“Bring on your wrecking ball”. Uno sguardo diretto verso il cuore della nuova America nel nuovo album di Bruce Springsteen.

The Boss

di Luca Giudici
 a Clarence Clemons, che pensavamo immortale.

In un primo momento ero tentato di scrivere un’apologia. Raccontare di un’epica trionfale che – come una cavalcata nelle praterie del Kansas o dell’Arizona – tirasse le somme di una carriera più che trentennale. Cammino che io, come molti altri, ho seguito passo dopo passo, ascoltando sommessamente strofe sussurrate e urlando ritornelli che erano parole d’ordine, ritmando riff indimenticabili e immaginando paesaggi che erano ideali. Volevo scrivere anch’io dell’energia che, in modo totalmente inspiegabile dalle leggi della termodinamica e della psicoanalisi, sgorga ininterrottamente da quell’uomo, e che ingloba e sostiene decine di milioni di fan nel mondo. Non esiste energia più potente, forse nemmeno la religione e il sesso sono legami potenti quanto la musica. E’ normale, sulle fanzine o nei forum, trovare commenti di padri e madri che portano i figli ad ascoltarlo in concerto per scoprire il passaggio generazionale di consegne, e sarebbe doveroso consegnare alla scrittura questo segno di un affetto e di una condivisione musicale, spirituale e politica. Non l’ho fatto. Non perché non sia vero. E’ tutto sacrosanto. Non perché non lo viva. Lo percepisco ogni giorno, e lo sento vicino quanto un vecchio e caro amico. Non perché lo abbia già fatto qualcun altro. Certo che sì, ma sarei solo onorato di essere paragonato a tali interpreti. No, non lo faccio perché per me non è tutto qui. Manca qualcosa. Il Boss che mi appare dopo decine di ascolti, l’uomo che alla fine si siede di fianco a me per riascoltare per la millesima volta una vecchia canzone, il sessantenne che mi fa notare un certo passaggio, oppure sottolinea l’assonanza tra un suo verso e uno di Withman, quello che mi chiede se ho una birra e guarda fuori dalla finestra, vicino a me, quando sono solo: Bruce. Manca lui, ed è di lui che vi parlo. Io e lui chiacchieriamo dal 1975, quando ci siamo incontrati in una radio, a Milano, e lui aveva il suo disco “Born to Run”. Da allora siamo stati sempre insieme, abbiamo condiviso tutto, momenti difficili, anche tragici, sia per me che per lui. Sappiamo entrambi che musicalmente ha avuto alti e bassi, che spesso hanno coinciso con momenti difficili della sua vita, e quando, ai primi di marzo, ho ricevuto l’anteprima del nuovo album, non avevo nessuna particolare aspettativa, ma nemmeno mi importava: era il lavoro di un amico, era bello comunque, anche se richiedeva una particolare attenzione.  Ora, dopo due mesi di conversazioni, interviste, chiacchiere, e l’ascolto serrato di una ventina di concerti della tournée americana, sono convinto di ciò che dico se affermo che si tratta di un lavoro particolarmente riuscito. Penso che sia uno dei dischi in cui Bruce più che altrove è riuscito a esprimere le sue intenzioni. “The River” o “The Rising” ma ancor di più “Born in the USA” o “Tunnel of Love” sono dischi che Bruce non è riuscito a completare. Il cerchio non si è chiuso: questo perché si trovava in momenti della sua vita in cui non aveva ancora risolto aspetti del suo privato che sono emersi n seguito, quindi ha creato opere aperte, incompiute, che si disallineano, capolavori comunque, ma che non si riconoscono, si cercano senza trovarsi. Oggi, uomo, marito e padre felice e realizzato, Bruce parla compiutamente e saggiamente del mondo: ci dice cosa ne pensa, e cosa dovremmo fare per migliorarlo. Ci racconta l’America, i suoi limiti e le sue opportunità. Ci racconta l’amore, la vita, le rinunce e le conquiste di ogni giorno e quelle che cambiano la storia. Costruisce narrazioni, vola dall’Irlanda a New Orleans, da New York alla frontiera con il Messico. E’ nero, ispanico, italiano, irlandese. La grande lezione artistica delle “Seeger Session”, dove una band senza precedenti aveva fuso le grandi tradizioni americane del country di matrice irlandese con la black music nelle sue infinite forme, è quasi totalmente implementata nel background di quest’album. “Wrecking Ball” percorre molti canali musicali differenti. In particolare riprende due pezzi cardine della costruzione intessuta dal Boss in questi ultimi anni, ovvero “Land of Hope and Dreams” e “American Land”, dedicata a tutti gli immigrati che hanno costruito l’America. Questi due brani insieme a “My City of Ruins” – non a caso diventata nello show il momento in cui vengono ricordati gli amici scomparsi: “Are we missing anybody?” –  e “America Skin (41 Shot)” formano una tetralogia, i confini del discorso springsteeniano circa i popoli americani. LOHAD e AL – pur non essendo tecnicamente delle novità – sono le colonne portanti, le fondamenta dell’album, sia per la loro struttura musicale sia in quanto particolarmente rappresentativi dello Springsteen-pensiero. La prima è totalmente definita (parliamo in termini di mitopoiesi) dall’inserto di “People get ready” di Curtys Mayfield, inno della black revolution e già ripresa in contesti simili tra gli altri sia da Bob Dylan che da Bob Marley. La seconda invece rimanda al tanto citato messianico tema della “Promised Land”, ovvero come – sin dai tempi dei pellegrini della Mayflower – l’America è stata sognata da generazioni di immigrati da ogni dove. La title track “Wrecking Ball”, “Death in my Hometown” e il singolo “We take care of your own” sono invece i brani che delimitano gli spazi dell’album. Qui Bruce torna ad applicare integralmente la lezione del più classico dei canoni del R&B, ovvero il cosiddetto wall of sound così com’era stato pensato da Phil Spector già nei primi anni sessanta. E’ questa modalità di arrangiamento che ha permesso alla E-Street Band e alla Seeger Session Band di trasformare il proprio sound in una valanga inarrestabile e travolgente. Questi tre brani sono muri perimetrali, che definiscono dei confini precisi: musicali, politici e spirituali. In queste stanze ritroviamo i piccoli gioielli dell’album, tra gli altre Jack All Trades , Shackled And Dawn, Rocky Ground. Pezzi con testi profetici, evocativi, ma allo stesso tempo legati alle questioni del presente. Una musica attuale come nessun’altra ma contemporaneamente capace di continui rimandi sovratemporali.
Ma ora mi fermo. L’analisi strutturale dei brani, la scomposizione del testo e dei singoli strumenti alla ricerca delle radici ispirative potrebbe allungarsi indefinitamente, tante sono le briciole che Bruce-pollicino lascia sul terreno e che noi raccogliamo. Adesso però lui è lì, affondato nella mia poltrona, mentre coccola la gatta e si beve una birra, e mi guarda sorridendo, lo sguardo sempre malinconico, e mi sussurra qualcosa del tipo “ma lascia perdere, io faccio canzoni, racconto storie”, e sento che ha davvero poco senso, sento che non sto realmente parlando della musica, che quella parla da sola, sento che sono ancora le mie ossessioni che la fanno da padrone, e vorrei che Bruce riuscisse a portarmi via ancora sulle note della musica, come faceva quando entrambi eravamo molto più giovani. Lo incontrerò ancora una volta a Madrid il 17 giugno, e Bruce avrà già suonato a Milano nel 27° anniversario dell’immenso concerto del 1985. Tutto quello che gli chiedo è di riuscire ancora a portarmi con lui, nelle Badlands e in quella fantasmagoria di mondi che si aprono dietro ogni sua canzone.
Intanto guardiamo insieme le stelle, mentre cerchiamo di capire le donne.
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2 risposte a “Bring on your wrecking ball”. Uno sguardo diretto verso il cuore della nuova America nel nuovo album di Bruce Springsteen.

