La grande occasione dell’Egitto

di Dimitri El Madany

Innescata dalla scintilla tunisina, in Egitto è scoppiata la rivoluzione. Una rivoluzione popolare, trasversale e plurale. “Da tempo immemore non si vedevano insieme musulmani e cristiani, fondamentalisti e laicisti, classe media e operai. E’ esattamente dalla rivoluzione del 1919 contro gli inglesi […] che non si vedevano manifestazioni che accomunassero uomini e donne, studenti, impiegati, commercianti, contadini, operai. Ma soprattutto giovani.” E sono stati proprio i giovani a dare il via alle proteste, organizzando le prime manifestazioni del 25 gennaio, coordinando il movimento in rete e sui social network, realizzando quella che probabilmente verrà ricordata come “la prima rivoluzione di Facebook”. Giovani che chiedono e vogliono la fine di un sistema in cui sono nati e cresciuti, ragazzi che hanno mediamente la stessa età del regime contro cui lottano: trent’anni.

Per trent’anni il potere in Egitto è stato nelle mani di Hosni Mubarak e del Partito Nazionale Democratico. I risultati di questa lunga “stabilità” sono corruzione, malgoverno, disoccupazione, miseria e sistematica violazione dei diritti umani. Grazie alla Legge di Emergenza (in vigore pressoché ininterrottamente dalla Guerra dei sei giorni del 1967), il governo ha potuto infatti trasformare il paese in un vero e proprio stato di polizia. Arresti arbitrari, processi sommari, ricorso diffuso ed endemico alla tortura, sono degenerazioni ben note dentro e fuori dal paese, se è vero che una vicenda come quella di Khaled Sahid ha fatto il giro del mondo. Quello di Mubarak è un regime basato sulla violenza e sul terrore poliziesco. Eppure gli Egiziani hanno trovato il coraggio di vincere la paura, e lo hanno fatto in un modo che nessuno si sarebbe aspettato, forse nemmeno alla luce della “rivoluzione del gelsomino” in Tunisia.

Mai si era assistito in Egitto a qualcosa di simile a quello che sta accadendo da meno di una settimana a questa parte. Una vera e propria rivoluzione popolare, messa in atto da un movimento plurale eppure forte, capace di riunire non solo tutte le fasce sociali della popolazione, ma anche tutte le forze politiche dell’opposizione al regime, dal premio Nobel per la pace Mohammed El Baradei (rientrato in patria da Vienna per guidare la transizione) fino ai Fratelli Musulmani. Questi ultimi, che rappresentano un’incognita e uno spettro per l’Occidente e per la pace nell’area, non hanno monopolizzato né diretto le grandi proteste di questi giorni: vi hanno massivamente preso parte, al pari di centinaia di migliaia di altri Egiziani. Il pericolo fondamentalista racchiuso nel programma e negli intenti di quella che è la prima forza d’opposizione egiziana è indiscutibile, ma quella che sta avendo luogo in Egitto non è una rivoluzione islamica, né islamista.

Non si deve guardare con paura alla rivoluzione egiziana. Agitare lo spauracchio del terrorismo e di una possibile deriva fondamentalista, è a mio avviso miope se non addirittura ipocrita: quale effetto potrebbe sortire una prosecuzione della repressione violenta, se non quello di indirizzare sempre più persone sulla via dell’odio e del risentimento, e quindi del fondamentalismo? Una sopravvivenza del regime non potrebbe che radicalizzare ulteriormente ed irreparabilmente le enormi masse che sono scese in strada in questi giorni. Come possiamo aspirare al rispetto ed alla collaborazione da parte del mondo arabo, se non ne appoggiamo il cambiamento? Come possiamo pensare di poter dialogare con l’Islam, se non condividendo le aspirazioni alla democrazia ed al pluralismo del più grande ed importante paese arabo?

Il popolo egiziano merita la possibilità di vivere ciò che non ha mai vissuto finora, ovvero una transizione alla democrazia, in cui tutte le componenti della società siano legittimate alla proposta ed al confronto. Una cosa mai capitata prima, in un Egitto che ha l’occasione storica di essere – come è già successo in passato – laboratorio ed esempio per l’intero mondo arabo. Ha l’occasione di dimostrare che è possibile sollevarsi contro un regime senza cadere in un’autocrazia (come è stato invece il caso dell’Iran nel 1979), che è possibile liberarsi da una dittatura ed al contempo emanciparsi dal fondamentalismo. Tutto ciò è quanto mai urgente, soprattutto alla luce del possibile effetto-domino di cui gli eventi egiziani sono forse già un tassello. Ma tutto ciò può essere fatto solo combattendo l’ingiustizia, la corruzione e la miseria, che sono ad un tempo il marchio di fabbrica del regime di Mubarak ed il terreno più fertile per il radicalismo islamico.

