Tripoli, bel suol d’orrore

Per dirla senza mezzi termini: in tempi precedenti, era più facile controllare un milione di persone che ucciderne fisicamente un milione, oggi, è infinitamente più facile uccidere un milione di persone che controllarne un milione.

Zbigniew Brzezinski

Il 17 dicembre dello scorso anno, l’estremo gesto di Mohammed Bouazizi, ambulante tunisino che si dà fuoco in seguito al sequestro della propria mercanzia, segna l’inizio della Rivoluzione del Gelsomino. In meno di un mese la protesta dilaga e, nonostante una sanguinosa repressione, costringe Ben Alì a fare le valige. Il 25 gennaio di quest’anno, esattamente un mese fa, ha inizio la rivoluzione Egiziana, conclusasi – almeno simbolicamente – diciotto giorni dopo con le dimissioni di Mubarak. La spossante attesa del faraone costa centinaia di morti e migliaia di feriti. Nel frattempo le proteste si moltiplicano e si espandono: Algeria, Giordania, Yemen, Albania, Marocco, Bahrein. Infine, ecco il turno della Libia di Muammar Gheddafi.

Le proteste iniziano il 16 febbraio scorso a Bengasi, in Cirenaica, regione da sempre ribelle al Colonnello. Nel giro di una settimana è subito chiaro a tutti che le cose non andranno come nei due precedenti – quello tunisino e quello egiziano – e che Gheddafi non ha nulla da spartire con Ben Alì e Mubarak, i quali, anzi, al confronto passano quasi per brav’uomini. Il discorso televisivo tenuto da Gheddafi il 22 febbraio è semplicemente delirante. Il discorso di un pazzo pericoloso, pronto a tutto pur di restare al potere. I manifestanti, definiti dal Colonnello “ratti sotto l’effetto di droghe allucinogene”, per lui non sono altro che feccia, vite da schiacciare e distruggere. Atroce coerenza del “leader rivoluzionario”: il bilancio dei morti è agghiacciante, si parla di decine di migliaia. Bombardamenti sulla folla, mercenari scatenati, fosse comuni, stupri casa per casa. Un massacro, una carneficina, un genocidio. Le parole sono vane di fronte alla terribile realtà.

Mentre scriviamo, la Libia è nel caos. I rivoltosi hanno preso il controllo di gran parte del paese ed avanzano sotto i bombardamenti da Est verso la capitale Tripoli, dove il colonnello è asserragliato con i suoi fedelissimi. Gheddafi è accerchiato, ma non mollerà facilmente. Lo ha detto lui stesso: “resterò fino alla morte”. La guerra civile è già in atto. Non sembra difficile decidere da che parte stare. Detta altrimenti: la morte e l’orrore di questi ultimi giorni dovrebbero essere elementi drammaticamente sufficienti per prendere le distanze, senza se e senza ma, da un dittatore che sta deliberatamente massacrando il proprio popolo. Lo hanno capito fin da subito elementi stessi dell’esercito e del governo di Tripoli, che si sono ammutinati. Non lo ha capito invece il nostro governo, o almeno inizialmente è parso lento di comprendonio.

Ancora il 19 febbraio, Berlusconi diceva: “Non ho ancora sentito Gheddafi. La situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno”. Un vero galantuomo. Accortosi che ONU, USA, UE e pressoché tutta la comunità internazionale si permettevano invece di disturbare, e visto che di giorno in giorno la situazione in Libia si faceva più drammatica, il nostro premier ha saggiamente corretto il tiro, ed ora parla di “vento della democrazia”. La realtà è che prima di disfarsi di un alleato come il Colonnello ci si deve pensare due volte, almeno. I nodi che legano Gheddafi all’Italia sono solidi e molteplici: non solo gas e petrolio (si pensi solo che l’Eni è in Libia dal 1959), ma anche Fiat, Unicredit, Finmeccanica, Mediobanca e molti altri. Interessi strategici, in nome dei quali possono facilmente slittare in secondo piano non solo gli ideali di democrazia, ma anche le decine di migliaia di vite umane stroncate nel sangue.

Altrettanto strategica è la questione dell’immigrazione. In questi anni Gheddafi ha garantito all’Italia ed all’Europa un flusso di migranti controllato. I metodi di questo controllo, con cui finora è stato regolato il businnes del traffico clandestino di esseri umani, sono ben noti, e sono stati stigmatizzati, tra gli altri, anche dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. A chi non abbia mai sentito parlare di respingimenti preventivi, consigliamo la visione del documentario Come un uomo sulla terra (di Segre, Yimer, Biadene).