  1. massimo giuliani ha detto:

    Grazie a Luca, che scopre giustamente le carte: quando si parla di un disco, di un libro, di un film, si parla prima di tutto di sé stessi.
    Quando poi si parla dell’ultimo disco di Springsteen pare che questo sia ancora più inevitabile. Se di molti altri musicisti o gruppi ci interessa sapere che l’ultimo cd ha cinque pezzi buoni, due così così e due brutti, per raccontare il rapporto che abbiamo con l’ultimo lavoro del Boss questa contabilità è insufficiente.
    Dopo i primi ascolti di “Wrecking Ball” ho pensato: mamma mia, un album di Bruce che ha la forza dei primi cinque”. Ieri il mio amico Ettore (a lui è piaciuto un po’ meno) mi domandava “Sarà pure bello, ma quanti pezzi si avvicinano alla potenza di Darkness?”. Insomma: un lavoro del Boss lo devi mettere dentro una storia. Lo scaffale dei cd gli sta troppo stretto.
    Quanto sia narrativa la musica di Springsteen l’ho realizzato per l’ennesima volta ascoltando la “American Land edition” di “Seeger Sessions”: l’edizione del cd del 2006 integrata con l’inno che poi sarebbe uscito anche in chiusura di “Wrecking Ball”. Lo stesso pezzo, ma dentro due film diversi: guardate come suona gioioso e celebrativo di là e che retrogusto amaro, invece, di qua.
    Almeno, così l’ho sentito io.

    • Luca Giudici ha detto:

      Verissimo Massimo. La lettura di AL è precisa. Penso però sia intenzionale da parte di BS, non solo una nostra interpretazione. Anch’io ho una passione particolare per Darkness, che rimane capolavoro insuperato, ma – come dici tu – tutto deve essere inserito in una storia, e ognuno lo fa in prima battuta con la propria, cercando di condividerla con chi si ama, con il mondo che ci circonda.

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