Parole in cammino

Di Matteo Antonin

 

Un fuoco divino ci trascina, di notte e di giorno,

ad aprirci la via. Vieni. Guardiamo nello spazio aperto,

cerchiamo ciò che è nostro, per quanto lontano.1

 

Friedrich Hölderlin

 

 

Il libro Parole in cammino, scritto da Sabino Chialà, monaco e studioso di ebraico e siriaco della comunità di Bose, è uno scrigno prezioso pieno di tesori.

Un libro per anime nomadi, per veri viaggiatori: spiriti irrequieti, capaci di sentire ancora l’antico richiamo originario dell’andare, del cammino, sia esso un percorso del corpo o un vagare dello spirito. Animi vogliosi di cercare, di scoprire, di guardare “nello spazio aperto” perché trascinati da un “fuoco divino”, ansiosi di trovare qualcosa, qualcuno: “Ciò che è nostro, per quanto lontano”.


Agli albori della filosofia greca Eraclito scrive che tutto “corre”, o “scorre” (panta rei) dunque anche l’Uomo. La sua dimensione quindi non può che essere quella del movimento, del nomadismo: “L’uomo nasce nomade e in qualche misura tale resta”, scrive l’autore nell’introduzione (p. 9). “Parlare di viaggio, dunque, o di cammino, significa parlare della vita, umana e cosmica” (p. 7), di quel movimento che è alla base della natura delle cose, e quindi anche dell’essere umano, della sua essenza più intima e profonda.

L’autore riflette proprio su questo, sulle varie dimensioni del camminare, del viaggiare, appoggiandosi nei propri pensieri ad alcune tra le più belle poesie di viaggio della storia della letteratura, gemme preziose che si legano l’un l’altra come perle di una collana, in un percorso che è esso stesso un viaggio nei viaggi.

I testi spaziano dalla tradizione mesopotamica (il peregrinare di Gilgameš) a quella greca (il grande viaggio dell’Odissea); da quella ebraico-cristiana (l’esodo dei figli di Israele verso la terra promessa) fino alla mistica islamica e ai testi dei grandi poeti (Dante e la Divina Commedia su tutti), antichi e moderni (solo per citarne alcuni, il libro contiene i pensieri di: Orazio, Seneca, Baudelaire, Kavafis, il poeta mistico islamico Ğalâl al-Dîn Rûmî, Nazim Hikmet, Salvatore Quasimodo, Pablo Neruda, Giuseppe Ungaretti, Fernando Pessoa, Rainer Maria Rilke, Josè Saramago…).

Tra tutte le bellissime poesie contenute nel libro, ne riporto qui due: la prima è di Ghiannis Ritsos, la seconda di Fernando Pessoa. Esse riassumono perfettamente la trasformazione che il cammino, il vagare incessante, comporta necessariamente nel viaggiatore: la magia della scoperta, il suo rendere il viandante spoglio e povero, quindi libero:

 

Ora

è il cielo

la mia terra.

La mia vasta terra

è il cielo.

 

– – –

 

Viaggiare! Perdere paesi!

Essere altro costantemente,

non avere radici, per l’anima,

da vivere soltanto di vedere!

 

Neanche a me appartenere!

Andare avanti, andare dietro

l’assenza di avere un fine,

e d’ansia di conseguirlo!

 

Viaggiare così è viaggio.

Ma lo faccio e non ho di mio

più del sogno del passaggio.

Il resto è solo terra e cielo.


Ma di certo il libro di Chialà non è, né vuole certamente essere, un’antologia di poesie. Né manuale del perfetto viaggiatore, né tanto meno mera raccolta letteraria, esso è tutte queste cose messe insieme, ma alla fine nessuna di esse.

É un testo di pensieri, di riflessioni filosofiche profonde sulla natura umana e sulla dimensione del viaggio che le appartiene: ogni viaggio (quindi anche il viaggio che è la vita) – spiega l’autore capitolo per capitolo – è fatto di entusiasmo, curiosità, eccitazione. Di partenze (“momento di distacco, di fine e di inizio”, p. 19) e di ritorni a casa.

