Intensità luminose e cristalli di tempo: Black Swan di Darren Aronofsky

di Flavio Pintarelli

Tra il cinema ed il tema del doppio vi è un rapporto privilegiato, che si potrebbe definire elettivo. Il cinema è, infatti, il mezzo con cui si può duplicare il mondo ed i suoi oggetti, per farli accedere alla dimensione della veggenza, che ci permette di vederli in maniera diversa e di scoprirne dimensioni altrimenti invisibili ad occhio nudo.

Affrontare il tema del doppio è, per un cineasta che voglia dirsi tale, un passaggio inevitabile nel proprio percorso professionale, perché il cinema è, lo si è visto, tecnica e tecnologia della produzione del doppio.

Scrivere una recensione all’ultima fatica di Darren Aronofsky, Black Swan (Il Cigno Nero), non può prescindere da questa premessa, anche soltanto per mettere fin da subito in fuori gioco le critiche alla mancanza di originalità del tema del film. Come molti altri prima di lui (Hitchcok, Lynch, Fincher, solo per citare alcuni registi idealmente vicini a questo lavoro) Aronofsky si confronta con il doppio, motore ed essenza del cinema.

Il film, un thriller psicologico con chiari riferimenti al cinema degli anni ’40, si incentra sulla vicenda di Nina (Natalie Portman), fragile ed immatura ballerina, a cui viene affidato il ruolo principale ne Il lago dei cigni, spettacolo d’apertura della stagione della prestigiosa compagnia di cui Nina fa parte.

Aronofsky mette in scena una lettura metatestuale del tema del balletto (il rapporto tragico tra amore e morte) a cui si aggiungono echi della favola del brutto anatroccolo.

Il risultato è un’intesa riflessione sul tema del doppio e sul tema della metamorfosi, condotta attraverso l’orchestrazione di una serie di elementi compositivi che concorrono a generare il senso di tutto il film.

In primo luogo a fare senso è il colore, in particolare il rapporto che si istituisce sistematicamente tra il bianco ed il nero e che va al di là del semplice valore simbolico che oppone, entro questa dicotomia cromatica, la purezza alla contaminazione. Tra queste due intensità della luce si stabiliscono, infatti, una serie di rapporti intermedi che giocano sulla saturazione e sull’opacità delle superfici colorate, accompagnando l’evoluzione del carattere e della psicologia della protagonista, durante il suo percorso di metamorfosi. Ne deriva così un ambiente cromatico costantemente ridefinito, in cui le intensità luminose del bianco e del nero si compenetrano incessantemente.

Il secondo elemento di cui bisogna tenere conto nell’individuare le strategie di costruzione del senso messe in campo dal regista è il trattamento degli spazi. Pur essendo ambientato per la quasi totalità della sua durata in spazi chiusi (l’appartamento in cui Nina vive con la madre, il teatro, il locale notturno, ecc.), in Black Swan le soglie rappresentano un elemento fondamentale. La protagonista entra ed esce dagli stati allucinatori che ne accompagnano la metamorfosi per mezzo di aperture, porte e soglie. Il tema del doppio viene così materializzato anche dall’alternarsi tra spazi che, più che esterni o interni, possono essere identificati come propri o estranei.

Un terzo elemento essenziale nella costruzione del film è l’uso degli specchi e delle superfici riflettenti. Aronofsky crea quello che Gilles Deleuze chiamerebbe un “cristallo di tempo”, uno spazio della rappresentazione in cui, grazie alle frammentazioni dello spazio della visione rese possibili dai numerosi riflessi, si realizza la coalescenza e l’indiscernibilità tra due dimensioni apparentemente opposte: il reale ed il virtuale. Due dimensioni a cui, in Black Swan, corrispondono la dimensione allucinatoria e quella reale della protagonista.

Infine, nel film, viene attribuito un peso specifico considerevole al ruolo ed alla figura del corpo. Il corpo di Nina è, infatti, inquadrato costantemente ed insistentemente da piani stretti e ravvicinati (piani larghi o d’insieme sono estremamente rari) che ne mettono in luce la fisicità e lo sforzo a cui viene sottoposto (unghie rotte, ferite, giunture schricchiolanti). Il corpo diventa, pertanto, la superficie su cui si gioca il costante passaggio tra uno stato e l’altro, la coalescenza tra la dimensione reale e quella virtuale dell’allucinazione: il corpo è germe della metamorfosi che diventa, a tutti gli effetti, un movimento di passaggio attraverso una soglia, passaggio attraverso, tra-passo.

Amore e/è morte.

 

Informazioni su El_Pinta

Semiologo dilettante, spettatore ostinato, saggista crossmediale, teorico poststrutturalista.
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2 risposte a Intensità luminose e cristalli di tempo: Black Swan di Darren Aronofsky

  1. Andreas Perugini ha detto:

    Ottima recensione: condivido!
    Per essere perfetta manca solo il riferimento a The Wrestler al femminile VS maschile alla mente VS corpo.

  2. flaviopintarelli ha detto:

    Andreas,
    hai ragione il rapporto con The Wrestler esiste e sarebbe da approfondire, nella loro diversità sono due film molto simili.
    A proposito del rapporto tra mente e corpo io penso che sarebbe meglio parlare di un rapporto di implicazione, piuttosto che di un’alternativa netta.
    È vero che Aronofsky ha intrapreso una parabola che, da Pi Greco il teorema del delirio a Black Swan, lo ha portato a ragionare dalla mente al corpo. Ma è altrettanto vero che queste due dimensioni, piuttosto che escludersi a vicenda, si implicano l’un l’altra come due facce della stessa medaglia…penso, in particolare, al trapano di Pi Greco

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