E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?

S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.

Costantino Kavafis, Aspettando i barbari

di Matteo Antonin

Secondo il sociologo polacco Zygmunt Bauman «tutte le società producono stranieri»,1 ognuna in modo particolare. Produrre stranieri significa creare la figura dello straniero, la categoria rigidamente delineata, e percepire il “diverso” attraverso uno schema escludente, riassumibile nella semplificazione del «noi» e «loro», la quale attribuisce determinate rigide caratteristiche (spesso ritenute come immutabili e naturali) ad ognuno dei due gruppi.

Ciò che infatti emerge continuamente nell’analisi del rapporto che i membri di una società hanno con “il diverso” è il continuo ripetersi di dinamiche di enfatizzazione e di esasperazione della sua alterità. Questa alterità viene creata e usata per creare distanza e diffidenza, attraverso la riproposizione di schemi rigidi e opposti, dicotomici ed escludenti.

Un ruolo determinante nella creazione e veicolazione di tali schemi è ricoperto dai mezzi di comunicazione, i quali spesso tendono, nell’affrontare il tema della diversità, a muoversi esclusivamente nello spazio ristretto delle categorie: “noi” contro “loro”, o – peggio ancora – “buoni” contro “cattivi”.

Queste dinamiche di segregazione e di esclusione sono rese possibili attraverso una retorica specifica e un particolare uso del  linguaggio. Attraverso un determinato uso del discorso e del linguaggio sui mezzi di comunicazione di massa è infatti possibile creare una preformulazione del discorso pubblico sullo straniero e sul diverso: il discorso pubblico svolge cioè un ruolo centrale nello svilupparsi e nel riprodursi dei pregiudizi xenofobi. Essi vengono creati e diffusi (spesso inconsapevolmente) dai mezzi di comunicazione e in seguito divengono propri dell’opinione pubblica sull’immigrazione, ritornando sui mezzi di comunicazione di massa sotto forma di opinioni diffuse della gente comune.

Presentando sui mezzi di comunicazione in un modo o nell’altro la persona straniera (ciò che gli studiosi chiamano processo di costruzione sociale dell’immigrato) tutta la categoria dell’«immigrato» viene costruita artificialmente, de-personalizzata, tipizzata e categorizzata dietro un’etichetta, spesso negativa. Diviene quindi indispensabile decostruire il linguaggio, analizzare le diverse modalità di riproduzione del pregiudizio e della xenofobia, analizzare «le parole che escludono, a cui il discorso pubblico attribuisce significati che si sedimentano nella società, orientandone le scelte». Le parole che usiamo, infatti, non sono neutre: esse, «al pari delle banconote, rimangono intrise dall’uso che se ne fa, dal significato comune che gli si attribuisce».2

A questo proposito lo studioso olandese Teun Van Dijk individua sei modalità e strategie particolari di linguaggio, le quali sono tutte presenti e riscontrabili (anche se spesso noi non ci facciamo caso) nei discorsi riguardanti gli stranieri che ascoltiamo ogni giorno in una qualsiasi delle nostre città, accendendo la televisione o sfogliando un quotidiano:

1. Diversità. La diversità viene sottolineata, accentuata, enfatizzata: «Loro non sono come noi» è uno dei luoghi comuni più diffusi. «Loro» provengono da un luogo diverso, parlano una lingua diversa, hanno usi e costumi diversi, hanno una religione diversa. Questo atteggiamento rispecchia un modo di intendere la cultura statico ed escludente: l’elemento di incompatibilità, in questa moderna politica di esclusione, non è più la razza, ma la cultura. Ma le culture, intese in senso statico come monolitici contenitori per “incasellare” gli individui, non esistono, così come non esiste una diversità basata sull’opposizione «noi»/«loro». Esistono invece singoli individui, che portano con sé un modo di leggere il mondo, non culture in senso astratto.

2. Concorrenza. Gli stranieri sono venuti nel «nostro» territorio per intaccare il «nostro» benessere, rubare i «nostri» posti di lavoro e le nostre case. Essi usufruiscono dei «nostri» soldi attraverso la pubblica assistenza, col rischio che il «nostro popolo» rimanga escluso dai servizi: senza lavoro, senza casa. Bisogna dare pertanto la priorità agli autoctoni per usufruire dei servizi. Quello che in realtà è un conflitto sociale, o un’emergenza sociale (il bisogno di lavoro di fronte allo spettro della disoccupazione, la paura di essere esclusi dall’assistenza sociale) viene presentato come un conflitto etnico.