Si tratta di una sfida tanto difficile quanto affascinante. Ma lo stesso si sarebbe potuto dire solo qualche settimana fa, ipotizzando l’impensabile rivoluzione di questi giorni. Sono accadute e continuano ad accadere cose a dir poco incredibili. Con le loro azioni, gli Egiziani stanno stupendo il mondo, perché dovrebbero fermarsi proprio ora?

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6 risposte a La grande occasione dell’Egitto

  1. fishcanfly ha detto:

    Sicuramente è una visione esatta: niente fondamentalismi di mezzo. Manca il pane e l’elettricità. Ma si deve fare anche una distinzione tra rivolta e rivoluzione. La rivolta è potenza materiale, la rivoluzione nasce da un’idea. E quando nascerà l’idea non lo sappiamo, ancora.

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/01/31/il-pane-della-rivoluzione/

    A rileggerci =)

  2. flaviopintarelli ha detto:

    Vi segnalo un interessante intervento del sempre acuto Slavoj Žižek, in cui si sostiene che il vuoto di potere a cui si rischia di andare in contro se dovesse verificarsi la caduta dei regimi corrotti della sponda meridionale del Mediterraneo, vuoto di potere che favorirebbe l’imporsi di regimi fondamentalisti, è dovuto alla responsabilità dei governanti che hanno eliminato le opposizioni, predisponendo tale situazione.
    http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/feb/01/egypt-tunisia-revolt

  3. andreaculpo ha detto:

    Sempre con più ammirazione guardo le persone scendere in piazza per portare avanti le loro idee, difendendo la loro libertà, contro i soprusi e le ingiustizie subite, contro regimi e ideologie che negano i loro diritti, pretendendo di disporre arbitrariamente delle loro vite.
    Ricordo che le persone di cui sopra si sono schierate a difendere il proprio patrimonio culturale contro bande di saccheggiatori e approfittatori ed è soprattutto da questo modo di fare rivolta e/o rivoluzione che credo tutti si debba prendere esempio.

  4. dimitri ha detto:

    Grazie a tutti dei commenti!
    La situazione in Egitto oggi è degenerata. C’è preoccupazione.

    @treb: Leggendo l’interessante articolo che linki, Brzezinski di paura ne ha tanta, ma spero non abbastanza da fargli tornare in mente mosse astute quali il foraggiamento ai mujahiddin afgani e pakistani in chiave antisovietica del ’79…!

    @fishcanfly: Tanto decisiva quanto sottile la distinzione tra rivolta e rivoluzione. Replico con un amaro quesito: e se fosse l’esito a decidere? Nel senso – e nello specifico nel caso egiziano – : represso e sconfitto, questo movimento (magari con molte idee) passerebbe alla storia come una rivolta; se invece dovesse vincere (pur senza idee), quella egiziana sarebbe innegabilmente una rivoluzione. Mentre scrivo purtroppo quest’ultima ipotesi si rarefa sempre più.

  5. dimitri ha detto:

    Da ieri in Piazza Tahrir è purtroppo battaglia vera. Morti e feriti, colpi d’arma da fuoco e bombe, barricate. Il regime è pronto a tutto, come testimoniano le bande di “squadristi” pro-Mubarak composte da poliziotti, membri dei servizi e mercenari, che hanno attaccato i manifestanti e fomentato il caos. La situazione è davvero drammatica.

    @flaviopintarelli: Dice bene Zizek che sarà (se si darà il caso) un bel guaio costruire un’opposizione dopo averla sistematicamente decostruita per decenni. Eppure anche secondo lui Mubarak dovrebbe andarsene, e precisamente dovrebbe andare a L’Aia a farsi processare!

    @andreaculpo: Se e come dobbiamo prendere esempio dai nostri coetanei egiziani, è una bella gatta da pelare (nel senso un argomento cruciale su cui aprire magari una discussione ad hoc). Ciò che è certo, è che nel momento del caos, dell’anarchia, dell’hobbesiana guerra di tutti contro tutti, moltissimi cittadini del Cairo si sono auto-organizzati per difendere non solo il museo, ma anche le case, le strade, i quartieri. Ciò merita senza dubbio l’ammirazione di cui parli.

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