SVENTURATA LA TERRA CHE HA BISOGNO DI EROI: Luis Ferdinand Céline

di Michele Barbaro

Questa rubrica mensile intende discutere volta per volta la vita e le azioni di personaggi poco edificanti. Persone che suscitano o hanno suscitato scandalo, polemica, fastidio. Questo perché, nella volontà di scrive, è salda l’idea che ogni scoperta nasce dal conflitto. Perché il confronto più profondo e leale lo si fa con i propri nemici, con i propri fantasmi. Non vi è in questo progetto nessuna pretesa accademica o dottrinale. Ci sono spunti, provocazioni, da discutere insieme, se si vuole.


 

“Quindi lascerò che le cose scorrano, le circostanze si aggravino, si avvelenino mano a mano… Non fiaterò una cediglia, aspetterò gli esiti fatali in tranquilla dignità, me ne starò rannicchiato, in qualche luogo, qualche angolo di cantina, per morire all’ultimo, per vedere prima morire tutti gli altri, goderne un po’, dirmi quanto avessi ragione…” (L. F. Céline, La scuola dei cadaveri, 1939.)

“Céline è un eccellente scrittore ma un perfetto bastardo”. Questo è il giudizio espresso pochi giorni fa dal sindaco di Parigi Bertrand Delanoë. Ancora una volta Luis Ferdinand Céline smuove coscienze e budella. Questi i fatti: come da venticinque anni ormai, il ministero della cultura francese pubblica a inizio anno il volume nel quale vengono presentati tutti gli uomini e donne illustri di Francia che si intende celebrare in vista delle ricorrenze della loro morte o nascita.

Sono passati cinquant’anni dalla morte di Louis-Ferdinand Auguste Destouches, in arte Céline.

Il nome dello scrittore appare insieme a quello di poeti dottori cantanti. Questo non va bene, dicono in molti, forse i più, visto che oltre ad essere uno scrittore che si è meritato un’edizione della Pleiades, resta pur sempre un violento antisemita. Il nome di Céline nell’annuario delle celebrazioni ha fatto infuriare parecchia gente, fra tutti, i parenti delle vittime ebree deportate nei campi di sterminio. Prontamente Mitterand, ministro della cultura francese, ha levato il nostro dal calendario delle onorificenze. La ragion di Stato, a torto o ragione, ha prevalso sull’eccellenza artistica.

Questa vicenda offre molti spunti. Ma se un parere può essere espresso al riguardo, bisogna tornare indietro di cinquant’anni, appunto. Il primo luglio del 1961 Luis Ferdinand Céline, muore, nell’indifferenza della grande città. Aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita a Meudon, una piccola cittadina anonima dalla quale si scorgeva in lontananza Parigi. Céline desiderava essere seppellito a Pere Lachaise, il cimitero all’ombra della Tour Eiffel dove riposano i corpi dei grandi di Francia e non solo. La città si oppose, quel cadavere non poteva giacere sotto il suolo della capitale. Una lapide con il nome e un veliero, nel paesino che scruta da lontano Parigi, questo il massimo che poté ottenere la moglie. Eppure per anni, tutta la nazione aveva ammirato, letto, discusso e onorato lo scrittore. I suoi romanzi più celebri – Voyage au bout de la nuit (1928), Mort à credit (1936), avevano raggiunto una popolarità e una stima intellettuale senza pari.

Che cosa era successo? Cosa era cambiato dagli anni della fama e del rispetto? Di mezzo c’è stata una guerra mondiale e uno degli abomini peggiori commessi dall’uomo, l’Olocausto. L’errore di Céline, è stato quello di avere appoggiato e invocato la persecuzione degli ebrei. Negli anni della guerra lo scrittore assunse posizioni violente, sprezzanti, “un antisemitismo furente”, come ricorda in questi giorni uno dei suoi più grandi ammiratori, Henry Godard, professore emerito alla Sorbonne. Bagatelles pour un massacre (1937), L’École des cadavres (1938) e Les Beaux draps (1941), sono tre pamphlet in cui le idee di Céline si fanno esplicite. Sono gli anni in cui lo scrittore, spirito nordico, insegue il mito della razza, mito che lo porterà a scappare dalla sua nazione, mito fumoso e vano, come vano il suo viaggio verso la Germania (1945), già devastata e sconfitta.

