Mirafiori: perdere i propri diritti o perdere il proprio lavoro?

di Matteo Antonin

Kathe Kollwitz 'Weavers Uprising

Lo spettacolo che ci si è presentato in questi ultimi giorni a Mirafiori – operai contro operai – è significativo in tutta la sua tristezza.

In primo luogo rappresenta in modo emblematico come quella che un tempo (ormai lontano) era la lotta di classe – unita, compatta – dei lavoratori in nome dei diritti si sia ai giorni nostri trasformata in una lotta intestina: poveri contro poveri, operai contro operai, grida e insulti tra ricattati, costretti a scegliere tra perdere i propri diritti e perdere il proprio lavoro.

Divisioni tra chi si dovrebbe aiutare, perché sulla stessa barca che sta affondando.

Ma in questa vicenda vi è un altro aspetto su cui bisognerebbe riflettere, ed è quello che fa più rabbia: lasciando qui perdere le ragioni del si e quelle del no, ciò che emerge da questa storia è la faccia arrogante, presuntuosa e senza ritegno di un sistema che porta Uomini a ricattare altri Uomini, senza cercare di nasconderlo, senza sotterfugi, ma, al contrario, spiegando apertamente, come se fosse naturale e moralmente accettabile che se in Italia i lavoratori non sono disposti a rinunciare ai diritti conquistati in anni e anni di lotte del movimento operaio, si è di conseguenza autorizzati a spostare l’azienda altrove, dove il lavoro costa meno (strana espressione impersonale per dire: “dove i lavoratori sono costretti a farsi sfruttare senza troppe storie”).

Il ricatto “firmate l’accordo o altrimenti delocalizziamo l’azienda e lo stabilimento chiude” è la giustificazione ideologica e morale dello sfruttamento legalizzato del lavoro, la presa di posizione arrogante di chi dice: se non lo fai tu lo farà qualcun’ altro a meno.

Un ricatto che, travestito da progresso, ci riporta indietro di cento anni.

 

 

 

Sul tema leggi anche:

Informazioni su matteo

Sofista contaballe, stakanovista dell'otium, luddista oscurantista.
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7 risposte a Mirafiori: perdere i propri diritti o perdere il proprio lavoro?

  1. Ale ha detto:

    Completamente d’accordo con te. Oltre al ricatto anche la beffa: perché nella votazione sono stati inclusi anche impiegati e dirigenti quando le modifiche al contratto non li toccavano? Bello schifo.

    Complimenti per il blog😉

  2. flaviopintarelli ha detto:

    Ciao caro, grazie della visita e dei complimenti.
    Il referendum di ieri segna, a mio avviso, un grosso passo avanti nella definizione di un nuovo rapporto tra il Potere e le persone. Un rapporto che temo sarà sempre più improntato a relazioni di tipo coercitivo, impostitivo, autoritario.

  3. matteo ha detto:

    Grazie dei complimenti…
    Fai bene a chiamarla beffa (oltre al danno, che è stato enorme…), perché è stato proprio così…e a proposito di beffe rispondo al tuo commento con una battuta amara di Spinoza.it che riassume molto brillantemente tutta la vicenda, riso amaro ma…una risata vi seppellira!!!!
    “Mirafiori: vince il si. Decisivo il voto dei collari bianchi.”

  4. Fabio ha detto:

    Ciao a tutti, innanzitutto complimenti per il Blog. Davvero ben fatto!
    Tornando alla questione “Mirafiori”, devo ammettere che sono uno tra quelli che hanno tirato un discreto sospiro di sollievo apprendendo della vittoria del Si.

    Le ragioni economiche (e conseguentemente anche sociali) sono molteplici, per esempio:
    a) gli effetti economici negativi causati dalla rinuncia di Fiat a Mirafiori sarebbero stati “importanti”. Oltre alla disoccupazione diretta degli oltre 5.000 lavoratori, il mancato investimento avrebbe danneggiato l’intero indotto (ovvero il sistema di PMI che gravitano intorno allo stabilimento Fiat e lo riforniscono di beni e servizi) in cui il numero di lavoratori, secondo milanofinanza.it, si aggira intorno a 88.000 persone.

    b) si sarebbero persi nel medio periodo effetti economici positivi, come un aumento dell’occupazione e del salario medio (sul tema vi segnalo un articolo di Paolo Manasse su lavoce.info intotolato “SALARI E OCCUPAZIONE, LE CONSEGUENZE DI MIRAFIORI” )

    Per quanto i diritti persi dai lavoratori, anche in questo caso mi trovate in disaccordo. A mio avviso, apparte la questione salariale ( di cui tra l’altro nessuno si è lamentato) , gli aspetti più “rivoluzionari” sono:
    – “il divieto di scioperi che rendano inesigibili le clausole contrattuali. In pratica, se l’azienda richiede una giornata di lavoro straordinario un sabato, i sindacati non possono proclamare uno sciopero proprio in quel sabato” (vedi “LE COSE NON DETTE SUL CASO FIAT ” da http://www.lavoce.info, articolo di Fabiano Schivardi).
    – l’introduzione di tre turnazioni : 15 turni di 8 ore (da sempre in FIAT) 18 turni di 8 ore (usato in tutto il mondo), 12 turni da 10 ore (effettivamente l’unico punto abbastanza fuori di testa..)
    -“Rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ai sensi dell’art. 19 L. 300/1970 (statuto dei lavoratori) dalle Organizzazioni Sindacali firmatarie del presente accordo” (testo preso direttamento dall’accordo di Mirafiori).

