GIORNALISMI

di Michele Longo*

 

Il giornalismo è una nobile professione. Il giornalismo è il mestiere dei servi del potere. I giornalisti sono una casta. Il giornalismo è libertà. Il giornalismo è il cane da guardia del potere, ma anche lo strumento grazie al quale i potenti posso governare.

Su questo mestiere se ne sentono dire di tutti i colori e ognuno ha un’immagine diversa del giornalista. C’è chi se lo immagina in giro a cercare notizie, facendo il giro di tribunali e questure, oppure chi lo vede a cena col politico di turno per mettere a punto l’ultima intervista.

Ognuno è libero di pensare e vedere questa professione come vuole, ma credo che questi ultimi giorni, con lo scandalo Ruby che occupa le prime pagine di tutti i quotidiani, ci possano dare una piccola dimostrazione di chi intende questa professione in una maniera e chi in un’altra.

Nei giorni dello scandalo ho letto forse più i quotidiani vicini all’area di centro-destra piuttosto che altri come Repubblica o Il Corriere della Sera.

Leggendo fogli di carta, in altra maniera non si possono definire, come Il Giornale e Libero mi sono lasciato andare ad una riflessione: questo non è giornalismo, ma qualcosa di molto simile alla spazzatura.

Ecco alcuni esempi. Dopo lo scoppio dello scandalo, quotidiani come Il Giornale e Libero, invece che riportare i fatti con un diverso punto di vista, hanno cominciato a gettare fango sugli inquirenti e sugli avversari politici di Berlusconi. Prima di tutti viene presa di mira Ilda Boccassini, pm di Milano e titolare dell’inchiesta “Rubygate”. Si parla di un fatto successo anni fa, ovvero di una sua presunta relazione con un giornalista di Lotta Continua. Andando a leggere l’articolo si scopre che la segnalazione era arrivata allora da un addetto alle pulizie che aveva visto la Boccassini “a gambe aperte in un ufficio di fronte al giornalista”. Il signore in questione lo aveva riferito al Procuratore Capo che aveva aperto un’inchiesta interna non sulla relazione, quanto sul fatto che fossero stati usati uffici pubblici per “altri lavori”. L’inchiesta ovviamente non portò da nessuna parte.

Mi chiedo allora, perché i sostenitori del “Berlusconi può fare ciò che vuole e stanno invadendo la sua privacy” usano certi metodi per screditare un Pm?

Dopo la Boccassini si passa a Franca Rame. Qualcuno si chiederà che ruolo possa avere nell’intricata vicenda. Bene, Il Giornale tira fuori un’intervista di vent’anni fa in cui lei accusava il marito di tradirla con altre donne, quindi siccome Dario Fo è di sinistra e tradiva la moglie, allora nessuno di sinistra può dare a Silvio lezioni di moralità.

Feltri, Belpietro e Sallusti ripetono in continuazione che negli anni 70 erano quelli di sinistra ad esaltare l’amore libero, ma qualcuno dovrebbe spiegare a questi signori che amore libero non è sinonimo di prostituzione.

Infine si passa a Nichi Vendola. Infatti tutti ci tengono a dire che sono tolleranti verso gli omosessuali, Libero e Il Giornale ripetono in continuazione che non sono quotidiani cattolici e che sono liberi di essere in disaccordo con alcuni dogmi della chiesa. Nonostante ciò ogni occasione è buona per ricordare a tutti che Vendola è gay e magari far passare anche l’equazione che se è gay allora è un pedofilo, che partecipa a orge e che non ha nessun tipo di moralità.

Ecco quindi in prima pagina una bellissima foto di Vendola ad un Gay Pride, con accanto un ragazzo che in prospettiva sembra leccargli l’orecchio. Sia chiaro che Vendola guarda completamente da un’altra parte e non sembra fare caso a chi gli sta accanto. Ovviamente anche lui non può dare lezioni di moralità perché è gay quindi farebbe bene a stare zitto.

Tralascerei anche i documenti “ad orologeria” che arrivano dal serissimo governo di St.Lucia, isoletta nel Mar dei Carabi che fa parte delle Piccole Antille.

