Una visita al MAXXI

di Flavio Pintarelli

Trovandomi a Roma nei primi giorni del nuovo anno ho colto l’occasione di vistare il MAXXI, il museo nazionale delle arti del XXI secolo. Situato a poche centinaia di metri dallo stadio Flaminio, l’edificio che ospita la collezione, opera dell’architetto irachena Zaha Hadid, si inserisce armoniosamente nel tessuto urbano preesistente, senza però rinunciare ad un aspetto imponente. La piazza antistante l’ingresso contribuisce a valorizzare il complesso nell’ambito del quartiere, creando uno spazio aperto e vivibile.

Ma a rendere straordinario questo edificio sono soprattutto le articolazioni dei volumi interni, capaci di trasformare uno spazio espositivo in una vera e propria avventura percettiva che arricchisce l’esperienza del visitatore e valorizza le scelte di allestimento. Infatti “La complessità dei volumi, le pareti curvilinee, il variare e l’intrecciarsi delle quote determinano una trama spaziale e funzionale molto articolata che i visitatori possono attraversare seguendo percorsi sempre diversi e inaspettati” (sezione “Il progetto architettonico” reperibile sul sito www.fondazionemaxi.it). È proprio questa ampia libertà di movimento che viene garantita al visitatore all’interno del museo a rendere l’edificio così particolare; libero da vincoli di ordine spaziale il fruitore del museo può costruire la propria visita in maniera autonoma creando, di volta in volta, differenti articolazioni di senso.

Questa caratteristica viene sfruttata anche nell’allestimento delle collezioni, organizzate intorno a precisi nuclei tematici e contenutistici. Si tratta di una soluzione alquanto interessante dato che permette di osservare come artisti differenti riflettano autonomamente sugli stessi concetti utilizzando linguaggi, materiali e scelte compositive alquanto differenti.

La collezione permanente del museo è ricca e, come accennavo sopra, variegata. Tra le opere che hanno colpito la mia attenzione ve ne sono due in particolare su cui vorrei soffermarmi (anche per evitare di rovinare la sorpresa a chi volesse visitare il museo).

La prima è Preparing the flute del sudafricano William Kentridge. Si tratta di un’animazione che raccoglie alcuni materiali preparatori della rappresentazione de Il flauto magico di W.A. Mozart messa in scena dall’artista tra il 2005 ed il 2007.
Il film viene proiettato entro un teatrino di burattini costruito a bella posta dall’artista. Ciò che è particolare è il modo in cui la proiezione sfonda i limiti dello schermo per occupare le quinte della scenografia, dando origine a suggesstivi effeti di sfondamento della cornice. Come spesso accade nelle opere di Kentridge quello a cui lo spettatore si trova di fronte è una sorta di mondo in miniatura, la cui caratteristica è, tuttavia, quella di aprirsi ad una dimensione universale, in un certo senso, cosmica.

La seconda opera che ha colpito la mia attenzione è l’installazione Where is our place di una coppia di artisti russi, Ilya ed Emilia Kabakov. Si tratta, a mio parere, del pezzo più notevole dell’intera collezione. All’interno di una stanza sono appesi una serie di cornici al cui interno si trovano delle fotografie in bianco e nero a cui gli autori hanno affiancato diversi testi poetici. Sulla sinistra della sala vi sono due coppie di gambe gigantesche, tagliate al ginocchio: un paio indossano pantaloni e calzature maschili, l’altro paio, invece, una gonna e calzature femminile, gli indumenti sono di foggia ottocentesca. Sul soffitto, anch’esse tagliate, sono posizionate alcune cornici, come se i due ipotetici giganti del passato stessero ammirando una collezione di quadri in un museo. Nel pavimento, sotto a spesse lastre trasparenti, vi sono squarci di alcuni paesaggi dallo stile futuristico.

L’installazione è una rappresentazione del tempo nelle sue dimensioni canoniche: il passato, il presente ed il futuro. Tuttavia, ciò che colpisce, è che ad essere rovesciata è la nostra abituale rappresentazione della successione dei tempi: il futuro si trova ai nostri piedi, imprevedibile, conoscibile soltanto attraverso squarci sfocati o poco chiari; mentre il passato, con il suo peso e la sua grandezza, incombe sul nostro presente. I due artisti giocano con l’organizzazione spaziale della sala per ribaltare le abitudini del fruitore e fornire ad esso un’esperienza del tempo del tutto distante dalla consueta esperienza cronologica. Il tempo, infatti, nel lavoro dei due russi si presenta come la compresenza del passato, del presente e del futuro.

Di grande interessa, sempre legata al tema dello scorrere del tempo, è la galleria fotografica Cantiere d’autore dedicata al cantiere del museo, che ne documenta le fasi, i volti, i materiali e l’evoluzione degli spazi. Tra i fotografi che si sono cimentati nel documentare i lavori spiccano i nomi di Gianni Berengo Gardin, Luciano Romano e Vittore Fossati.

Insomma, se vi dovesse capitare di passare dalla Capitale una vista al MAXXI è sicuramente un’attività da mettere in programma.

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Informazioni su El_Pinta

Semiologo dilettante, spettatore ostinato, saggista crossmediale, teorico poststrutturalista.
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2 risposte a Una visita al MAXXI

  1. giulia ha detto:

    Anch’io voto Kentridge e Kabakov tra le opere migliori della permanente. E poi la sala di Giuseppe Penone. Solo quella, a mio parere, vale la visita. 🙂
    A presto
    g.

  2. flaviopintarelli ha detto:

    Sinceramente ammetto che molti dei lavori esposti non sono propriamente il mio genere, in particolare la sezione dedicata all’arte povera che mi dice poco o nulla. Anche se non l’ho citato, mi è piaciuto molto l’allestimento dedicato a Pier Luigi Nervi.
    In ogni caso Kentridge e Kabakov sono veramente di alto livello, specialmente i secondi, ci ho messo qualche giorno per rimuginare il lavoro, ma diamine se colpisce!

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