Social media e sollevazioni popolari: uno sguardo d’insieme

di Flavio Pintarelli

Nel raccontare le sollevazioni che hanno infiammato e tutt’ora infiammano la sponda meridionale del Mediterraneo, i media hanno evidenziato l’importanza che il web 2.0 ed i social networks hanno avuto nel favorire la diffusione delle informazioni ed il ruolo cruciale della rete nel coordinare ed organizzare le azioni di protesta. Alcuni commentatori si sono spinti a parlare di Twitter Revolution o di Facebook Revolution. Non è la prima volta che i social media si guadagnano l’attenzione dei media tradizionali in occasione di proteste o sollevazioni popolari. Era già accaduto nel 2009 per le proteste contro il Partito Comunista in Moldova e contro i presunti brogli in Iran. In tutti questi casi si era già parlato di social media Revolutions.

Si tratta di un’occasione propizia per riflettere sul ruolo che i social media hanno attualmente nelle pratiche di attivismo. In un articolo pubblicato sul New Yorker, esplicitamente intitolato Small Change. Why the revolution will not be tweeted, Malcolm Gladwell esprime una serie di riserve sulla capacità dei social media di favorire forme incisive di attivismo politico e sociale.

Pur condividendone l’idea di base, e cioè che i social media da soli non bastino a fare una rivoluzione – cioè a modificare la realtà e l’esistente – l’argomentazione di Gladwell appare inconsistente sotto molti punti di vista. In particolare perché sembra ignorare le specificità proprie non solo dei social media, ma dei media in generale. Secondo Gladwell, infatti, Twitter, Facebook e gli altri strumenti sociali non creerebbero quei legami forti che sono alla base di qualsiasi forma di attivismo in grado di incidere efficacemente sul reale.

Il giornalista sembra non tenere in considerazione il fatto che quasi ogni media crea legami deboli del tutto simili a quelli che egli imputa ai vari social networks. Così fanno la scrittura, la stampa a caratteri mobili e la radio. Tuttavia minimizzare il ruolo che la diffusione della stampa a caratteri mobili ha avuto durante le Guerre Contadine del XVI secolo o quello della radio nel creare il sentimento di appartenenza alla massa durante il Nazismo sarebbe del tutto fuori luogo. Nel bene e nel male anche queste erano forme di attivismo.

Marshall McLuhan ha mostrato ampiamente che l’introduzione di un nuovo medium ridefinisce: a) la fisionomia della cultura in cui viene introdotto; b) i rapporti con gli altri media1. In questo senso pensare che i social media non abbiano avuto un ruolo di rilievo nelle recenti sollevazioni nordafricane non è semplicemente ingenuo, ma è del tutto miope.

Un altro punto di vista assai diffuso che tende a sottostimare il ruolo che i new media hanno giocato nelle mobilitazioni di questi mesi consiste nel mettere in dubbio la reale capacità di accedere alla rete nei paesi del Maghreb. È un dubbio legittimo, ma che imposta il ragionamento legandolo alla concezione occidentale e stabile della connettività e non tiene in conto la straordinaria diffusione nel continente africano della telefonia e delle tecnologie di connettività mobile.

Di questo e di tutta una serie di altri fattori bisogna tenere conto quando si tenta di dare una lettura del ruolo che la tecnologia ha svolto negli eventi che hanno infiammato il Nordafrica negli ultimi mesi, senza dimenticare di sottolineare le differenze che caratterizzano l’esperienza rivoluzionaria di ogni paese.

Dunque è necessario cominciare a chiedersi qual’è stato il ruolo e che peso hanno avuto i social media rispetto alla situazione che si è venuta a creare nel Maghreb in questi mesi. Ma soprattutto è necessario domandarsi quali pratiche e quali soggetti politici si sono affacciati sulla scena attraverso di essi.

Innanzitutto i new media hanno favorito una circolazione ampia e rapida della informazioni che ha contribuito a bypassare i media tradizionali (giornali e televisioni) saldamente nelle mani del Potere, permettendo di tenere costantemente aggiornati sugli eventi tanto la popolazione coinvolta nei movimenti insurrezionali, quanto il resto del mondo. Si è trattato di un fattore fondamentale: sia perché il flusso continuo di informazioni che si moltiplicava viralmente nella rete ha contribuito a rompere l’isolamento a cui gli insorti sarebbero stati condannati se non avessero potuto comunicare liberamente, sia perché in questo modo si è potuta costruire una narrazione comune fatta di immagini e suoni che ha fatto piazza pulita tanto delle contronarrazioni del Potere (gli insorti dipinti come terroristi, drogati, masse sobillate da fantomatici burattinai stranieri) quanto della narrazione occidentale che aveva, fin da prima dell’11 settembre, dipinto la società civile araba con le tinte care all’ideologia dello Scontro di Civiltà.