Bene queste sono alcune riflessioni che mi porto dietro da qualche giorno e alla fine penso che in tutto ciò nessuno si sia reso conto che Berlusconi non è indagato per relazione extraconiugale o per mancanza di moralità, bensì per sfruttamento della prostituzione e sfruttamento di minore. Allora penso che la Boccassini sia liberissima di avere una relazione con un giornalista e che non si stia prostituendo nel farlo; penso che Franca Rame sia arrabbiata per i tradimenti del marito, ma che non lo abbia denunciato perché si porta a letto le minorenni; penso che Nichi Vendola sia gay, ma che quella foto non dimostri che è andato a letto con quel ragazzo e, se anche ci fosse andato, perché mai avrebbe dovuto nasconderlo dato che non era minorenne?

Questa è la differenza descritta da Saviano tra giornalismo e macchina del fango. Queste persone si appropriano del termine giornalismo senza sapere neanche cosa voglia dire. Moralità non vuol dire prostituzione. Cercano di far pensare alla gente che Berlusconi sia indagato per la sua mancanza di moralità, ma non è così. Questo è il nuovo giornalismo, che spinge la gente a credere cose diverse dalla realtà. Questo non è giornalismo, ma spazzatura. Per questo quando la gente mi dice che leggendo certa stampa avrei una visione migliore della società, rispondo che avrei letto molto volentieri Il Giornale di Montanelli, un uomo che la vedeva diversamente da me, un uomo di destra che argomentava le sue scelte e le rendeva rispettabili. Ciò che invece non sono i vari Feltri, Belpietro e Sallusti.

Loro intendono il giornalismo in questa maniera, noi, forse stupidamente, continuiamo a pensare che sia ancora un sinonimo di libertà.


*Michele Longo è laureato in Teorie della Comunicazione e Tecniche dei Linguaggi Persuasivi presso l’Università degli Studi di Siena, attualmente lavora come Account Executive alla Cube Advertising di Roma.
Ha scritto per l’Unità e per Il Corriere di Siena e collabora da due anni con Il Cittadino On Line e Il Manifesto.

 

Annunci

Informazioni su El_Pinta

Semiologo dilettante, spettatore ostinato, saggista crossmediale, teorico poststrutturalista.
Questa voce è stata pubblicata in Attualità, Giornalismo, Prese di posizione e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

14 risposte a GIORNALISMI

  1. matteo ha detto:

    Articolo molto interessante.
    Leggendolo ho riflettuto su come ormai oggi il giornalismo (non tutto ma buona parte) faccia propria più la modalità della guerra di dialettica eristica piuttosto che l’oggettività dei fatti. Nella dialettica eristica infatti ciò che conta non è più la verità oggettiva, che non viene più considerata, ma il difendere le proprie affermazioni rovesciando quelle dell’altro. Sembra che un certo tipo di giornalismo si sia ridotto soltanto a questo, ad una guerra di forma (avere ragione) che prescinde totalmente dai contenuti (la verità o oggettività).
    Così mi è venuto in mente il trattatello di Schopenhauer “L’arte di ottenere ragione esposta in 38 stratagemmi” (Adelphi), nel quale il filosofo prova a spiegare i trucchi per prevalere in una discussione, pur senza necessariamente avere realmente ragione.
    La cosa, se messa in relazione con le riflessioni dell’articolo, è molto interessante:
    – STRATAGEMMA 18: “Se ci accorgiamo che l’avversario ha messo mano a un’argomentazione con cui ci batterà, non dobbiamo consentire che arrivi a portarla a termine, ma dobbiamo interrompere, allontanare o sviare per tempo l’andamento della disputa e portarla su altre questioni: in breve, avviare una mutatio controversiae.”
    – ULTIMO STRATAGEMMA (38): “Quando ci si accorge che l’avversario è superiore e si finirà per avere torto, si diventi offensivi, oltraggiosi, grossolani, cioè si passi dall’oggetto della contesa (dato che lì si ha partita persa) al contendente e si attacchi in qualche modo la sua persona.”
    Che il vecchio Schopenhauer sia in realtà più popolare e studiato di quanto si possa pensare?

    • Michele ha detto:

      Beh direi che hai trovato un esempio estremamente chiaro.
      Questo trattato di Schopenhauer è molto più reale di quanto si possa pensare ed è esattamente ciò che fanno i quotidiani che ho segnalato nell’articolo. A loro non interessa spiegare i fatti, ma semplicemente, come direbbero a Roma, “buttarla in caciara”.
      Sviare l’attenzione, far credere che gli accusatori siano peggiori degli accusati, creare sillogismi e paragoni che non hanno nulla a che vedere con la relatà dei fatti, questa è la loro ragione e anche il loro modo di intendere una professione nobile come il giornalismo.