    E’ sull’ultimo punto che si sono scagliate le violenti proteste della FIOM nel periodo di contrattazione. Ebbene di tutti questi punti, l’uncico decisamente un po folle è quello riguardanti i 12 turni da 10 ore. Sugli altri non vedo nulla di cosi scandaloso ne rivoluzionario.

    In conclusione la questione Mifariori ha creato e crea tanto scandalo più per i toni molto accessi tra le parti in causa (“arroganza e le minaccie” del management Fiat contro “la volontà di andare comunque al muro contro muro” della FIOM) che per il vero contenuto dell’accordo.

    ps: in un Paese normale, la contrattazione sindacale sarebbe rimasta circoscritta nei soliti limiti. Tuttavia fin quando abbiamo politici che pensano piu a risparmiare sui “pompini” (cit. intercettazione “Caso Ruby”), non ci si puo veramente stupire se là fuori vige sempre di piu “la legge della giungla”

  5. Fabio ha detto:

    Segnalo infine un gran bel articolo di Tito Boeri su la Repubblica.it dal titolo “Le regole dimenticate”.
    Ecco il link diretto: http://www.repubblica.it/economia/2010/12/29/news/boeri_fiat-10670814/

  6. matteo ha detto:

    @Fabio. Intanto grazie di averci lasciato il tuo commento (non credevo lo avresti fatto davvero dopo le nostre “accese discussioni” a voce sul tema!).
    Una voce fuori dal coro sarà certamente utile ad approfondire e a stimolare la discussione…a tale scopo mi prendo del tempo per leggere gli articoli che ci hai segnalato e ti risponderò al più presto.

  7. flaviopintarelli ha detto:

    @Fabio: premettendo che io non sono un economista, ne ho sufficienti capacità per valutare le ragioni economiche di questo referendum, vorrei cercare di allargare la prospettiva.
    Non ho dubbi in proposito che una fabbrica aperta abbia una ricaduta positiva nel tessuto sociale ed economico di un paese, rispetto ad una fabbrica chiusa, SU QUESTO NON CI PIOVE. Tuttavia tale banalità non cancella il fatto che ad essere in ballo nella recente strategia concertativa messa in campo dal mangement FIAT vi è qualcosa di molto differente.
    Questo accordo e le modalità con cui è stato “imposto” (perché di imposizione si tratta) determinano un cambiamento epocale nelle relazioni tra impresa e mondo del lavoro e non solo perché di fatto cancella i sindacati “antagonisti” dalla fabbrica, limita il diritto di sciopero e la rappresentanza, escludendo così la maggioranza (perché, è bene ricordarlo, se hai NO si sommano i SI per necessita, l’accordo non sarebbe passato) del lavoratori dal governo della fabbrica, in controtendenza con quanto viene fatto, ad esempio, in Germania o negli USA con la compartecipazione ad utili e gestione aziendale.
    A Pomigliano e Mirafiori si è di fatto dimostrato che si possono bypassare i classici strumenti concertativi per imporre cambiamenti nelle condizioni di lavoro sotto la concreta minaccia di un danno nei confronti dell’intero corpo sociale.
    Tutto questo è inaccettabile, perché pone un precedente pericoloso. Una democrazia è fatta di regole condivise, nel momento in cui si obliterano tali regole per imporre il proprio punto di vista ci si trova di fronte a pericolosi slittamenti. Vent’anni di berlusconismo dovrebbero avercelo oramai insegnato. Se non ci si accorge di questo o se si nasconde tutto ciò sotto calcoli di puro opportunismo, beh allora siamo messi male.
    Come ha, a mio parere efficacemente, argomentato Landini a “Che tempo che fa” i margini per contrattare un investimento importante su Mirafiori da parte della FIAT senza imporre la minaccia della chiusura dello stabilimento c’erano tutti, ma la direzione aziendale ha scelto deliberatamente di non percorrere quella strada e sarà costretta ad affrontarne le conseguenze.
    La mia domanda perciò è questa, visto e considerato che le crisi del sistema capitalista sono sempre più violente e frequenti, e che la sinusoide del cosiddetto sviluppo (concetto opinabile) volge verso il basso da oramai vent’anni, alla prossima crisi di sistema a cosa saremo costretti a rinunciare?
    Questa domanda mi porta ad un altro quesito: a chi giova un aumento della produttività? Siamo veramente sicuri che servano più automobili?
    Sappiamo tutti che le riserve di idrocarburi sono in via di esaurimento, i tempi variano a seconda della campana che si decide di ascoltare, ma questo è un dato di fatto. Ha senso continuare a puntare su di un prodotto destinato ad una radicale trasformazione, senza nel contempo investire nella ricerca e nei processi di riconversione, ma anzi puntando sulla cosiddetta fascia alta (SUV e veicoli di lusso, altamente impattanti a livello ambientale)?
    Io penso di no. Soprattutto, ha senso farlo in un momento in cui il mercato dell’auto attraversa una crisi profonda, tamponata solo ed esclusivamente grazie ad interventi economici dello Stato (il regime degli ecoincentivi) in barba ai dettami della dottrina capitalista?
    Di nuovo io penso che tutto ciò non abbia senso, o meglio ha senso perché prefigura l’ennesima, e pericolosa, bolla speculativa, per cui nel breve e nel medio periodo FIAT potrà registrare ottime prestazioni in borsa, scommettendo su una ripresa che è più utopia che realtà.
    Insomma, che Mirafiori resti a aperta è un bene, ma che resti aperta in questo scenario, con queste modalità, e con i rischi che tutto questo comporta non mi pare lo sia altrettanto.

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