Su una traduzione errata in The Wire

di Flavio Pintarelli

L’argomento di questo post sarà la traduzione, ovvero l’atto di trasporre un testo da una lingua a un’altra lingua. Di solito si dice che tradurre è un po’ tradire, nel senso che ogni traduzione è inevitabilmente anche una riscrittura del testo in quanto ogni traduttore, cercando di restituire le sfumature di senso del testo originale, opera una selezione personale nell’archivio della lingua focalizzandosi su certi aspetti e tralasciandone altri.

Vi sono però casi in cui, seppur tenendo conto della variabilità propria dell’atto del tradurre, la traduzione risulta errata e opera una sovversione totale del senso di un testo. Sarà proprio di uno di questi casi di cui si tratterà qui.

L’oggetto di cui ci si occuperà è l’opening della prima stagione di The Wire, celebre serie televisiva scritta da David Simon ed Edward Burns e ambientata a Baltimora, della quale si racconta il complesso intreccio di rapporti tra la criminalità, la politica e le forze dell’ordine attraverso gli sguardi di un vasto numero di personaggi.

L’opening della prima stagione è una sequenza molto interessante, perché introduce in maniera obliqua una delle tematiche portanti dell’intero progetto. L’immagine con cui si apre la sequenza è il primissimo piano di due strisce di liquido scuro inquadrate con un movimento di macchina che va da sinistra verso destra e illuminate da una luce intermittente di colore blu. In sottofondo si sentono i rumori di una radio, sirene e l’abbaiare di un cane. Una breve dissolvenza incrociata ci fa passare all’immagine successiva che si apre su due strisce parallele di colore bianco che riconosciamo come facenti parte della segnaletica stradale. In questa seconda inquadratura il movimento di macchina segue la direzione opposta rispetto a quello precedente (da destra verso sinistra) e prosegue fino a inquadrare il corpo di un uomo riverso a terra con una vistosa ferita che gli apre il petto.

Nell’immagine seguente vediamo le mani di un uomo chinato a terra (il cui volto è però consegnato al fuori campo) che raccoglie qualcosa dal selciato e lo inserisce in una bustina di plastica. Subito dopo sono inquadrati tre bambini afroamericani seduti su un gradino, due di loro guardano verso la sinistra dell’inquadratura. Successivamente vediamo un agente di polizia ripreso in piano americano intento a scrivere su un foglio di carta, illuminato dalle luci dei lampeggianti.

In questo momento irrompe una voce fuori campo che chiede: “So the boy’s name’s snot?” (Così il ragazzo si chiama mocciolo?). È la voce del detective Jimmy McNulty (Dominic West) che vediamo per la prima volta nell’immagine che segue quella del poliziotto, ripreso di spalle nella parte destra dell’inquadratura seduto insieme a un altra persona, mentre nella parte sinistra, sullo sfondo, vediamo un poliziotto in piedi accanto al corpo visto precedentemente, una volante e quella che supponiamo essere un’autoambulanza dietro a cui staziona un piccolo gruppo di curiosi.

Quello che segue è un dialogo, ripreso con la classica figura del campo-controcampo, tra McNulty e un uomo di colore, un dialogo il cui argomento è l’omicidio di un ragazzo, che il testimone ci dice essere un suo amico soprannominato Snot Boogie.

A un certo punto del dialogo tra i due, dopo aver filosofato sulle contingenze che possono portare a trovarsi appiccicati addosso un soprannome antipatico come Snot Boogie (più o meno traducibile come “mocciolo ciondolante”) il detective chiede all’uomo di raccontargli le circostanze dell’omicidio. L’uomo di colore racconta dunque che con alcuni amici, tra cui Snot, avevano l’abitudine di trovarsi ogni venerdì sera in un vicolo per giocare a dadi. Puntualmente, ogni venerdì sera, Snot aspettava che il piatto fosse abbastanza carico per provare a rubarlo e a scappare via. Immancabilmente, dice l’uomo, Snot riceveva una sonora dose di sganassoni e la faccenda finiva lì. Ma non quella sera, quella sera uno dei giocatori aveva tirato fuori una pistola e aveva sparato al ragazzo, uccidendolo. Dopo aver sentito il racconto, il detective chiede perplesso all’uomo per quale motivo lasciassero giocare Snot nonostante ogni volta questo tentasse di rubare i soldi della posta e scappare. La risposta, secca, è la seguente: “Got to. This America, man” (Dovevano. Questa è l’America)