In secondo luogo, a partire da questa narrazione è stato possibile individuare l’emergere sulla scena di un nuovo soggetto politico (una nuova classe?). Quel “precario moltitudine” che è, oggi, il soggetto di tutte le lotte sociali che, in diverse parti del mondo (dall’Egitto al Wisconsin, come ricordava Valerio Evangelisti), si oppongono al neoliberismo.

Infine, nell’ambito di un capitalismo che sempre più – soprattutto in Occidente – si sta mutando in semio-capitalismo o info-capitalismo capace di mettere in produzione anche la socialità della vita umana, il fatto che i social networks diventino un terreno di scontro sociale e politico non fa che confermare come siano sempre i luoghi della produzione quelli in cui si sviluppa la conflittualità e la coscienza di classe.

1Marshall McLuhan, Understanding media, pag. 63 “Ciò che voglio dire è che i media, in quanto estensioni dei nostri sensi, quando agiscono l’uno sull’altro, istituiscono nuovi rapporti, non soltanto tra i nostri sensi ma tra di loro”

 

Informazioni su El_Pinta

Semiologo dilettante, spettatore ostinato, saggista crossmediale, teorico poststrutturalista.
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15 risposte a Social media e sollevazioni popolari: uno sguardo d’insieme

  1. Luca Frigo ha detto:

    Bello mi piace l’articolo. E condivido il discorso sui legami deboli. Non ho letto l’articolo di Malcolm Gladwell ma mi sembra di capire che ignori totalmente la forza e l’importanza dei legami deboli..in fin dei conti siamo o non siamo in un “piccolo mondo” ?😀

    • sabinio mazzantini della rosa ha detto:

      caro amico, in questo articolo di risposta a Gladwell si parla di “legami deboli”, che sono una categoria delle scienze sociologiche e della comunicazione, in un senso piuttosto preciso, per il quale il tuo commento “..in fin dei conti siamo o non siamo in un “piccolo mondo”?” appare poco comprensibile; leggiti l’articolo di Gladwell e almeno wikipedia (http://en.wikipedia.org/wiki/Interpersonal_ties), prima di scrivere e sorridere gratis…

  2. flaviopintarelli ha detto:

    Grazie dell’apprezzamento Luca.
    Personalmente credo che l’atteggiamento di Gladwell rifletta un pregiudizio molto diffuso quando si tratta di dare giudizi sul ruolo che i mediasvolgono nella cultura e nella società in cui appaiano; e cioè che ogni nuova forma di comunicazione tenda necessariamente a svilire i rapporti umani.
    Personalmente credo si debba sempre pesare le parole, altrimenti il rischio è quello di concentrarsi soltanto sugli aspetti negativi o su quelli positivi della questione, perdendo di vista la realtà delle cose.
    Ad esempio, da più parti si sostiene che i social media indeboliscano o virtualizzino i rapporti tra le persone, ma un amico di penna è più o meno reale di un contatto di Facebook? Ma soprattutto il mezzo lo rende più reale?
    Io sono convinto che non sia così, fermo restando che una rivoluzione si fa rischiando in prima persona, a contatto con gli altri…

  3. akaOnir ha detto:

    Articolo interessante e necessario, provvedo al retweet. Aggiungo solo che espressioni come “rivoluzione di facebook” o “rivoluzione di twitter” sono comunque infelici perchè forvianti e spesso provenienti da media mainstream che non colgono la reale essenza di questi mezzi. Cose simili alle tue le ha detto pure @ezekiel qua http://www.stilografico.com/2011/02/14/so-the-revolution-was-both-tweeted-and-televised-lattivismo-digitale/

  4. flaviopintarelli ha detto:

    Precisazione doverosa quella di Onir. Infatti i media mainstream non contribuiscono a fare chiarezza su queste questioni. Anzi spesso, oscillando tra l’esaltazione acritica del mezzo e la sua demonizzazione, non fanno altro che generare confusione.
    Il pezzo di @ezekiel lo avevo letto preparando il testo, lui fa un ottimo lavoro su twitter.