Si rifugiò in Danimarca, dove credette di trovare pace. Così non fu, accusato di collaborazionismo con i nazisti, passerà in prigione quattordici mesi, ed il resto del suo esilio sulle rive del Baltico, in una capanna, solo e povero. È il 1951, quando l’amnistia gli permette di tornare in Francia. Colpevole di indegnità nazionale, gli vengono confiscati tutti i beni, la casa a mont Martre bruciata. Si salvano solo, per volontà di qualcuno a cui dovremmo essere grati, i suoi scritti.

Passò gli ultimi dieci anni della sua vita esiliato in patria, trovò casa a Meudon, volle che dalla sua scrivania si potesse scrutare in lontananza la capitale. Campò, con poco, del lavoro che aveva sempre esercitato con passione e amore, il medico. Medico dei poveri e degli indigenti, non pretendeva una paga, ma un pezzo di pane. Torniamo là dove abbiamo cominciato poco fa. Burbero e schivo, cacciando i pochi giornalisti che andavano a fargli visita, visse così fino alla morte, che lo colse il primo Luglio del 1961.

L’opera di Céline non può essere ridotta agli sproloqui ribelli contro gli ebrei. L’opera di Céline è complessa e violenta. Ma la violenza espressa dallo scrittore non è solo violenza morale.

Il lessico è continuamente violento, la sintassi si contorce su stessa. Già i primi scritti annunciavano un tempo cupo, tempeste all’orizzonte. Il viaggio verso la fine della notte non è ancora finito, e forse mai finirà, questo borbotta dalla sua finestra, il vecchio rancoroso. È facile affogare sotto la valanga di parole e spergiuri, perdere la bussola, disorientarsi, tormentare le proprie certezze. Questo è ciò che vuole, che esige, lo scrittore. Il messaggio non si confronta mai con la verità. Non esce dalla bocca di Céline una dottrina, neanche quando le sue avvisaglie sono più perentorie. Dalla sua bocca, oltre alla saliva, che sputa chi sbraita, escono provocazioni, dubbi, insinuazioni.

I luoghi dell’immaginario céliniano sono bui, campi pieni fango, sotto la pioggia; sono città devastate dalle bombe, cadaveri e periferie squallide. I personaggi, difficilmente simpatici, mai positivi. È una terra arida, quella in cui Céline sparge i suoi semi. Dovunque lo si metta, lo scrittore sarà contro. Questa è l’indole di uomini che alla carezza preferiscono il graffio, alla ragione il torto.

Negli ultimi dieci anni della sua vita, colpevole di indegnità nazionale, odiato dai salotti della nazione (si veda la polemica con Tartre-Sartre), esiliato sulla collina, solo, una dozzina di animali e la moglie a fargli compagnia, non smise mai di scrivere. La sua penna continuava a bruciare. Si dice che non uscì più di venti volte da casa sua, in tutto quel tempo. E da quella scrivania di legno, chino il capo sul foglio, scriveva di ceneri e macerie. Ogni tanto alzava il capo, barba incolta, poco pulito, osservava la città in lontananza, imprecava velocemente e tornava gobbo sul pezzo di carta.

Se la condizione turbava sicuramente la persona Céline, lo scrittore trovava linfa, meglio veleno; il disprezzo che sentiva attorno a se fiaccava l’uomo, non l’artista.

Torniamo, dunque, alle polemiche di oggi.

Louis-Ferdinand Auguste Destouches non verrà celebrato. La nazione, ha deciso ancora una volta di lasciarlo, là sulla collina, lontano dalla Tour Eiffel. A questo punto parrà evidente quanto la cosa sarebbe poco importata al protagonista della vicenda. Poco importerà anche a noi discutere della legittimità di queste decisioni. Ben si sa che arte e morale, sopratutto quando si fa morale di Stato, vanno poco d’accordo. Quello che ci piace constatare è che passato mezzo secolo, il vecchio dottore suscita ancora polemiche. Sarebbe piaciuto anche a lui, mi azzardo a dire.