“This America, man” è l’ultima frase prima della fine della sequenza che ci conclude con un’inquadratura ripresa dall’altro lato della strada rispetto a quello in cui i due uomini sono seduti e che ci mostra in primo piano, sulla sinistra, il volto del morto a fuoco, un istante ed ecco che a fuoco sono i due uomini sullo sfondo. Sigla.

Quella del gioco (the game) e del giocatore (the player) è una metafora portante di tutta la serie, ricavata dal linguaggio di strada e utilizzata per definire ogni attività criminale. È un modo per indicare che vi sono regole precise a cui attenersi ma anche una strategia retorica che rende meno dure da sopportare certe scelte che con l’attività criminale sono connesse (la vendita della droga, gli omicidi, ecc.) mettendole a distanza grazie a una scelta semantica che le rende accettabili. In maniera velata, dunque, fin dal primo dialogo gli autori introducono allo spettatore questa metafora: Snot muore a causa di un gioco (i dadi) e del mancato rispetto da parte di uno dei giocatori delle regole non scritte che lo governano (Snot va bastonato, ucciderlo è eccessivo).

La frase “This America, man”, che chiude la sequenza, è fortemente allusiva: da una parte fa riferimento alla libertà come valore irrinunciabile (a Snot non si può impedire di prendere parte al gioco, perché anche se prova a barare esiste un meccanismo per limitare i danni) e dall’altra parte si rispecchia nel volto del ragazzo ucciso, come a dire che quel cadavere è il prezzo della libertà, un rischio (più o meno) calcolato o il prezzo necessario da pagare. Anche l’America è un gioco, nel quale siamo tutti giocatori che non possono sfuggire alle regole.

È un incipit potente questo, perché la banalità apparente del dialogo, il suo procedere a tratti grottesco è chiuso in maniera secca da questa sentenza “This America, man”, è così che vanno le cose, questo è il prezzo della libertà.

Veniamo ora alla traduzione italiana. In questa, la frase “This America, man”, che come abbiamo visto chiude il dialogo ed eleva la metafora del gioco a una dimensione che non è errato definire universale, viene tradotta con la frase “siamo in democrazia”. Ora, a mio avviso non siamo qui di fronte a una riscrittura ma a un vero e proprio errore di traduzione. A prima vista potrebbe sembrare una traduzione accettabile, perché mantiene il senso primario della frase in inglese, ovvero segnalare la libertà come valore irrinunciabile (siccome siamo una democrazia non si poteva impedire a Snot di partecipare al gioco).

Tuttavia la democrazia è un valore astratto, mentre, al contrario, il riferimento all’America, pur mobilitando interamente la dimensione valoriale di riferimento (libertà, democrazia), è un riferimento a qualcosa di concreto o meglio a un’incarnazione di quei valori.

Scompare interamente, nella traduzione italiana, quella secca chiusa del dialogo che apriva un sistema di valori, quello americano, su quell’abisso di senso (il primo piano del cadavere) che ne è l’altra faccia della medaglia. Fin dall’apertura lo spettatore è colto da una vertigine, poiché viene posto di fronte a un abisso di senso che ne scuote le convinzioni dal profondo, “un superamento progressivo e consapevole del contrasto legge positiva/legge naturale”.

Qui non è questione di democrazia, this America, man.