  2. flaviopintarelli ha detto:

    Non so è soltanto una mia impressione, ma credo che quanto viene descritto nell’articolo non sia soltanto una dinamica limitata al giornalismo, bensì una pratica che ha contagiato tutta la vita politica e civile italiana.
    Ogni decisione, ogni scelta, ogni evento si risolvono sempre e comunque in una specie di referendum a favore o contro qualcuno o qualcosa.
    In questo modo si polarizza il dibattito secondo una dialettica che è escludente o includente a seconda dei punti di vista.
    Ne consegue che le decisioni politiche vengono schiacciate da questa costante necessità di affermare una personalità o un idea. In questo modo si bypassa il dibattito e lo scambio di opinioni che dovrebbe essere il carburante della dialettica democratica e si prendono decisioni in maniera fortemente autoritaria.
    Provate a pensare alla scelta a cui furono costretti gli elettori del centro-sinistra alle ultime elezioni. O Berlusconi o “il male minore”. C’era, in quella opzione, una carica autoritaria che l’elettorato progressista ha percepito distintamente e che è, a mio parere, una delle ragioni della sconfitta del PD in quella consultazione.
    Man mano che questa logica progredisce gli spazi di intervento democratico si erodono. Il caso del giornalismo conservatore che Michele descrive nel post è emblematico di come procede tale modo di pensare.

  3. dimitri ha detto:

    I due stratagemmi di Schopenhauer sembrano scritti apposta per il premier e per la sua sempre più ristretta muta di “cani da guardia”…!

    Riflettendo sulla triste situazione italiana – ben esplicata in questo articolo – non si deve tuttavia dimenticare che un elemento fondamentale della “macchina del fango” è costituito dalla televisione. Non mi riferisco solo ai talk-show ed alle trasmissioni di politica, in cui la tecnica sofistica – la “guerra di dialettica eristica”, come dice Matteo – è la stessa della carta stampata, con tanto di attacchi personali e tutto il resto. Mi riferisco alla generica e trasversale opera di “lobotomizzazione di massa” in atto ormai da lustri, che ha pregiudicato le già precarie capacità critiche dei telespettatori.

  4. Michele ha detto:

    Ciò che dite è lo specchio della realtà in cui viviamo e non crediamo che se cade Berlusconi tutto tornerà alla normalità. Ormai è un sistema che si è insinuato nelle nostre vite e forse non basterà una generazione per farlo scomparire.
    Tornanfo alla “lobotomizzazione di massa” e ai trattati di Shopenhauer la tattica messa in campo per contrastare il Rubygate è stata chiara da subito. La Russa a Otto e Mezzo, Gasparri a ballarò, Quagliariello di nuovo ad Otto e Mezzo, la Santanchè dappertutto, hanno subito raccontato la storiella della sinistra e dell’amore libero.
    Il problema è che questa è diventata anche la tesi di alcuni giornali che, in teoria, non dovrebbero essere portavoci di determinati partiti. E’ proprio questo che getta fango sul giornalismo. L’Unità era l’organo ufficiale del Pci, così come Il Secolo d’Italia lo era del Msi. Ora questi nuovi giornali vogliono far passare l’idea di essere liberi ed indipendenti da certi partiti ed è proprio questa l’arroganza che dobbiamo combattere.

  5. flaviopintarelli ha detto:

    Riprendo l’ultimo commento di Michele, perché alla fine dice una cosa molto interessante quando fa notare l’arroganza di chi millanta libertà ed indipendenza quando, alla prova dei fatti, è tutt’altro che libero ed indipendente.
    Tradizionalmente il giornalismo, nella sua autorappresentazione, ha tenuto a costruirsi come una pratica di narrazione del mondo e del reale il più possibile “oggettiva” ed “imparziale”. Sorvolando sui tecnicismi, tale obiettivo mi pare tutto sommato utopico. Nel senso che ogni narrazione del mondo non può prescindere dall’introduzione di un punto di vista ben preciso.
    Quando si mettono in campo strategie di dissimulazione di questo punto di vista non si fa altro che aumentare consapevolmente la confusione. È quello che il “giornalismo” aggressivo di certe testate opera sistematicamente. Dissimulando dietro una parvenza di oggettività l’evidente parzialità di certe opinioni non soltanto si persegue un obiettivo preciso (la diffamazione sistematica degli avversari), ma, appunto, si getta discredito sulla stessa pratica giornalistica.
    Sono convinto che se la rete possa dare una spinta positiva in questa situazione, tale spinta deve necessariamente farlo attraverso la creazione di una nuova rappresentazione del giornalismo. Più legata al valore dell’opinione che non a quello dell’oggettività classica.

