Egitto: la vittoria delle masse

di Dimitri El Madany

La rivoluzione ha vinto. Il popolo ha battuto il regime. L’Egitto è libero.

Dopo un braccio di ferro durato diciotto lunghissimi giorni, dopo centinaia di morti, migliaia di feriti e danni incalcolabili, i manifestanti hanno finalmente ottenuto ciò che chiedevano: le dimissioni del raìs. Hosni Mubarak non è più il presidente della Repubblica Araba d’Egitto.

La rivolta iniziata il 25 gennaio scorso è diventata rivoluzione, ha scritto la storia e continua a scriverla. Milioni di persone – diverse tra loro per fede religiosa, colore politico ed estrazione sociale – hanno detto basta, sono scese nelle strade e nelle piazze per lanciare il loro inequivocabile messaggio: “staremo qui finché chi ci governa non se ne andrà”. Un proposito assai difficile da mantenere: la polizia spara, i pasdaran del regime scatenano il caos e l’esercito non interviene. Diciotto giorni durissimi, drammatici, sanguinosi. Eppure la gente non ha ceduto. Chi ha ceduto è stato invece Mubarak.

La resistenza e la determinazione di chi ha voluto ed ottenuto questo storico cambiamento costituiscono un esempio prezioso per tutti. Il popolo egiziano ha avuto la meglio sul suo dittatore. Dopo i Tunisini, anche gli Egiziani ce l’hanno fatta. Ma l’Egitto è molto più grande, popoloso e strategicamente importante della Tunisia. La caduta di Mubarak è un formidabile segnale di speranza per chiunque nel mondo sia sottomesso e vessato, innanzitutto per gli altri paesi arabi. Liberarsi dai propri tiranni è possibile e non richiede discutibili interventi esterni. Un esempio più forte di ogni violenza e di ogni paura, più forte del caos e della repressione. La gente ha resistito fino alla fine, ed alla fine ha vinto!

Quella egiziana è stata, oltre che la prima grande rivoluzione di internet, una rivoluzione in mondovisione. Gli eventi di questi diciotto giorni hanno fatto il giro del mondo, ed il mondo ha guardato, non senza trattenere il fiato, ai principali scenari della rivolta: Alessandria, Port Said, Suez e naturalmente Il Cairo. L’attenzione è stata principalmente rivolta verso una grande piazza della capitale, una piazza che il 25 gennaio si è riempita di gente per non svuotarsi più: Midan El Tahrir, il cuore ed il simbolo della rivoluzione. Laboratorio politico e barricata, campo di battaglia e luogo di preghiera, questa spianata al centro del Cairo porta nel suo nome il senso stesso degli eventi di questi giorni: Tahrir significa Liberazione, e la liberazione oggi è finalmente realtà.

Tuttavia, come in ogni rivoluzione, ora arriva la parte più difficile.

Le dimissioni del vecchio raìs lasciano il potere nelle mani dell’esercito: difficile prevedere le conseguenze. Trent’anni di regime poliziesco e leggi d’emergenza non si cancellano dall’oggi al domani. I problemi strutturali da cui è afflitto il gigante arabo ovviamente non saranno risolti nell’arco di una notte. L’alba del nuovo Egitto potrebbe essere ancora lontana. Quanto il nuovo corso somiglierà al vecchio è la grande domanda del day after, la delicatissima sfida del dopo-Mubarak. Nell’ esito di questa sfida è probabilmente racchiuso il destino dell’intero mondo arabo.

Eppure, almeno simbolicamente, il nuovo Egitto è già nato. È venuto alla luce di venerdì, 11 febbraio 2011. Una data che è già storia.

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4 risposte a Egitto: la vittoria delle masse

  1. fishcanfly ha detto:

    Spero che sia davvero come tu dici! Passati i giorni della lotta, poi si ricade nella normalità, nell’indifferenza.
    Veramente, spero che non ci sia alcun riflusso conservatore…
    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/02/11/indifferenza/

  2. flaviopintarelli ha detto:

    Il rischio è di sicuro quello di una svolta conservatrice, però mi pare che quella lotta abbia espresso un notevole livelli di consapevolezza e questo mi pare un buon segno

  3. dimitri ha detto:

    @fishcanfly: l’indifferenza è un nemico mortale. Mi trovi d’accordo quando scrivi che “La forza dell’inerzia castiga il rivoluzionario che ritorna borghese, conservatore, opportunista”. Quando la pars destruens è compiuta, lì arriva il vero lavoro, lì si vede chi ha la volontà e la forza di ricostruire su altre basi ciò che è stato distrutto, e chi no. Questo non solo a livello politico, ma anche esistenziale. “Sono miei nemici – diceva Nietzsche – coloro che vogliono abbattere, e non creare sé stessi”…

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