di Matteo Antonin
Che si possa ammirarla sulla carrozzeria di un variopinto camion sgangherato in Libano, lungo i vicoli tortuosi di un villaggio nel Bahrain, sul muro crivellato di proiettili in Palestina o sui muri delle metropoli orientali, la scrittura e l’antica arte della calligrafia araba sta vivendo una rinascita artistica, in un affascinante mescolarsi di tradizione antica e innovazione.
Arabic Graffiti (From here to fame, Berlin, 2011) è un libro curato dal tipografo e writer libanese Pascal Zoghbi e dal writer ed editore Stone aka Don Karl, ed è un ottimo punto di partenza (peccato sia ancora pubblicato solo in inglese) per orientarsi nell’affascinante mondo dei graffiti arabi contemporanei, nelle tecniche dell’antica arte calligrafica, riletta però in chiava metropolitana, e nelle nuove forme di design in lettere arabe.
Il libro presenta infatti artisti e graffitari provenienti dal Medio Oriente e da tutto il mondo che mischiano la calligrafia araba con l’arte del writing e con la urban culture.
La prima parte del libro riguarda l’antica arte della calligrafia: gli autori ne ripercorrono la storia dalle origini, quando era concepita soltanto come rappresentazione delle sacre scritture e del Corano, fino alla contemporaneità, quando ha raggiunto lo stato di una vera e propria nuova forma di espressione artistica, nella quale la tradizione viene declinata in nuove prospettive di estetica e design.
La seconda parte, viene invece dedicata all’arte “sui muri” e ai graffiti contemporanei in Medio Oriente.
Si inizia con i messaggi sui muri dei villaggi del Bahrain, tra stencil che inneggiano a Hassan Nasrallah, segretario generale del partito e movimento politico sciita libanese Hezbollah, mescolati a messaggi di natura religiosa dedicati ad Allah e Maometto o di natura politica ma antigovernativa, come le numerose scritte anonime che chiedono il rilascio dei prigionieri politici e che inneggiano a Hasan Mushaima, leader del gruppo di opposizione Haq Movement for Liberty and Democracy.
Gli autori aprono poi una parentesi esclusivamente “estetica”, abbandonando per un attimo il binomio street art – politica e illustrando l’usanza tutta araba di utilizzare la calligrafia e il dipinto murario per le insegne dei negozi e per abbellire e decorare i grossi camion da carico onnipresenti in tutto il Medio Oriente per il trasporto delle merci: il più delle volte le decorazioni calligrafiche e iconografiche sono di tipo apotropaico, finalizzate ad ottenere la protezione di Dio nei lunghi viaggi.
Chiusa parentesi, si torna subito alla politica (in questo libro l’espressione artistica è spesso rappresentata in stretta connessione con le rivendicazioni politico-sociali) con una vasta sezione dedicata alla street art in Palestina.
I graffiti illustrati inizialmente sono dipinti dagli autoctoni – spesso nei campi di rifugiati o sul muro della West Bank – e sono principalmente preghiere o slogan che incitano alla resistenza (“Il diritto di tornare è un diritto che non morirà mai”, “Noi non dimentichiamo”), ai martiri e ad Hamas.
Si passa poi ad illustrare i lavori di resistenza, presenti sulla West Bank Barrier ma opera di artisti stranieri, come quelli – famosissimi e di cui abbiamo già parlato qui sulla Rotta – di Banksy e Blu.
Dopo un’ultima sezione dedicata all’arte di strada e ai nuovi movimenti di writing e street art di Beirut, il libro si conclude con la presentazione di alcuni tra gli artisti “a lettere arabe” più talentuosi: fatto significativo, molti di loro sono artisti europei, rappresentanti delle cosiddette seconde generazioni, ovvero figli di immigrati dai paesi arabi in Europa: sorta di “ponti” culturali e artistici tra mondi diversi.
Ve ne presentiamo alcuni:
- eL Seed : El Seed cerca di combinare il proprio amore per i graffiti con la passione per la calligrafia araba, in un misto di street art e antica tradizione di scrittura. La sua arte è anche l’espressione tangibile di una continua ricerca identitaria, della volontà di riscoprire le proprie radici.

- Julien Breton aka Kaalam: Venendo a contatto con le tecniche artistiche del lightpainting, questo artista inizia a sperimentare nuovi modi di creare e reinterpretare – attraverso giochi di luce – il linguaggio corporeo, la calligrafia e la coreografia, inventando nuove possibilità di “scrivere nello spazio”.

- Sair 4 aka Puya Bagheri: iraniano cresciuto in Germania, dopo un classico inizio come writer in lettere latine, Sair inizia nel 2004 a lavorare con la calligrafia persiana, in una sorta di viaggio a ritroso alla scoperta della propria cultura di origine.

- Native & ZenTwo: Questi due artisti (uno nigeriano, l’altro tedesco) collaborano insieme creando opere che mischiano le illustrazioni alla calligrafia.


- Sun7 aka Jonas Bournat: Questo artista, dopo aver viaggiato negli anni ’90 – bomboletta spray alla mano – da Parigi a New York, da Hong Kong a Jakarta e Marrakech, scopre la calligrafia araba. Attraverso un particolare uso delle lettere arabe realizza numerosi ritratti e autoritratti.


- Zepha aka Vincent Abadie Hafez: Questo artista gioca con l’alfabeto e con le lettere arabe distorcendole, separandole, riunendole, mischiandole o accumulandole tutte insieme, suscitando di volta in volta sensazioni di contrasto, opposizione o complementarietà.

Mohamed Gaber, Be with the revolution:
Chiudiamo con un ultimo accenno ad arte e politica, poiché sembra che in tempo di sommosse e Primavera araba un filo rosso leghi spesso i nuovi movimenti artistici a quelli politici che spingono per un vero rinnovamento culturale in questi paesi: l’esempio è Be with the revolution, lavoro calli-grafico risalente all’aprile del 2008, quando gli attivisti egiziani organizzarono uno sciopero generale in tutto il paese.
Mohamed Gaber racconta come è nata la fortuna di questo lavoro, divenuto in seguito una sorta di logo per le rivolte del Nord-Africa: «Doveva essere solo un lavoro artistico nell’ambito del mio progetto Graphics Against System (G.A.S.), ma iniziò ad essere usato online sopra alcune fotografie scattate durante le rivolte e a venire diffuso su tutti i social network come Facebook o Twitter… Nelle mobilitazioni per la rivoluzione del 25 gennaio in Egitto gli attivisti online hanno riutilizzato il lavoro diffondendolo via internet ed è stato stampato in posters e banners da attaccare in piazza Tahrir» (nella foto sotto lo stesso logo compare a Beirut).
Questo lavoro di Mohamed Gaber illustra in modo emblematico il processo di rinascita e rinnovamento della calligrafia araba, in un’interessante e affascinante ricerca di nuovi linguaggi artistici tra tradizione e innovazione.


