsche non nomina Stirner nemmeno una volta. A tutt’oggi la posizione ufficiale dell’Archivio Nietzsche di Weimar sostiene che il filosofo della morte di dio non abbia mai letto Stirner. Di tutt’altro parere i coniugi Overbeck, intimi amici di Nietzsche. Stando alle indagini di Franz Overbeck, il suddetto Baumgartner ricordava di aver letto L’Unico su insistente suggerimento proprio di Nietzsche. Ida Overbeck racconta inoltre quanto segue.

Una volta, quando mio marito era uscito, [Nietzsche] si intrattenne un attimo con me e fece il nome di due tipi originali, che lo stavano occupando e nei cui scritti coglieva un’affinità con se stesso. Come sempre quando acquistava consapevolezza di relazioni interiori, era su di morale e felice. […] “Stirner… quello sì!” E comparve un tratto solenne sul suo viso. Mentre osservavo con apprensione quel suo atteggiamento, questo si mutò nuovamente, egli fece con la mano un movimento come per scacciare qualcosa, difensivo, e mi sussurrò: “Ora Ve l’ho pure detto, ma non volevo parlarne. Lo dimentichi di nuovo. Si parlerà di un plagio, ma Voi non lo farete, lo so”2.

Sempre secondo le medesime testimonianze, Nietzsche avrebbe definito l’opera di Stirner come la più temeraria e consequenziale dai tempi di Hobbes. Ne L’unico Nietzsche intravide il nucleo originario su cui costruire il proprio proverbiale nichilismo, da Stirner egli trasse spunti preziosi per la sua “filosofia con il martello”. Eppure, lungo tutta la produzione filosofica nietzscheana, sia il nome che l’opera di Max Stirner vengono sistematicamente sottaciuti.

Naturalmente, non solo Nietzsche e Marx si sono confrontati – più o meno nascostamente – con il nostro Johann Caspar Schmidt, alias Max Stirner. Molti altri lo hanno fatto (uno su tutti, Albert Camus ne L’Homme révolté) e continuano a farlo.

Ancora oggi ci sono certi uomini devoti che per via del suo libro prendono l’anarchico Stirner per un matto e per Satana in persona; e ancora oggi ci sono certi uomini diversamente devoti, che fanno partire da lui una nuova epoca dell’umanità, appunto perché era un anarchico. Ma non era un diavolo e non era un pazzo, anzi era un uomo silenzioso, nobile, che nessun potere e nessuna parola sarebbero riusciti a corrompere, un uomo così unico che non trovava un posto nel mondo, e di conseguenza più o meno fece la fame; era soltanto un ribelle interiore, non un capo politico, perché agli uomini non lo legava nemmeno una lingua comune3.

1E. Dronke, Berlin, Frankfurt a.M., 1846.

2Bernoulli C.A., Franz Overbeck und Friedrich Nietzsche. Eine Freundschaft, Jena, 1908; cit. in Safranski R., Nietzsche. Biografia di un pensiero, Milano, 2001.

3F. Mauthner, Der Atheismus und seine Geschichte im Abendlande, Berlin-Stuttgard, 1920; trad. it. L’ateismo e la sua storia in Occidente.

 

UPDATE: di recente hanno tradotto in italiano la biografia dell’ottimo Stirner, l’abbiamo recensita qui

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