DROMOMANIA². Diario di bordo: un venerdì alla moschea di Damasco

di Matteo Antonin

Il racconto continua da qui.

Il pavimento di marmo bianco della moschea di Damasco è incandescente; il sole di mezzogiorno arde nel mezzo di un cielo azzurro intenso: è venerdì e sta per iniziare la preghiera comune che si celebra nella moschea grande, a partire da quando il sole ha oltrepassato il mezzodì.

Il venerdì è il giorno sacro per i musulmani, il “giorno dell’adunanza” o “dell’assemblea”: il Corano dedica una sura a questo giorno, invitando tutti i fedeli ad abbandonare le proprie attività e a recarsi alla preghiera (sura del venerdì o, più precisamente, l’Adunanza, LXII, 9). Questa prescrizione è valida per tutti i musulmani che sono in grado di recarsi fino alla moschea.

Anticamente, appollaiato in cima al minareto (al-manâra), il muezzin chiamava all’appello i credenti, affinché essi potessero compiere la preghiera nella moschea. Oggi il muezzin non sale più fisicamente in cima al minareto, ma chiama cinque volte al giorno i fedeli alla preghiera attraverso megafoni e altoparlanti. Nonostante la tecnicizzazione della chiamata a raccolta, essa non perde comunque di fascino agli occhi del visitatore straniero: i minareti si chiamano e si rispondono, rincorrendosi l’un l’altro, e l’eco delle precise formule di chiamata risuona come una nenia ipnotica, una poesia nostalgica, attraverso i vicoli del Suq, che in questo giorno di festa è eccezionalmente deserto.

La chiamata si ripete; come un mantra si propaga attraverso la città.

È una formula magica, potente, magnetica: Allâhu akbar, Allâhu akbar, Allâhu akbar, Allâhu akbar… Allah è [il] più grande…Allah è [il] più grande…

L’eco rimbomba. Segue poi la sahâda, l’attestazione di fede islamica, ripetuta due volte: Àsh-hadu anna lâ ilâha illa Allâh, Àsh-hadu anna lâ ilâha illa Allâh.. Attesto che non v’è dio al di fuori di Allah… Àsh-hadu anna Muhàmmadan rasûl Allâh, Àsh-hadu anna Muhàmmadan rasûl Allâh… Attesto che Muhammad (Maometto) è l’inviato di Allah…

Hayya ‘ala as-salât, Hayya ‘ala as-salât! Suvvia, alla preghiera!

I piedi nudi bruciano sul marmo e dobbiamo ripararci all’ombra per non scottarci. La preghiera comune, durante la quale ai non musulmani non è consentito entrare nella moschea, è terminata: un fiume di persone esce dall’edificio e si riversa nel cortile. Ci siamo tolti le scarpe e le abbiamo lasciate all’esterno, insieme ad altre centinaia: è necessario essere scalzi per entrare non solo all’interno della moschea, ma anche nel gigantesco cortile esterno, affiancato su tre lati da un porticato a due piani.

Le donne devono coprirsi il capo e le spalle.

Il cortile è affollatissimo, pieno di famiglie con i bambini e di pellegrini, soprattutto sauditi e iraniani. L’interno della Moschea è un luogo tranquillo e rappresenta un’oasi di pace rispetto al caldo e alla confusione che regnano nel cortile, tutt’altro che silenzioso: i bambini corrono e giocano scalzi, vigilati da mamme velate incuranti del caldo torrido. Nel mezzo del cortile una bambina di circa otto anni con il capo coperto da un velo bianco accudisce la sorellina; nel centro i fedeli si lavano mani, collo e piedi nella fontana delle abluzioni; le famiglie si siedono all’ombra per riposare, qualcuno schiaccia un pisolino.

Sotto l’antica Cupola del Tesoro, piccola struttura ottagonale sul lato occidentale della moschea, decorata con splendidi mosaici dorati e anticamente utilizzata per custodire il denaro pubblico e proteggerlo dai ladri, un imâm, occhi e barba corvini e turbante bianco in testa, legge delle preghiere ad un gruppo di pellegrini. Sotto le colonne romane riciclate per la costruzione della piccola cupola, uomini, donne e bambini, seduti in gruppo ai piedi dell’ imâm, ascoltano in silenzio. Le donne tutte vestite di nero, gli uomini con i baffi, le bambine con il capo coperto, le uniche con il velo colorato.