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Informazioni su El_Pinta

Semiologo dilettante, spettatore ostinato, saggista crossmediale, teorico poststrutturalista.
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8 risposte a Su una traduzione errata in The Wire

  1. punto_fra ha detto:

    Probabilmente vado off topic ma vi segnalo alcuni casi di traduzioni che sono sì errate, ma in questo caso travisano volontariamente il senso della versione originale:

    – In una puntata del dottor House un signore anziano soffre di stitichezza. Il dottor House gli consiglia di fumare 3 sigarette al giorno; le 3 sigarette nella versione francese passata su TF1 diventano tre scodelle di riso…
    – Nel film “Thank you for smoking” dibattendo dell’importanza per le multinazionali del tabacco di reintrodurre i fumatori nei film, il protagonista dice “Today, if anyone smokes in a movie, they’re either psychopathic – or European.. “. Nella versione italiana, l’europeo diventa un sudamericano.
    – Nel mitico “Beetlejuice” di Tim Burton la battuta “You should thank God you didn’t die in Italy” è rivolta ai due protagonisti appena morti che si lamentano del baccano che fanno i nuovi inquilini della loro casa. Nella versione italiana abbiamo “Siete fortunati a non essere morti in Uganda”

    • El_Pinta ha detto:

      Sei tutt’altro che off topic, perché, fatta eccezione per l’episodio di House, negli altri due la traduzione “errata” risponde a una logica anestetizzante che dirotta il pregiudizio dal suo bersaglio originale a un altro bersaglio. Anche in questi casi la traduzione diventa alterazione del senso.

  2. Menocchi0 ha detto:

    Ciao, bel post, e grzie per aver descritto così bene quella meravigliosa scena.
    Certo, in questo caso anche solo il tentativo di tradurre la serie era un po’ spacciato fin dall’inizio; va bene che l’intraducibilità – dato che il suo opposto, la perfetta traducibilità, il rispecciamento di una lingua in un’altra lingua, è impossibile – è un’illusione, ma qui l’impresa era titanica, e a quanto pare la scetteria è stata tanta. Mi pare che voler doppiare The Wire sia il sintomo più evidente della nevrosi da traduzione che domina il nostro paese. Domanda: è andata effettivamente in onda doppiata la serie? TUTTA?
    Vorrei aggiungere alla tua interpretazione del dialogo il fatto che “This America, man” allude anche alle circostanze, che vedremo dispiegarsi più chiaramente dalla seconda stagione in poi, per cui il game è un game truccato già dall’inizio: libertà e rischio sono la copertura discorsiva dei rapporti di forza, fondati sulla violenza. Ovviamente questa è un’aggravante della pessima traduzione. Altro che democrazia.

    • El_Pinta ha detto:

      Allora, non ho idea se tutta la serie sia stata doppiata, perché io ho visto in Italiano praticamente solo questo spezzone e del tutto casualmente, dopo non ho avuto più il coraggio di farlo. In ogni caso fai bene a sottolineare la “nevrosi da traduzione che domina il paese”, perché questo è proprio un caso di traduzione nevrotica.
      Certo tradurre The Wire è impresa non da poco, ma sono convinto che un ottimo traduttore avrebbe saputo in ogni caso trarne qualcosa di accettabile.
      Sono d’accordo anche con la tua osservazione sull’interpretazione, mi pare estremamente pertinete

  3. michelebarbaro ha detto:

    Non capisco perché escludi il pezzo di Dottor House, che seguendo il tuo discorso, è di fatto quello che subisce la più mutazione più incisiva. Quegli altri casi, gentilmente suggeriti da Punto_fra mi sembra solo spicciolo campanilismo. Quello di House, è l’esempio di come una caratteristica puntuale del personaggio, il cinismo, venga omesso ai fine del dilagante e odioso salutismo che tando odio.
    saluti e complimenti.

  4. michelebarbaro ha detto:

    rileggo il mio commento ed è un oceano di errori. mi scuso. L”ho scritto da un telefono.

  5. El_Pinta ha detto:

    @michele: allora escludo il pezzo di Dottor House dal ragionamento perché dei tre è l’unico in cui l’alterazione del senso originale (grave in questo caso come giustamente fai notare) potrebbe essere dovuta a un fattore esterno, nello specifico a un regolamento o a una policy sulla rappresentazione del fumo nei programmi televisivi. Naturalmente è solo un’ipotesi che andrebbe verificata, ma se così fosse allora non ci sarebbe stato, come negli altri casi, un intervento volontario da parte del traduttore, bensì un tentativo i rientrare nei termini del regolamento. Per questo motivo tendevo a mettere quella segnalazione tra parentesi

  6. michelebarbaro ha detto:

    capisco. grazie fla. ciao.

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