  5. lucagiudici ha detto:

    Quindi, se ho ben capito, i SN , essendo un luogo di produzione, e questo penso che sia fuori discussione, tu sostieni diventano automaticamente luogo di generazione dell’autocoscienza di classe. Mi sembra azzardato: finche si dice che dove c’è produzione nascono nuovi rapporti di forza sono concorde, ma questo non ha nulla a che fare con la coscienza di quello che si sta facendo. Per questo quello che dice Evangelisti è sbagliato, perchè l’uniformità della condizione (la precarietà) non è conditio sine qua non affinchè ci si riconosca come componente di un meccanismo unico. I media svolgono un’operazione trasversale, che collega in real time le componenti più acculturate e più tecnologicamente avanzate di un corpo sociale, e permette a queste di trasformarsi in testa di ponte, in cuneo, di modo che le masse (sic!) possano seguire attraverso i varchi aperti attraverso l’opera di sminamento e demolizione capillare svolta dalla rete. questo però rende il tutto molto complesso e limitarsi a dire se i SN servono o meno nelle rivoluzioni significa non moltiplicare lo sguardo, per aumentare i punti di vista. Non sei certo tu che fai questo, mi riferisco ai personaggi che citi, ovviamente🙂

  6. lucagiudici ha detto:

    “possano seguire attraverso i varchi aperti dall’opera di sminamento e demolizione capillare ” (errata corrige)

  7. flaviopintarelli ha detto:

    Luca calma,
    a me non pare di aver parlato mai di automatismi nel post, anzi di aver sempre specificato che si tratta di riflessioni molto legate ad una contingenza. Forse a trarre in inganno è lo “sguardo d’insieme” del titolo, ma si riferisce più che alla prospettiva teorica ad una volontà di rintracciare una serie di interventi utili a comprendere la questione.
    Il mio primo intento è quello di confutare l’ipotesi di Gladwell sulla natura del “legami deboli”, che a me pare francamente insostenibile.
    In secondo luogo indicare alcune possibili prassi, alcune possibilità che emergono nell’uso degli strumenti.
    Mi pare innegabile che i SN abbiano svolto un ruolo cruciale (pur con le dovute differenze) nel creare una narrazione alternativa al potere in cui una massa si è potuta riconoscere. Così come il feuilletton contribuì a creare una narrazione comune che ebbe un peso considerevole nella rivoluzione francese.
    Rispetto a quello che dice Evangelisti mi trovo in disaccordo con te, perché nel momento in cui la precarietà diventa la condizione comune all’intellettuale come all’operaio il tempo è maturo per una narrazione che mostri quanto l’uno e l’altro siano parte del medesimo meccanismo. Che differenza c’è tra digitalizzare un archivio audiovisivo e programmare un tornio? Per me nessuna, entrambe sono attività di manovalanza e così vanno raccontate.
    I media possono farlo, non è detto che ci riescano…

  8. Valeria ha detto:

    Interessante…
    si potrebbe approfondire, per esempio, ma mi allontano, in questo modo, dal senso particolare dell’articolo, la correlazione stretta tra forma e contenuto. Su quanto, per esempio, il mezzo sia capace di trasformare il modo di percepire il reale da parte del soggetto che ne usufruisce(intendedo con “percezionde del reale” quel processo che ci porta tramite i sensi a costruire noi stessi e quindi il nostro rapporto con gli altri e il mondo). In tal senso un interessantissio libro è quello dal titolo “L’uomo è antiquato” di Anders (mi sembra che si sciva così il suo nome…

  9. flaviopintarelli ha detto:

    Valeria,
    proponi una riflessione assolutamente interessante che centra in pieno la questione. Personalmente sono dell’opinione che i social media favoriscano una relazione senso-motoria con il mondo, cioè basata sul principio di azione e di reazione. Per dirla in termini cinematografici siamo ancora nell’epoca classica dei social-media.

  10. Valeria ha detto:

    ok, continuo la mia riflessione con i diversi spunti ricevuti…

  11. flaviopintarelli ha detto:

    Se ti va se ne può discutere insieme😉
    Il mio commento precedente si basa sulla convinzione che, essendo immagini, i social network vadano analizzati anche, specialmente nel nesso forma-contenuto, con gli strumenti messi a disposizione dalla teoria delle immagini. Semiotica, scienze cognitive e fenomenologia hanno evidenziato come l’immagine sia una “percezione di percezione”, cioè qualcosa che serve a percepire una percezione (da qui il carattere mediale dell’immagine).
    Dunque è necessario domandarsi, come giustamente facevi tu, qual’è la natura di questa percezione con cui veniamo a contatto quando usufruiamo di un social media?

  12. valeria ha detto:

    ehi Flavio grazie per la dritta, allora devo cominciare a soffermarmi su quel punto, in effetti la mia riflessione era ad un punto morto per mancanza di mezzi….non essendo io una studiosa….
    Allora poi ne ridiscutiamo…😉

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