3. Minaccia. La presenza degli immigrati mette a repentaglio la nostra sicurezza e la nostra ricchezza. Essi entrano illegalmente a «orde» (come recitava anni fa un manifesto elettorale della Lega Nord, sotto la foto di un barcone pieno di migranti) nel nostro Paese con lo scopo di delinquere. Essi si dedicano ad attività illegali, sono violenti e dediti allo spaccio di droga, rendendo le nostre città insicure.

Questi discorsi sono supportati con la prassi, ormai divenuta abitudine, di affiancare al nome di colui che ha commesso un crimine (se straniero) la nazionalità, favorendo un processo induttivo di categorizzazione in cui il reato viene automaticamente associato alla nazionalità di colui che lo ha commesso.

4. Problemi. Pertanto gli immigrati non sono che una continua fonte di guai e di problemi. Sebbene «noi» forniamo «loro» tutte le opportunità di integrazione, essi hanno sempre qualcosa da recriminare, sul lavoro, a scuola. Essi creano problemi, ma si lamentano dei loro problemi. In verità essi non si impegnano abbastanza.

5. Aiuto. Tuttavia ci sentiamo in dovere di aiutare gli immigrati (rendendoci conto che essi lavorano per noi e per il benessere di un paese che non è il loro, o per semplice spirito di carità cristiana, o perché essi provengono da paesi che l’Europa ha colonizzato e saccheggiato): essi vanno aiutati e compresi nelle loro difficoltà. Così essi sono ammessi alla «nostra» assistenza sociale e sono assistiti da programmi di integrazione appositamente pensati per loro. In cambio viene pretesa collaborazione e l’accettazione delle «nostre» condizioni, dei nostri costumi, delle nostre leggi e delle nostre regole.

6. Presentazione di sé. Questa caritatevole disponibilità ad aiutare gli immigrati, nonostante l’infinita distanza culturale, il rischio di concorrenza e la costante minaccia in cui si trovano ormai la maggior parte delle nostre città, dimostra che «noi» non abbiamo né pregiudizi, né tendenze xenofobe o razziste.

Ovviamente tali obiettivi e strategie linguistiche, i quali trovano espressione in molti dei discorsi che quotidianamente sentiamo o leggiamo, non sono quasi mai esplicitamente espressi, quanto piuttosto presupposti o espressi indirettamente.

Analizzando le strategie comunicative e linguistiche emerge la tendenza, nei mezzi di comunicazione come nei discorsi quotidiani, a proporre e veicolare un’immagine distorta, negativa, categorizzante e de-personalizzante delle persone straniere presenti nel nostro paese: un modello escludente del tipo «noi»/«loro», il quale implica «una presentazione negativa e problematica di “loro” ed un’autopresentazione positiva e non problematica di “noi”».3 Questa immagine ha una grandissima forza propulsiva, poiché alimenta i pregiudizi presenti e contribuisce a crearne di nuovi.

È necessario quindi provare ad operare una piccola decostruzione delle strategie discorsive e dell’uso strumentale dei termini che stanno alla base del linguaggio e del discorso sull’immigrazione: «Il lavoro di decostruzione e di denuncia di un linguaggio razzista è responsabilità di tutti. È anche questo un modo per opporsi al radicamento nella nostra società di una cultura discriminatoria ed escludente».4

1. Z. BAUMAN, La società dell’incertezza, trad. it. di R. Marchisio e S. L. Neirotti, Il Mulino, Bologna, 1999, p. 55.

2 . P. BENI, F. MITRAGLIA, La normalità del razzismo, in G. FASO, Lessico del razzismo democratico. Le parole che escludono, Derive Approdi Editore, Roma, 2008, p. 10.

3. T. VAN DIJK, Il discorso razzista. La riproposizione del pregiudizio nei discorsi quotidiani, trad. it. di G. Vengelli, Rubettino Editore, Messina, 1994, p. 70.

4. P. BENI, F. MITRAGLIA, La normalità del razzismo, cit., p. 10.

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