Sicuramente ad uno sterile calendario delle celebrazioni, avrebbe preferito una velenosa dialettica.

L’uomo non verrà celebrato, e questo è comprensibile, ma l’artista berrà nuovamente il calice.

Già una volta ho scritto che Céline è il nemico catturato, vinto, imprigionato. É il nemico, che dalla sua piccola cella non smette un secondo di gridare, non china il capo di fronte alla sconfitta. Con gli occhi azzurri di ghiaccio guarda il mondo che lo condanna, guarda il mondo negli occhi a digrigna i denti; la sua furia serve al mondo, forse.

E così, dopo tante peregrinazioni, Céline mi ricorda Mersault, il protagonista dello Straniero di Albert Camus, che prossimo alla ghigliottina accoglie la folla che brama la sua testa in questo modo:

“perchè tutto sia consumato, perchè io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio”.

 

 

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13 risposte a SVENTURATA LA TERRA CHE HA BISOGNO DI EROI: Luis Ferdinand Céline

  1. davide ha detto:

    visto che il signor Michele Barbaro dice di essere pronto a discutere insieme ai lettori “spunti e provocazioni”, bene. Non mi soffermo sull’occasione dell’articolo, dal momento che l’autore non dice niente di strano al riguardo né protesta in nessun punto sul fatto che a Celine non siano state rinnovate le celebrazioni artistiche. Penso che questo dibattito debba rinnovarsi ogni anno, dopotutto, e che si sia potuto risolvere già molto tempo fa’. Il fatto invece di parlarne subito dopo il giorno della memoria mi sembra o inopportuno o vigliaccamente sensazionalistico, non so decidere. La gravità degli eventi toccati fa sembrare le sciagure di Celine una questione frivola – non voglio dire dell’articolo – gli hanno bruciato la casa, non lo hanno seppellito a Parigi, mentre per i suoi nemici lui avrebbe voluto lo sterminio! non conosco Celine, ma da questo articolo – sebbene la prima impressione sia di una figura titanica molto potentemente descritta – ripensando a questo articolo mi sembra che parli di uno scemo viziato, che da un certo punto in avanti dimentica del tutto il peso delle parole e si mette a frignare come un bambino o come un vecchio rincoglionito e dice “ma io ero un artista!”. va bene, niente vieta che come artista ti si bruci la casa e ti si lasci a marcire dove meriti , con la vergogna di ricevere più clemenza di quanta ne concedevi tu alle tue vittime, quando usavi le parole in modo per niente artistico.
    chiedo all’autore di quest’articolo, che in fin dei conti non è per niente provocatorio, è incontestabile: chiedo, secondo lui, valgono qualcosa artisticamente le opere in cui Caline inneggia all’antisemitismo?
    e gli faccio i complimenti.

  2. michelebarbaro ha detto:

    Innanzi tutto grazie Davide per il commento. Questo è ciò che auspicavo per questo lavoro.
    Noto che le critiche sono acute, questo mi fa piacere.
    allora, rimboccandomi le maniche entro subito nel vivo della questione.
    Innanzi tutto, il fatto che sia uscito il giorno dopo quello della memoria è un caso. Da me felicemente salutato, ma un caso. Se credi che sia inopportuno, bé, poco male, ripeto ciò che già ho affermato: ogni provocazione è lecita, legittima la risposta.
    veniamo all’obiezione più tagliente: per prima cosa, non capisco se la critica si a rivolta a me che scrivo o a Céline in persona per come ha vissuto.
    Mi piacerebbe saperlo. Se la critica fosse rivolta a me risponderei così:
    la mia scelta è evidentemente quella di interessarsi ad una vicenda individuale piuttosto che ad un dramma pubblico. se credi che il peso delle cose sia inequiparabile, devo rispondere che non ho mai voluto equiparare mali e dolori, non è divertente fare la classifica di quanto soffre chi. ti ricordo che anche se descrivo quello che ti appare un uomo spregevole, scrivo per ricordarne la prosa.
    Se tu te la prendessi direttamente con il vecchio Céline risponderei facile così:
    per quanto terribile, ognuno determina il valore del male. Forse poco umano il parametro di Céline, ma comunque il suo.
    una cosa ci tengo a sottolineare, Céline accetta sempre la sua sorte, detesta la triste speculazione che su di lui fanno gli intellettuali da salotto. Che si lavano le mani, ma hanno pure loro i calzini sporchi.