Ma è fatto anche del dolore che spesso la separazione della partenza provoca (“ogni vero viaggio costa: è distacco!”, p. 35), di incontri o della paura che essi avvengano (“si possono infatti percorrere molte strade e visitare molti paesi, senza mai scalfire nessun luogo e senza mai neppure sfiorare ciò che lo abita”, p. 39), e infine di rifiuti, delusioni e naufragi (“il viaggio è fatto anche di tante occasioni mancate”, p. 44).

Tuttavia, il viaggio dei piedi non è l’unico possibile: come ogni buon viaggiatore sa bene, non c’è viaggio del corpo senza viaggio dell’anima, e il viaggio più difficile è quello dentro se stessi.

Ci si può mettere in cammino per molti motivi: per avventura, curiosità, pellegrinaggio, ricerca dell’amato, ricerca di Dio, fuga, esilio, bisogno di solitudine.

Altra cosa è viaggiare per ritrovarsi, magari dopo aver provato sulla propria pelle la dimensione del viaggio per fuga, per sua natura sempre fallimentare (l’autore cita Seneca: «Il tuo spirito deve mutare, non il cielo sotto cui vivi. […] Chiedi perché tu non trovi sollievo nella fuga? Perché tu fuggi sempre in compagnia di te stesso», p. 65).

Dall’esigenza di ritrovare se stessi “nasce un altro viaggio, ben più profondo e lungo: il viaggio verso se stessi, per ritrovarsi; per riconoscersi, ricomporsi, riscoprire il filo di un’esistenza che continua a scorrere e che sembra non lasciarsi mai raggiungere (p. 112).

L’autore a questo proposito cita i versi del mistico islamico Ğalâl al-Dîn Rûmî. Molto di quello che andiamo cercando, di ciò che spinge il nostro girovagare, è in realtà già dentro noi stessi:

 

Se stai cercando la dimora dell’anima, tu sei l’anima

Se stai cercando un tozzo di pane, tu sei pane.

Cerca di capire ciò che sto dicendo:

ogni cosa è là dove sei tu.

 

Il libro termina con l’ultimo viaggio, poiché tutti i viaggi prima o poi terminano: e l’ultimo viaggio dell’uomo è la morte. L’autore, dopo aver percorso e analizzato tappe, dimensioni e forme del camminare e del viaggiare, può serenamente affermare, coerentemente con quanto detto precedentemente, che anche il viaggio nell’Aldilà, «come ogni cammino intrapreso, dev’essere compiuto e non subìto, vissuto e goduto fino all’ultimo respiro» (p. 127). Le parole dell’imperatore Adriano, nel celebre libro di Marguerite Yourcenar, suggeriscono di “entrare nella morte a occhi aperti”, p. 126), mentre il poeta ‘Omar Khayyâm ricorda:

 

E questo vecchissimo mondo a nessuno rimane in eterno.

Andarono, e vanno e altri verranno e andranno.

 

Attraverso le parole dei poeti (in questo caso quelle di Kavafis), Chialà ci invita ad affrontare anche l’ultimo viaggio, quello della morte, vivendo con passione, a salutare “l’Alessandria che fugge”, anche se si è consapevoli che è giunta l’ora, che la si sta perdendo:

[…]

la tua sorte che ormai cede, le tue opere

che sono fallite, i progetti della tua vita

che si rivelano tutti mendaci – , non piangere!

È inutile!

Come da tempo pronto, come un coraggioso,

salutala, l’Alessandria che fugge.

 

Parole in cammino è un libro che parla del viaggio per parlare dell’Uomo, poiché l’essere umano è un essere in perenne ricerca, in continuo movimento; perché “vivere è percorrere delle strade” (p. 205), e dunque il viaggio è vita.

Scrive Chialà nell’epilogo (p. 204):

Viaggiare è dare al corpo dell’universo – e al proprio corpo – quel sangue di cui ha bisogno per vivere, per non inaridirsi […].

 

 

1Questo testo, come tutti quelli presenti in questo articolo, è citato in S. CHIALÀ, Parole in cammino. Testi e appunti sulle dimensioni del viaggiare, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2006.

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Sofista contaballe, stakanovista dell'otium, luddista oscurantista.
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