  6. michelebarbaro ha detto:

    Caro Michele, sai bene che ti stimo. In virtù della stima che ho per te, mi pare giusto esprimere le mie perplessità riguardo il tuo articolo.
    Trovo l’analisi da te proposta poco profonda, le ragioni della mia critica nascono dalla convinzione che ciò che tu hai espresso sia assodato e ovvio dalla notte dei tempi. Che il bilancino dell’informazione oscilli tra servilismo e indipendenza, è tanto scontato che giungo a pensare che la natura stessa del mezzo implichi questi due metodi di usufrutto.
    Potrei citare migliaia di esempi di stampa asservita e di stampa ribelle. Mi è difficile condannare l’una e santificare l’altra, troppo facile farlo oggi.
    Il tema che hai deciso di affrontare è carico di spunti, tant’è che i commenti sono interessanti e creano fili rossi da approfondire.
    Evidenziare le pecche deontologiche dei giornali della destra italiana, non è ne nuovo ne originale.
    Conoscendo le tue capacità, mi auspico che l’analisi in seguito possa scavare più nel profondo.
    Concludo ponendoti una domanda:
    cosa pensi della linea adottata da La Repubblica?, non pensi che sia ugualmente criticabile?

    con stima e affetto,

    sicuro che prenderai questi serene provocazioni come spunti,
    Michele Barbaro.

    • Michele ha detto:

      Rispondo a barbaro perchè credo che non abbia compreso bene il significato dell’articolo.
      Ciò che volevo segnalare non era il servilismo di certi giornali, bensì il loro utilizzo come strumento di intimidazione. Anche un quotidiano di sinistra può essere servile. Io volevo far notare come si cambi una notizia e come la si trasformi in qualcosa che non è.
      Mi spiego meglio. Qui siamo di fronte ad un fenomeno che va oltre il servilismo. Il Giornale e Libero di questi giorni non dicono che Berlusconi è innocente, bensì che anche altri sono colpevoli. E come cercano di dimostrarlo? Cercando di portare avanti l’uguaglianza tra immoralità e prostituzione, spingendo la gente a credere che Berlusconi sia indagato per le feste nella sua villa e non per sfruttamento della prostituzione minorile.
      Ciò va secondo me oltre al servilismo ed è la prima volta che succede in Italia: scavare nella vita degli altri per dimostrare che tutti sono colpevoli dello stesso reato.
      Tutti i giornali sono servili, altrimenti non li comprerebbe nessuno. Quando lavoravo all’Unità mi chiedevano di essere tenero quando dovevo scrivere un articolo di critica alla giunta di centrosinistra di Firenze. Anche quello è servilismo.
      Per quanto riguarda Repubblica dico che anche io non apprezzo molto come sta affrontando la questione, però ci sono due scusanti:

      1) come ha detto ieri Ezio Mauro da Fazio, anche il mercato vuole la sua parte. Se parlo di Ruby vendo di più, quindi conitnuo a parlarne.

      2) Quando Repubblica parla di determinate cose, lo fa portando documenti “veri”, non veline e documenti segreti rubati negli archivi dei tribunali, oppure altri documenti farsa spacciati per veri, così come Libero e Il Giornale.

      In Italia il “metodo-Boffo” non si vedeva dai tempi del fascismo, quando il giornalismo era usato come erma di intimidazione.

      • dimitri ha detto:

        Forse facciamo confusione tra l’esser servi(li) e l’esser di parte. Condividere una visione del mondo piuttosto che un’altra, mostrare le cose in una determinata luce, raccontare i fatti da un preciso punto di vista: queste sono cose che ad un giornalista possono esser richieste, senza per questo compromettere la sua deontologia. Una cosa è “essere teneri” come ti chiesero a l’Unità, un’altra è mistificare la realtà.
        Non dimentichiamoci che le parole hanno un significato: “tendenza ad avvilire la propria personalità in atteggiamenti di umiliante sottomissione o dipendenza più o meno consigliati dal calcolo o dall’interesse”, questa è la definizione di servilismo. Sei proprio convinto che “tutti i giornali sono servili, altrimenti non li comprerebbe nessuno”?