    rispondo all’ultima domanda che mi poni:
    si, i tre Phamplet, Bagatelle pour un morale su tutti, hanno valore artistico.
    l’odio è un sentimento ispiratore, Céline indubbiamente sa scrivere.

    Temo il giorno in cui l’arte sarà costretta alla morale.
    ringrazio Céline per aver scritto bene (artisticamente) di cose terribili.

    ti ringrazio Davide, molto.
    mi scuso se non è sufficiente, mi sono svegliato da poco.

    • davide ha detto:

      caro michele
      il paragone tra le sciagure della gente non lo faccio io per divertirmi ma è stabilito dall’occasione e dal caso stesso, se veramente si tratta di un caso, e c’è poco da felicitarsene.
      Non capisco poi perché, per COSA temi il giorno in cui l’arte è asservita alla morale più di quello in cui l’arte con tutta la sua potenza retorica e la sua forza di fascinazione si mette al servizio di cose terribili, come nel caso di Celine – o di Hitler che, a quanto pare, per bravura retorica dovrebbe forse essere letto e considerato da noi non meno di Demostene.
      è una questione delicata di cui io non capisco niente; ho sentito dire da certi critici estetici che quando uno scrittore abbraccia totalmente una causa e scrive per uno scopo determinato la sua arte si avvilisce e perviene solo a delle mediocrità, come nel caso dell’ultimo Gogol. So invece che per esempio Jonathan Swift ha scritto le sue opere migliori in sostegno di una visione del mondo non meno terribile e reazionaria di quella di Celine, e sono contento di sapere che anche le opere più malvagie di quest’ultimo siano scritte bene. ma, mi chiedo, c’è davvero da sperare che non affondino per il peso di tutta questa malvagità?

  3. michelebarbaro ha detto:

    bene, la risposta non si fà attendere.
    probabilmente non mi sono spiegato a dovere. credo pure che tu abbia travisato le mie parole.
    allora, io non ho mai detto che temo più il giorno che l’arte si asservirà alla morale di quello in cui si asservirà al male. Non mi permetterei mai di esprimere un opinione tanto sciocca. Pare che la tu a visione sia sempre dicotomica, o l’uno o l’altro. così non è per me.
    ho detto e ripeto, che temo il giorno in cui l’arte debba marciare allo stesso passo di una morale, mai vorrei che l’arte sia solo l’estensione di un ideale, di un ideologia, peggio.
    Poi aggiungo, nulla di male c’è nel leggere il Mein Kampf, è di altri l’idea che i libri scomodi siano da bruciare. Per me sono da leggere e criticare.
    e sopratutto, l’opera di Céline non è riducibile ai tre phamplet, è vasta e eterogenea. Céline Non scrive per convincere delle sue idee antisemite, come Proust non scrive per convincere tutti ad essere omosessuali.
    Ti assicuro che l’opera di Céline non è asservita ad alcunchè. ti consiglierei a questo punto, visto l’accanimento, di leggere qualche cosa di Céline.
    il tuo quesito finale, mi pare fumoso, cosa intendi con “affondino per il peso di tutta questa malvagità?”.
    non capisco.