L’immigrazione costituisce uno dei problemi più grandi e complessi del nostro tempo, e nel nostro paese essa viene vissuta come una vera e propria ossessione. Gli eventi libici hanno accentuato ancor di più questa vera e propria fobia per i migranti. La parola più usata da politici e media è “invasione”, assai gettonato anche “esodo di proporzioni bibiliche”. L’UE stima una cifra immane di possibili arrivi: un milione e mezzo di persone. Lungi da noi mettere in dubbio il grave problema rappresentato da simili scenari e proiezioni, vorremmo tuttavia far notare che l’Italia non ha mai realmente costruito né voluto costruire una valida strategia di gestione dell’immigrazione. Nel nostro paese non esiste una politica dell’accoglienza, né strutture e personale necessari a gestirla. Lo stesso patto con Gheddafi testimonia una scelta deresponsabilizzante, in base alla quale si è preferito appaltare l’indicibile – violenze, torture, stupri e uccisioni – ad un regime dittatoriale, coprendolo d’oro e salamelecchi (come non ricordare l’ultima grottesca gita in Italia del Colonnello?), pur di non veder più approdare sulle nostre coste le temutissime carrette del mare.

Il migrante è un formidabile catalizzatore di paura. La paura, si sa, è un elemento monetizzabile come pochi altri in termini elettorali, e più in generale in termini di orientamento dell’opinione pubblica. In questo senso la figura del migrante è simile a quella del terrorista. Le questioni immigrazione e terrorismo sono contigue, oltre che simili, e ciò specialmente nel contesto di cui stiamo scrivendo. Si diceva che Mubarak era insostituibile, perché fondamentale per fermare il terrorismo. La stessa cosa si dice – o almeno si è detta nei giorni scorsi – di Gheddafi, al quale viene inoltre attribuito il merito di aver finora arginato l’immigrazione clandestina. Si sbandiera lo spauracchio del grande esodo dalla Libia, non diversamente da come si sbandierava quello del terrorismo dei Fratelli Musulmani in Egitto. Focalizzando l’attenzione sulla “epocale invasione”, si induce implicitamente la gente ad accettare ciò che Gheddafi ha fatto e continua a fare, si invitano le persone a considerare preferibili diecimila morti lì da loro, piuttosto che un milione di profughi qui da noi. Basta che la fortezza Europa resti inespugnabile.

Una maniera più saggia di affrontare il tema dell’immigrazione consisterebbe, invece, nel ritenere che la chiave della questione risieda nella creazione di condizioni di vita più dignitose nei paesi da cui, disperati, partono i migranti. Certo non si tratta di una cosa da nulla, eppure, a ben guardare, è proprio ciò che i popoli dell’altra sponda del Mediterraneo stanno chiedendo dall’inizio della “primavera araba”. Gli eventi degli ultimi due mesi dimostrano inequivocabilmente come masse immense di persone – in maggioranza giovani – aspirino ad ottenere il rispetto dei loro diritti fondamentali, primo fra tutti la libertà. Queste persone non rappresentano soltanto il futuro dei loro paesi, ma anche una preziosa risorsa per il mondo intero. Essi incarnano la possibilità di dar vita ad un nuovo mondo arabo, finalmente realmente decolonizzato, ed al contempo offrono all’Occidente l’opportunità di mutare la sua visione dell’Islam, così come essa si è configurata nell’opinione dominante, in particolare a partire dalle torri gemelle. Una visione assai cara tanto oltreoceano, ai fautori della guerra preventiva (di cui è ormai assodata la decennale inefficacia), quanto in Europa, a tutti i vari populismi destrorsi sparsi per il vecchio continente: la visione di un Islam misogino, retrogrado e terrorista, alla quale potrebbe subentrare quella di un Islam pacifico, connesso ad internet ed addirittura laico.

Questa speranza – ci rendiamo conto che di altro non si tratta – è nata a Tunisi, è cresciuta al Cairo ed ora passa per Tripoli. In questo momento, chiedersi quale sarà il destino della Libia equivale ad interrogarsi sul destino dell’intera “primavera araba”. Le due domande sono intrecciate, poiché la componente chiave delle proteste di questi ultimi due mesi è stata l’emulazione, grazie alla quale si è spezzato il circolo della paura e si è fatto largo il coraggio dei popoli, secondo il più classico degli effetti domino.

Gheddafi ha cercato con tutti i mezzi di affogare il coraggio del suo popolo in un bagno di sangue. I dati sulle vittime della repressione, lo abbiamo già detto, sono spaventosi. Non meno spaventosa è la lucida follia del raìs. Obiettivamente, il Colonnello accerchiato è ormai indifendibile. Per averlo appoggiato negli anni passati, in quelli a venire l’Italia rischia di sperimentare la profonda inimicizia del popolo libico. Un’inimicizia assai pericolosa, visti i suddetti legami energetici e finanziari tra i due paesi. Un’inimicizia decisamente giustificata, date le iniziali reticenze del governo italiano nel condannare il massacro messo all’opera da Gheddafi. Per non parlare delle paventate connivenze con la repressione: c’è chi scrive addirittura della presenza di mercenari italiani. Se confermate, queste notizie rappresenterebbero una triste nota di continuità, nel solco di un’infame tradizione che ha visto gli Italiani sempre in prima linea nell’infliggere morte e sofferenze al popolo libico.

Dimitri El Madany

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