      • Michele ha detto:

        Con quella affermazione intendevo dire che molte volte compriamo un quotidiano per leggere ciò che vogliamo leggere, lo facciamo inconsciamente, ma riconosco di non aver utilizzato forse le parole più adatte per definirlo. Però posso assicurare una cosa. Come dici tu c’è molta differenza tra “essere di parte” ed “essere servili”, ma quando ti chiedono di essere tenero e non mettere in evidenza determinate cose nella stesura dell’articolo, in un certo senso ti chiedono di essere servile perchè “avviliscono la tua personalità” di giornalista libero che e ti “umiliano” perchè sei costretto a scrivere fandonie pur essendone consapevole.

  7. tatagioiosa ha detto:

    Grazie al nostro amico che ci ospita e che scrive cose sensate, ma la questione è purtroppo molto più articolata. Il buon giornalismo, almeno quello che abbia visibilità, non è più fra noi, intesi come Italiani. Basta guardare la BBC, per esempio: in prima fila in mezzo ai manifestanti in Egitto, altro che Ruby e Berlusconi. Qui non siamo capaci nemmeno di fare domande adeguate se ci si presenta un premier o uno dei suoi tanti avversari. I bravi giornalisti italiani sono quasi sempre impegnati con i grandi temi internazionali, oppure a scrivere libri su questioni come l’immigrazione o la nostra tanto bistrattata identità nazionale.
    Rimane l’annosa questione della funzione dell’Ordine nazionale. Mi domando perché si debba continuare a foraggiare questo carrozzone che non garantisce granché.

  8. flaviopintarelli ha detto:

    Copioincollo da un post di Giap questo testo che mi pare inquadrare la questione qui dibattuta in maniera esemplare

    “Da cosa si riconosce una storia avvelenata? Prima di tutto, non sa usare i congiuntivi. Non per ignoranza grammaticale, ma perché non contempla l’eventualità, lo scarto imprevisto, l’ipotesi fantastica, quel cosa succederebbe se… che Gianni Rodari considerava fondamentale in qualunque narrazione. I racconti non ci servono soltanto per capire chi siamo, ma soprattutto chi saremmo potuti essere. Una buona storia lotta con tutte le sue forze contro l’illusione retrospettiva di fatalità, l’impressione che un avvenimento non si possa pensare in maniera diversa da “com’è accaduto” e che, al contrario, lo si possa sempre dedurre dalla situazione anteriore. Le storie sono mondi alternativi che ci aiutano a comprendere la realtà e non scopiazzature della realtà stessa. Una buona storia trasforma l’ordinario in straordinario; una storia indigesta addomestica ogni stranezza.
    In secondo luogo, le storie al metanolo sono totalitarie: cercano in tutti i modi di apparire neutre, trasparenti, imparziali, quando invece non è possibile raccontare senza assumere un punto di vista, e occorre ricordarlo fin dalle prime righe. Se un racconto spaccia per totalità, visione dall’alto, la sua ineludibile parzialità, allora è tossico e bisogna assumerlo solo in piccole dosi, per avere fantastiche allucinazioni e vedere le mille alternative nascoste dall’autore sotto il tappeto. Come dice Paul Ricoeur, occorre esercitarsi a “raccontare altrimenti, ma anche lasciarsi raccontare dagli altri”.”

  9. lucagiudici ha detto:

    La confusione deriva dalla mancata precisione del campo di indagine. Se la questione è etica, ovviamnente non vi è nulla da precisare, ciò che viene scritto su quei fogli di carta è totalmente spazzatura e un giornalismo eticamente corretto (o che al meno provi ad esserlo) come lo è quello di tradizione anglosassone di cui si diceva, ma anche quello italiano dei Montanelli, Terzani, Fallaci, Mo, non degnerebbe di uno sguardo questa gente. D’altro canto, se la questione è politica, non si vede nulla che possa impedire a questa gente di usare ogni strumento a sua disposizione per screditare l’avversario. E’ una questione hobbsiana, di struggle for life, è la legge del più forte. Dovremmo essere peggio di loro, contro di loro. Dovrebbero sapere cosa rischiano a sdoganare certi sistemi. Invece si sentono impuniti, e lo sono. Perchè nessuno oggi ha la forza di distruggerli come si meriterebbero. Anche la posizione espressa da Wu Ming, per quanto filosoficamente avanzata, non si rispecchia nella forza politica. E’ un problema da cui non ci si può esimere.

  10. Pingback: Dromomania: viaggio in Italia | La rotta per Itaca

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...