  4. flaviopintarelli ha detto:

    Davide perdonami se sarò brutale, ma potresti risparmiarti la malafede che traspare dai tuoi commenti, perché è del tutto inutile oltreché fastidiosa. Evita le dietrologie perché in questo caso sono gratuite. Se avessimo voluto legare questo post alla giornata della memoria lo avremmo fatto esplicitando tale volontà nel titolo o taggandolo con termini appropriati. Se ci credi bene, se non ci credi fatti tuoi.
    Rientrando nello specifico del discorso, faccio una certa fatica a capire qual’è il tuo punto di vista?
    Forse capisco male ma mi pare che dal tuo discorso si ricavi l’assunto che l’arte, per essere “accettabile”, debba legarsi inevitabilmente ad una visione del mondo “positiva” o ad esperienze politiche progressiste. Sbaglio?
    Se è così trovo questa visione straordinariamente riduttiva, banale. Per quale motivo un artista dovrebbe essere immune dallo Zeitgeist della sua epoca? Perché la sua “sensibilità” dovrebbe guidarlo ad un’esistenza priva di errori e fallacie? Mi sembra visione romantica e ingenua. L’artista è uomo, dotato di capacità straordinarie, ma sempre uomo e per questo esposto all’errore. Questo non significa giustificare gli orrori e le brutture della Storia, ognuno pagherà e patirà le conseguenze delle sue azioni. Céline lo ha fatto, e questo è quanto.
    Le opere dell’ingegno umano si misurano nella loro singolarità, in quanto opere, oggetti. Non sono intimamente legate alla biografia del loro autore, pensarle così significherebbe travisarne la portata e l’importanza. È un insegnamento difficile ma vero. Se così non fosse Nietzsche, Heiddeger, Leni Riefensthal, Griffith e molti altri affonderebbero sotto il peso della malvagità con cui sono venuti a contatto. Ma se così fosse o fosse stato non avremmo avuto, ad esempio, le pagine straordinarie sulla natura del potere scritte da Foucault grazie a Nietzsche, o il pensiero di Hanna Arendt che la banalità del male l’ha affrontata da allieva di un filosofo che ha mischiato il suo pensiero al più terribile delirio storico del ‘900.

  5. matteo ha detto:

    Io credo che si possa discutere, anche animatamente.
    Trovo delle argomentazioni valide nei pensieri di Michele e di Flavio (non si può giudicare un’opera d’arte solo dalle idee e dalla biografia dell’autore), come anche in alcuni interrogativi posti da Davide (come può il pensiero e l’opera dell’artista dissociarsi completamente dalla sua persona? Se prescindiamo completamente dalla morale non si giunge ad un relativismo assoluto dove tutto è lecito?).
    Sono tutte bellissime questioni di estetica e filosofia dell’arte molto interessanti e dibattute.
    Ora, io non conosco Celine né la sua opera e non voglio quindi dare un giudizio in merito perché non ho i mezzi né le conoscenze adeguate.
    Vorrei solo dire a Davide che insinuare con insistenza che il post di Michele sia uscito volutamente nella giornata della memoria, a fini politici, ideologici, di audience, di visibilità, o per qualsiasi altro motivo mi sembra fuori luogo.
    La volontà del post era certamente quella di suscitare un dibattito, anche acceso, la scelta del giorno della sua pubblicazione non aveva certamente un fine, credimi.
    Insinuare ciò mi sembra un attacco personale immotivato che sposta il piano del dibattito dalla filosofia dell’arte a qualcos’altro, e visto che le questioni da te poste erano pertinenti a mio parere non ce ne era alcun bisogno.
    Ciao, Matteo

  6. Pingback: La bellezza e l’orrore. Appunti su “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” | La rotta per Itaca

  7. Francesco ha detto:

    Non so chi abbia scritto queste note e quando siano state scritte<. Non entro nel merito sulla grandezza di Cèline come scrittore, soltanto uno sciocco potrebbe ignorarla e mi pare ozioso star lì ancora a discutere sul suo antisemitismo, figlio del suo tempo ed anche della Francia di allora. Mi preme però sottolineare che descrivere Cèline come un poveraccio a cui fu bruciata la casa a Montmartre sono falsità storiche. Céline non è mai stato povero e nessuna delle sue case
    che ha abitato in affitto a Montmartre (in Rue Lepic 98 e Rue Girardon 4) è mai stata incendiata, si possono ancora visitare (dall'esterno naturalmente). Cèline viveva modestamente a Meudon per sua scelta, ma era tutt'altro che povero. Basterebbe leggere per documentarsi le biografie di Alméiras, o quella di Vitoux. Riguardo il signor Davide dice lui stesso che non conosce Cèline. Di ciò di cui non si può parlare si abbia il coraggio di tacere.

