Live together, die alone

Recensione a La filosofia di Lost

di Flavio Pintarelli

“È solo questione di tempo. Credimi. Poi, anche i più polemici, e  scandalizzati, e spaventati,  non potranno che prenderne atto. Sebbene con  colpevole ritardo. La filosofia può e deve  occuparsi di serie TV. Proprio  come si occupa di cinema e arte contemporanea”.

Non usa mezze misure Simone Regazzoni, anche in questo suo La  filosofia di  Lost l’approccio del filosofo è radicale, provocatorio ma, al  contempo, affascinante. Vi è un  esigenza forte che si muove dietro  un’opera come questa, l’esigenza di uno  sforzo essoterico capace di  portare la filosofia ad intercettare le traiettorie del  contemporaneo, sottraendola ai paludamenti accademici a cui la disciplina del pensiero  pare ormai irrimediabilmente condannata.

L’approccio al testo è tipicamente filosofico, perciò se siete alla ricerca di un’analisi di Lost che ne metta in evidenza le articolazioni linguistiche (montaggio, fotografia, sceneggiatura) forse potreste non avere bisogno di leggere questo libro. La creatura di J.J Abrams e Demon Lindelof interessa a Regazzoni come sistema filosofico capace di farsi carico e di elaborare alcuni concetti cardine della filosofia contemporanea, tracciando una mappa utile ad attraversarne i piani.

Centrale in Lost risulta essere il ruolo del punto di vista, dello sguardo, sotto il cui segno si apre l’intera serie, “l’occhio di Jack che apre l’episodio pilota, punto zero dell’apparire da cui prende avvio la serie” (pag. 66). Nella riflessione filosofica di pensatori come Derrida e Merleau-Ponty, allo sguardo corrisponde il soggetto: “il soggetto inteso come «sguardo» , è una singolarità a partire da cui si apre un mondo, e non un semplice sguardo sul mondo inteso come registrazione di ciò che c’è” (pag. 66). Insomma lo sguardo è ciò con cui il soggetto costruisce il proprio mondo, la pietra angolare su cui si fonda l’idea di relativismo che fa di Lost un complesso gioco narrativo, in cui non vi è alcun dato certo, ma sempre e soltanto, punti di vista passibili di essere trasformati. Si tratta di una radicale critica del concetto di verità inteso come corrispondenza chiara delle cose al pensiero che le percepisce; al contrario la verità delle cose non può che essere una “scoperta” che lasci spazio a resti, dubbi, prospettive, letture, interpretazioni differenti. Regazzoni recupera l’immagine della radura cara ad Heidegger per spiegare questo passaggio, la verità è come uno squarcio di luce che si apre a partire dall’opacità della foresta che la circonda, non vi può essere verità se non a partire da un fondo oscuro che ne costituisce l’irriducibile condizione di esistenza.

La centralità dello sguardo che Regazzoni individua in Lost non è, tuttavia, esclusivamente un segno del relativismo che ci costringe a ripensare la verità in termini di una costruzione soggettiva, incapace di illuminare per intero lo spazio del reale, ma è anche un elemento metadiscorsivo, che fa della serie un meccanismo capace di riflettere sugli statuti e sul funzionamento del dispositivo mediale contemporaneo.

L’avvento della tecnologia digitale, che ha miniaturizzato e disperso in una miriade di dispositivi portatili il potenziale di ripresa fotografica a disposizione del corpo sociale, ha moltiplicato all’infinito gli sguardi sul mondo, mentre la cultura digitale ha messo a disposizione di questi sguardi la possibilità di organizzare, costruire e diffondere queste percezioni. Il rischio è quello di obliterare ogni punto di vista perdendosi in un delirio autoreferenziale, che rende le immagini completamente indifferenti, come accade a Hugo, uno dei protagonisti della serie, nell’episodio intitolato Dave (II.18)1.

In Naufragio con spettatore, il filosofo tedesco Hans Blumenberg ripercorre le molteplici forme della metafora del naufragio individuando come ogni epoca strutturi, a partire da questa figura, il rapporto tra il soggetto ed il mondo. Lo sguardo del soggetto nella contemporaneità non gode della stabile distanza di sicurezza dello spettatore di Lucrezio, che dall’alta scogliera ammirava lo spettacolo della sofferenza. Al contrario, lo spettatore contemporaneo si trova proprio nel mezzo del gorgo, trascinato alla deriva dai flutti, insieme al relitto della nave, con i cui resti dovrà costruirsi la propria zattera di salvezza. Come i Losties lo spettatore contemporaneo è superstes, allo stesso tempo sopravvissuto al e testimone del mondo.

È ad imparare a costruire una zattera con ciò che troviamo a disposizione dopo il naufragio, a questo serve la lezione di Lost, a imparare ancora il gesto del bricoleur, a rivolgere lo sguardo a ciò che ci sta intorno per trovarvi la salvezza.

 

1Nell’episodio in questione Hugo viene a contatto con Dave, personaggio frutto delle sue allucinazioni, che lo convince dell’inesistenza dell’Isola al punto da spingerlo a tentare il suicidio. Solo l’intervento di Libby permette ad Hugo di riconoscere l’Isola come un luogo reale e non un’invenzione della sua mente.

 

Informazioni su El_Pinta

Semiologo dilettante, spettatore ostinato, saggista crossmediale, teorico poststrutturalista.
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