Chissà da dove vengono, che cosa stanno dicendo, per cosa stanno pregando; chissà se il Dio che stanno invocando è poi così diverso da quello degli altri pellegrini del mondo, dei viaggiatori in preghiera alla Cupola della Roccia di Gerusalemme o alla basilica di San Pietro a Roma…

Il cortile, al quale i fedeli giungono dai vicoli e delle botteghe del Suq al-Hamidiye, è ampio e rettangolare, circondato su tre lati da un porticato a due piani. Il quarto lato è quello della grande facciata della sala di preghiera, silenziosa e imponente, nonostante la moschea si trovi nel cuore del frastuono vociante del Suq, ed è ricoperto da scintillanti mosaici colorati, i quali si estendono per 37 metri di lunghezza (ma anticamente i mosaici si estendevano per 4.500 metri quadrati), brillando di colori sfavillanti: oro, turchese e verde smeraldo. Ricordano per la lucentezza dell’oro quelli della basilica di S. Sofia nell’antica Costantinopoli o quelli delle basiliche di Ravenna.

In questo luogo si è pregato da sempre: qui gli Aramei, antichissimo popolo nomade che abitava la Mesopotamia, menzionato già nella Bibbia, pregavano la loro divinità Hadad; in questo stesso luogo i romani eressero un tempio in onore di Giove Dolicheno (nella religione romana personificazione di una divinità asiatica originaria della città di Dolico, in Anatolia), sulle cui rovine nacque una basilica bizantina dedicata a S. Giovanni Battista.

Dopo la conquista islamica, per alcuni anni cristiani e musulmani pregavano insieme nella basilica, ognuno secondo il proprio rito, convivendo pacificamente. In seguito, all’inizio del secolo VIII, il califfo al-Walid ibn Abdul Malik ordinò la costruzione di una moschea grandiosa e splendente, simbolo della maestosità dell’impero, la quale divenne per bellezza e sfarzo il modello per le moschee di Aleppo e Hama in Siria e di Cordoba in Spagna.

Il risultato fu stupefacente. Nel 1184, sulla via del ritorno dal pellegrinaggio alla Mecca, il viaggiatore andaluso Muhammad ibn Jubair, giunto a Damasco, definisce la città “Paradiso dell’Oriente, luogo dove spunta la sua beltà splendente, abbagliante.” Racconta che la città “era adorna di fiori e di piante profumate, e si mostrava nello splendore dei vestiti di broccato dei giardini”.

Sono proprio i giardini, ma quelli del Paradiso, descritto da Maometto come un insieme di fiumi e deliziose abitazioni, ad essere stati principalmente rappresentati dagli artigiani bizantini nelle decorazioni del cortile e della facciata della sala di preghiera, la quale risplende del verde smeraldo delle piante, dei fiori e degli alberi, dell’azzurro acceso dei ruscelli, dei fiumi e delle fontane dell’Eden, e dello sfondo dorato tipico dell’arte bizantina, scintillante al sole di mezzogiorno.

Girovaghiamo ancora un po’ per il grande cortile. Incontriamo delle ragazze giordane che hanno voglia di chiacchierare. Parlano bene inglese, come la maggior parte dei loro e delle loro connazionali: la Giordania, con l’impegno in prima persona delle sue regine (Noor al-Hussein, moglie del defunto re Hussein, e Rania, moglie di Abdullah II, ora al trono) è il paese mediorientale che ha più investito in politiche di scolarizzazione, allo scopo di alzare il tasso di alfabetizzazione infantile, soprattutto per quanto riguarda le bambine. La Giordania ha infatti il più alto di alfabetizzazione femminile del mondo arabo. Scambiamo qualche parola, cosa strana, in quanto tradizionalmente non è usanza per una donna rivolgersi direttamente ad un uomo che non sia membro della sua famiglia. Anche loro sono in visita, turiste come noi. Ci chiedono da dove veniamo e dove siamo diretti, poi notizie su come si vive in Italia.

Poi inaspettatamente mi chiedono, indicando Laura, con la quale ho condiviso la gioia e la fatica del viaggio: Is she your sister? Scuoto la testa ma prima che possa rispondere la ragazza giordana con naturalezza deduce: she’s your wife! Mi scappa un sorriso: ancora questa storia del matrimonio. Un ragazzo e una ragazza insieme possono essere soltanto due cose: fratelli o sposati. Cerco le parole per spiegare, ma le ragazze mi anticipano. Guardano Laura e si scusano: Sorry… mugolano, e se ne vanno con aria colpevole.

I rapporti tra i generi qui sono rigidi, e ci sono regole precise da rispettare: uomini e donne che non abbiano relazioni di parentela difficilmente si parlano o si siedono vicini su un autobus.

Anche in un momento così intimo come quello della preghiera uomini e donne sono rigidamente separati in aree di preghiera distinte, come nelle nostre chiese fino a qualche decennio fa.

Per questa ragione io e Laura siamo costretti a separarci, ed entrando nella moschea ci dividiamo, dirigendoci io verso l’area riservata agli uomini, lei verso quella per le donne.

Informazioni su matteo

Sofista contaballe, stakanovista dell'otium, luddista oscurantista.
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