    • michelebarbaro ha detto:

      Per prima cosa, ringrazio per il commento. Questo articolo è vecchio di due anni, le informazioni prese arrivano essenzialmente dalle Pleiades a lui dedicate. Ora non ricordo esattamente dove, ma mi prometto di controllare, e rettificare se necessario. Riguardo al suo antisemitismo, io non trovo affatto ozioso discuterne, come non trovo sufficiente relegare ogni responsabilità al tempo e lo spazio di Cèline. Ma questi sono altri discorsi. Più della storia mi interessano le suggestioni, più dei fatti le impressioni.
      Qualora le informazioni che ho presentato risultassero errate, e son davvero ben disposto ad ammetterlo, ti ringrazio per le precisazioni. In questi giorni ricontrollo i miei libri e poi ne riparliamo. Grazie comunque. Buona serata.

      • Francesco ha detto:

        Caro Michele, continuo a ritenere che non valga la pena discutere sull’antisemitismo di Céline, è una vecchia polemica su cui credo porti a nulla dibattere, anche perché Cèline non ha avuto la pur minima responsabilità sullo sterminio degli ebrei, in ogni caso credo che abbia pagato abbastanza con il carcere in Danimarca e il successivo esilio morale al suo ritorno in
        Francia. Per quel che concerne l’incendio ci fu effettivamente, ma non a Montmartre, ma nella sua casa a Meudon otto anni dopo la sua morte, distrusse moltissime carte, ma fu
        del tutto accidentale. I suoi maggiori biografi (F:Gibaut, Alméiras, Vitoux) riducono a pura mi-
        topoiesi la presunta povertà di Céline che viveva come un povero ma non lo era affatto. Gibaut,
        in particolare, ma anche Almèiras documentano con precisione i rendiconti dello scrittore che
        non era ricco, ma sicuramente ben lontano dalla povertà di cui, nelle sue lettere, continuamen-
        te si lamenta. Vanno bene le impressioni, ma soprattutto nei confronti di Cè-
        line, bisogna distinguere tra i fatti reali e le suggestioni. Ciò non toglie nulla alla sua grandezza di scrittore, tra i maggiori del ‘900.
        Con i più cordiali saluti

    • Paolo ha detto:

      Figlio del suo tempo, dici, antisemitismo compreso,…..credo che il valore di un opera quale Le Voyage stia in parte in una considerazione opposta…….cioè, che essa rappresentava una antitesi ai valori prevalenti in quell,epoca……e li ha semmai modificati…..Con rispetto. paolo

  8. michelebarbaro ha detto:

    Francesco, oggi sono andato a leggere, ed effettivamente la povertà lamentata arrivava solo dalla sua voce. Le tue informazioni sono pertinenti e correte, perciò ti ringrazio molto. Hai anche ragione nel sottolineare i distinguo necessari nella ricostruzione della vita del francese. Io ho cercato nel mio piccolo, umilissimo piccolo, di comprendere il fuoco nero di questa voce potente. Questa rubrica ha ragion d’essere per commenti come i tuoi. Quindi ti ringrazio ancora, e ti invito, qualora lo volessi a scrivere qualche riga sul nostro. Non credo di sbagliarmi se dico che avresti cose interessanti da dire al riguardo.
    Rinnovo i saluti,
    Michele

  9. rosa ha detto:

    per chi fosse interessato a conoscere la vita e l’opera IMMENSA di Céline, basta consultare il più informato puntuale e preciso blog italiano a lui dedicato, curato sapientemente da Andrea Lombardi http://lf-celine.blogspot.it/

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